La nuova ondata di investimenti nell’AI ha messo in moto una trasformazione profonda nei mercati obbligazionari statunitensi. I giganti tecnologici – da Alphabet ad Amazon, da Meta a Microsoft e Oracle – stanno finanziando con un’intensità senza precedenti un’espansione fatta di chip, data center e software avanzati. Per gli investitori in obbligazioni corporate, ciò significa essere sempre più legati al destino dell’ecosistema AI, con vantaggi potenzialmente importanti ma anche rischi non trascurabili.
Secondo dati recenti, i prestiti e le emissioni di bond del settore tech hanno raggiunto i 700 miliardi di dollari dall’inizio dell’anno, più del doppio rispetto al 2024. Solo negli Stati Uniti, le obbligazioni investment grade emesse da società come Amazon e Alphabet hanno toccato i 190 miliardi, contro i 105 miliardi dell’anno precedente.
La ragione è chiara: i cosiddetti AI hyperscalers hanno bisogno di capitali enormi. Le stime parlano di 602 miliardi di dollari di capex nel 2026, destinati principalmente alla costruzione di infrastrutture per cloud e elaborazione dati tramite GPU. Una cifra superiore di un terzo rispetto al 2025.
Per un mercato obbligazionario caratterizzato da un’offerta netta negativa nei primi mesi dell’anno, questa ondata rappresenta una novità dirompente. La domanda forte e la scarsità di alternative stanno mantenendo bassi gli spread: gli investment grade USA rendono appena 85 punti base sopra i Treasury, un valore inferiore alla media quinquennale.
Diversamente da quanto accaduto in altre bolle del passato – dalle telecomunicazioni degli anni ’90 allo shale oil degli anni 2010 – i grandi player dell’AI partono da bilanci estremamente robusti. I cinque hyperscalers hanno un debito complessivo pari a appena 0,2 volte il loro EBITDA. Anche se finanziassero l’intero capex 2026 con nuova emissione obbligazionaria, arriverebbero solo a poco più di una volta l’EBITDA: livelli più che sostenibili.
Non sorprende quindi che gli investitori siano disposti a finanziare la corsa all’AI. Ma c’è un rovescio della medaglia: la loro crescente presenza negli indici obbligazionari crea nuove concentrazioni. Oracle, per esempio, è già tra le prime cinque posizioni del più grande ETF investment grade USA, il LQD.
Per i fondi che replicano questi benchmark, evitare l’esposizione diventa impossibile.
Nonostante la solidità dei bilanci, gli investitori non possono ignorare i rischi dell’attuale euforia. Le prospettive di ricavo dell’AI restano incerte e dipendono dalla capacità delle aziende di monetizzare applicazioni ancora in fase di sviluppo. Un rallentamento nell’adozione o ostacoli normativi potrebbero cambiare rapidamente lo scenario.
Un altro elemento critico è la forte esposizione di alcuni fornitori a un numero ristretto di clienti. Oracle, ad esempio, dipende in modo significativo dai contratti con OpenAI, un’azienda in rapida crescita ma ancora caratterizzata da forte consumo di cassa.
Infine, una parte dell’enorme infrastruttura necessaria per l’AI è finanziata da fondi di private credit, che sostengono data center poi dati in leasing ai colossi tech. Il ricorso parallelo a debito pubblico e privato amplifica le possibili ripercussioni sistemiche in caso di shock.
I costi di protezione contro il default dei principali hyperscalers sono già aumentati: i CDS a 10 anni del gruppo sono saliti da 52 a oltre 80 punti base in tre mesi, con Oracle che registra un incremento di circa 100 punti base. Tuttavia, questo premio rimane modesto rispetto ai rischi potenziali.
Secondo gli analisti, uno scenario di ricavi AI deludenti potrebbe raddoppiare lo spread dell’investment grade americano, portandolo verso i 200 punti base e generando ingenti perdite per i detentori di obbligazioni. E poiché le emissioni tech potrebbero arrivare a rappresentare il 25% del mercato IG nel 2026, gli investitori sarebbero trascinati nella correzione quasi indipendentemente dalle loro preferenze.
L’esplosione della finanza AI apre nuovi scenari: opportunità per chi cerca esposizione a società solide e in forte espansione, ma anche rischi legati alla concentrazione del mercato e all’incertezza dei modelli di ricavo futuri. Per molti investitori obbligazionari la scelta è già fatta, più per necessità che per volontà: il peso dei colossi tech negli indici li lega inevitabilmente alla traiettoria della rivoluzione AI.
La speranza è che la montagna russa continui a salire. Ma, come la storia dei mercati insegna, le discese impreviste possono arrivare quando nessuno se le aspetta.