Bisogna essere onesti: in materia fiscale, in trent’anni ne abbiamo viste tutte di tutti i colori, dalla “minimum tax” alla “no tax area”, per arrivare alla “flat tax”. Ricette miracolose dal punto di vista del marketing politico: servivano a macinare consenso e voti. Intanto, il fisco ha continuato a macinare incassi, imperterrito, usando la clava degli accertamenti.
Per il resto, non si sa davvero da che parte cominciare, per descrivere il caos della spesa pubblica sociale, che barcolla tra i principi costituzionali della universalità dei diritti e delle prestazioni ed un groviglio di deroghe che servono sia a fini assistenziali sia a consentire una concorrenza tra il sistema pubblico e l’offerta privata.
Sul piano politico, all’inizio il principio era chiarissimo: il lavoro dipendente doveva essere pesantemente tassato per evitare che il salario finisse tutto in consumi personali effimeri. Lo Stato, facendosi versare direttamente dal datore di lavoro una fetta consistente del salario attraverso la ritenuta alla fonte, avrebbe destinato queste risorse alla spesa per servizi sociali: istruzione, sanità, abitazioni.
In realtà la tassazione del lavoro dipendente, da cui deriva la gran parte del gettito fiscale per le imposte dirette, circa l’80% mentre contribuiscono entrambi per il 10% sia il lavoro autonomo che la tassazione dei capitali, finanzia la gran parte della spesa pubblica sociale.
Dalla sanità all’istruzione, dai regimi di sgravio contributivo alle imprese per favorire l’occupazione alle prestazioni previdenziali ed assistenziali, senza considerare le regole in materia di federalismo fiscale e di spesa decentrata, la normativa si è andata aggrovigliando e si rincorrono anche le riforme sistemiche che riguardano diverse centinaia di migliaia di persone, se non milioni, come il Reddito di cittadinanza cui è subentrato il Reddito di inclusione.
E vanno aggiunte poi le normative fiscali volte a favorire l’acquisto di un immobile e quelle che disciplinano gli affitti per calmierare i canoni a fini sociali e quelli di tipo turistico, da quelli brevi al Bed & Breakfast, insieme a quelle speciali per favorire coloro che rientrano a lavorare in Italia.
Innegabilmente, ogni governo ha il diritto di dare seguito concreto alle proprie opzioni politiche, ma il risultato che ne deriva è un perenne galleggiare nell’incertezza, nella rincorsa alle procedure di accreditamento per ottenere le erogazioni, in cui si intrecciano i requisiti più diversi, come la situazione reddituale personale, quella familiare o di convivenza, le proprietà immobiliari, le disponibilità sui conti correnti bancari, con il perenne aggiornamento delle dichiarazioni per l’ISEE, a cui vanno aggiunte le periodiche revisioni dei criteri di ammissibilità.
Un primo aspetto che emerge con chiarezza è la redistribuzione a carico dei precettori dei redditi medi ed alti che deriva per un verso dalla elevata progressività fiscale cui sono sottoposti e per l’altro dall’insieme delle misure che li escludono dai benefici della spesa pubblica a cui contribuiscono in modo massiccio. Un risultato che sembra contraddire il principio stesso della progressività delle imposte previsto dalla Costituzione: se i più abbienti sono giustamente tenuti a contribuire in modo più che proporzionale alle spese pubbliche, è ingiusto che siano esclusi dall’accesso gratuito ai servizi, come accade per il settore dell’istruzione.
In realtà, le rette scolastiche ed universitarie degli istituti pubblici sembrano finalizzate soprattutto a rendere fisiologica una scelta concorrenziale rispetto all’offerta privata: al di là della istruzione obbligatoria, che è rimasta gratuita, il sistema si è piegato alle logiche del mercato.
Questa impostazione sembra ancora più evidente nel settore sanitario, dove si va dall’offerta privata intramoenia da parte degli stessi medici pubblici alla ovvia insostenibilità della domanda complessiva di prestazioni sanitarie da parte dell’organizzazione pubblica: l’assistenza diretta, con il fenomeno delle code e delle lunghissime liste di attesa è funzionale al trabocco verso l’offerta privata. Un trabocco che avviene con esborsi cospicui anche per i meno abbienti, in modo caotico: il passaggio generalizzato all’assistenza indiretta, che metterebbe tutti gli operatori sanitari in concorrenza sul piano qualitativo ed economico, è stato evitato con gli accreditamenti e le convenzioni che fanno ricadere sulle strutture pubbliche gli interventi più costosi mentre quelli che consentono un recupero dei costi con un consistente margine di guadagno sono stati esternalizzati. La sanità pubblica, in queste condizioni, è destinata al fallimento.
Non è migliore la strategia volta ad incentivare le assunzioni da parte delle imprese: gli sgravi fiscali e contributivi sono diventati strutturali, creando meccanismi distorsivi della concorrenza e soprattutto delle dinamiche salariali. Si assiste ad una sorta di sussidio incrociato, attraverso la tassazione, tra lavoratori: il sussidio pubblico riduce il costo del lavoro trasferendo reddito da una categoria di lavoratori ad alti salari ad un’altra a basso costo sovvenzionato.
Le politiche attive del lavoro rimangono lettera morta: il conflitto tra le competenze dello Stato centrale e quelle delle Regioni in materia di istruzione professionale ha reso impossibile dare seguito all’iniziativa di “traghettare” i percettori del Reddito di Cittadinanza al mondo del lavoro attraverso il ricorso ai Navigators reclutati dall’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL). A non miglior sorte sembra destinato il Reddito di Inclusione, che ha sostituito quello di Cittadinanza con lo stesso obiettivo di assistere coloro che si trovano in condizioni di temporanea disoccupazione non altrimenti assistita.
Inutile illudersi, non ci sono soluzioni: un sistema caotico non può essere ordinato, mentre è possibile aumentare o ridurre la velocità con cui si muovono e si scontrano le singole particelle da cui è composto.
Il raffreddamento di una dinamica caotica rende il sistema politicamente e socialmente maggiormente leggibile: ma, in questo modo, si radicalizzano gli scontri per modificarlo profondamente. Per questo motivo le modifiche normative devono essere continue e marginali: la confusione continua, ma si alimenta la speranza di ciascuno che ci sia da qualche parte un qualche vantaggio per lui.
Questa è la politica, comunque la si voglia definire.