Un equilibrio trentennale si incrina mentre un mercato ignorato inizia a trasmettere segnali che possono ridisegnare gli asset globali.
Tutti guardano la Fed, tutti discutono di inflazione americana, tutti temono le mosse della BCE e l’impatto dei tassi sulle economie europee. Il dibattito globale ruota sempre attorno agli stessi poli, come se il sistema finanziario mondiale fosse governato solo da Washington e Francoforte. Quasi nessuno, invece, sta osservando con la stessa attenzione ciò che sta accadendo in Giappone. Eppure è proprio lì, in quello che per trent’anni è stato considerato il laboratorio della stabilità monetaria artificiale, che potrebbe formarsi la prossima vera frattura sistemica.
Non si tratterebbe di una crisi improvvisa, di un fallimento clamoroso o di un evento spettacolare da prima pagina. Il rischio è molto più sottile e quindi più pericoloso: la lenta rottura di un equilibrio che per decenni ha sostenuto la liquidità globale e ha permesso ai mercati di crescere su fondamenta apparentemente solide, ma in realtà basate su tassi compressi e abbondanza di denaro a costo quasi nullo.
Il cambiamento nel mercato dei titoli di Stato giapponesi
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