Riserva militare in Italia, tre nuove tipologie a supporto delle Forze Armate. Ecco cosa prevede la riforma della Difesa presentata dal ministro Crosetto.
Sta per essere costituita una nuova riserva militare, un organo che metterebbe l’Italia sullo stesso piano di altri Paesi europei che hanno già adottato questo strumento per potenziare le proprie Forze armate. A prevederlo è la riforma della Difesa che presto inizierà l’iter legislativo e il cui testo è già stato visionato in anteprima dagli addetti ai lavori.
Nel provvedimento vengono descritte tre diverse tipologie di riserva, oltre alla previsione di un incremento complessivo di circa 40.000 unità delle Forze armate, tra Esercito, Marina e Aeronautica. Il tutto con l’obiettivo di rafforzare le capacità di difesa dell’Italia, a cui si aggiungerebbe anche un gruppo di riservisti a cui attingere in caso di necessità ed emergenze. Anche chi non è più militare, quindi, potrebbe essere richiamato: una disposizione che, inevitabilmente, fa pensare al caso più estremo, ossia quello della chiamata alle armi.
Chi fa parte della nuova riserva militare potrebbe andare in guerra? Va detto che già oggi la chiamata alle armi interessa il personale militare volontario cessato dal servizio, ma in questo caso si può andare indietro per un massimo di 5 anni.
Ecco invece cosa cambierebbe con l’approvazione della riforma firmata dal ministro Crosetto.
Tre nuove tipologie di riserva militare
Oggi la riserva militare in Italia si limita principalmente alla cosiddetta riserva selezionata, composta da ufficiali di complemento in possesso di specifiche professionalità, come medici, ingegneri, avvocati o esperti cyber. Nello schema di riforma della Difesa definito dal ministro Crosetto, invece, il sistema viene ampliato con l’introduzione di tre nuove tipologie di riserva.
Vediamo quindi quali sono e chi ne farà parte.
Riserva operativa
La prima tipologia prevista dalla riforma è la riserva operativa, pensata per creare un bacino di personale già addestrato e rapidamente impiegabile. Ne farebbero parte militari cessati dal servizio da meno di 5 anni - come per l’attuale chiamata alle armi quindi - purché fisicamente idonei e comunque in grado di essere richiamati per supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare.
La riserva operativa potrebbe essere utilizzata anche in tempo di pace, soprattutto per aumentare la capacità operativa dello strumento militare nazionale. Il personale appartenente a questa riserva potrebbe essere richiamato ogni anno per attività di addestramento, così da mantenere un adeguato livello di prontezza.
Riserva volontaria specialistica
Accanto alla riserva operativa ci sarebbe poi la riserva volontaria specialistica, composta da personale in possesso di competenze professionali specifiche. In particolare, ne farebbero parte ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento ai quali è stato conferito il grado.
In questo caso il richiamo avverrebbe previa domanda dell’interessato, quindi su base volontaria, per rispondere a specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare.
L’obiettivo in questo caso è di mettere a disposizione della Difesa professionalità qualificate, utili in ambiti tecnici o specialistici, anche sin dal tempo di pace.
Riserva territoriale
La terza novità riguarda la riserva territoriale, pensata per costituire un bacino di personale radicato sul territorio nazionale e rapidamente impiegabile a supporto delle Forze armate. Verrebbe utilizzata soprattutto per esigenze legate al territorio nazionale, come in caso di gestione di emergenze e calamità, soccorso e assistenza alla popolazione.
A farne parte sarebbero volontari reclutati attraverso apposite procedure selettive, con età compresa tra 25 e 35 anni e almeno il diploma di istruzione secondaria di primo grado. Una volta selezionati, verrebbero ammessi a una ferma prefissata di 12 mesi e seguirebbero un percorso formativo della durata non inferiore a 30 giorni.
Chi andrebbe in guerra tra i riservisti?
Tra le tre nuove riserve, quella più vicina a un eventuale impiego operativo sarebbe la riserva operativa, composta da militari già formati e addestrati.
La riserva volontaria specialistica avrebbe invece una funzione più mirata, legata alle competenze professionali dei singoli riservisti, da utilizzare per specifiche esigenze tecniche, sanitarie o specialistiche. In questo caso l’impiego in scenari di guerra sarebbe sì possibile, ma non in prima linea.
Diverso il caso della riserva territoriale, che secondo lo schema della riforma sarebbe impiegabile limitatamente al territorio nazionale.
Cosa spetta ai riservisti e quanto guadagnano
La riforma prevede anche una serie di tutele economiche per chi entrerà a far parte delle nuove riserve militari, a partire dalla riserva operativa. Per il personale richiamato alle armi per lo svolgimento delle attività addestrative periodiche è previsto un compenso pari a 130 euro al giorno, al netto degli oneri a carico dello Stato, per ogni giornata di effettivo servizio prestato.
A questo si aggiunge, secondo quanto previsto dallo schema del disegno di legge, un premio annuo una tantum da 1.300 euro, riconosciuto ai riservisti che effettuano tutti i richiami addestrativi previsti.
Sono poi previste tutele anche per chi lavora nel settore privato. Nel caso dei componenti della riserva operativa e della riserva volontaria specialistica, infatti, il datore di lavoro avrebbe diritto a un esonero contributivo del 100% per il periodo di richiamo alle armi del dipendente. Lo stesso beneficio verrebbe riconosciuto anche per l’eventuale lavoratore assunto in sostituzione del riservista.
La riforma introduce inoltre uno scudo contro il licenziamento: se il riservista viene licenziato senza giusta causa o giustificato motivo durante il periodo di richiamo, o nell’anno successivo, il datore di lavoro perde i benefici contributivi e deve restituire le somme ricevute, con interessi ed eventuali sanzioni.
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