I mercati azionari americani continuano a segnare nuovi massimi storici, spinti da un entusiasmo quasi irrefrenabile per l’intelligenza artificiale.
Eppure, tra gli analisti più esperti sta crescendo un senso di déjà-vu con la fine degli anni Novanta. Le massicce investimenti in infrastrutture tecnologiche, le previsioni ambiziose sulla trasformazione produttiva e la speculazione diffusa evocano in modo preoccupante il periodo che precedette lo scoppio della bolla internet nel marzo 2000.
Nonostante le tensioni geopolitiche nel Medio Oriente, la chiusura prolungata dello stretto di Hormuz, l’aumento dei prezzi dell’energia e un contesto macroeconomico sempre più fragile, il settore tecnologico ha mantenuto una traiettoria rialzista impressionante.
I segnali da tener d’occhio
Dall’inizio del 2026 l’indice S&P 500 ha guadagnato circa l’8%, mentre il Nasdaq ha registrato un rialzo del 13%, toccando nuovi record intorno ai 26.000 punti. Ancora più eclatante è la performance dell’indice Philadelphia Semiconductor (SOX), che ha superato i 12.200 punti a maggio, con un balzo superiore al 67% da inizio anno e oltre il 150% negli ultimi dodici mesi.
Questa concentrazione estrema non è un dettaglio secondario. In diverse sessioni recenti l’S&P 500 ha raggiunto nuovi massimi mentre una quota significativa delle sue componenti toccava i minimi dell’anno. Un fenomeno analogo si verificò solo in poche occasioni storiche: luglio 1929, gennaio 1973 e dicembre 1999. Date che richiamano periodi di eccesso speculativo seguiti da pesanti correzioni.
Gli ottimisti ricordano che, a differenza delle società dot-com di venticinque anni fa, molte aziende oggi protagoniste generano profitti consistenti e flussi di cassa positivi. Le grandi società tecnologiche investono centinaia di miliardi di dollari all’anno in centri dati e infrastrutture per l’intelligenza artificiale: le stime per il 2026 superano i 500 miliardi solo per i principali operatori. Secondo alcune proiezioni, la spesa globale legata all’AI potrebbe avvicinarsi ai 2.000 miliardi di dollari entro la fine dell’anno. Si tratta di una scala di investimenti che rende quasi modesto il boom delle telecomunicazioni di fine anni Novanta.
Tuttavia, proprio qui emergono i parallelismi più inquietanti. All’epoca l’espansione delle reti in fibra ottica creò una capacità eccessiva che non trovò domanda immediata, portando a fallimenti e svalutazioni drammatiche. Oggi la costruzione frenetica di centri dati solleva interrogativi simili: quanto tempo sarà necessario perché questi investimenti si traducano in ricavi sostenibili? E cosa accadrà se la crescita della produttività legata all’intelligenza artificiale si rivelerà più lenta del previsto?Le valutazioni di mercato alimentano ulteriormente i timori. Il rapporto CAPE di Shiller, che rapporta i prezzi azionari agli utili medi degli ultimi dieci anni, si attesta attualmente intorno a 39-41, uno dei livelli più elevati della storia, secondo solo al picco del 1999-2000. Questo indicatore suggerisce che gli investitori stanno pagando un prezzo molto alto per ogni dollaro di utili storici, riducendo i margini di sicurezza.
leggi anche
Piazza Affari, azioni sopravvalutate o pronte al rimbalzo? 10 opportunità di investimento oggi
La nuova bolla sta per scoppiare?
A differenza del 1999, quando la Federal Reserve aveva inondato il sistema di liquidità per fronteggiare i timori del bug del millennio, l’attuale rally avviene in un contesto monetario ben diverso. La banca centrale americana non taglia i tassi da mesi e le previsioni indicano che eventuali riduzioni potrebbero slittare fino al 2027. Nel frattempo, i rendimenti obbligazionari sono in salita, l’inflazione mostra segnali di ripresa e il sentiment dei consumatori resta depresso.
Eppure il mercato reagisce positivamente a ogni voce di distensione geopolitica, anche quando tali speranze si rivelano effimere.Michael Burry, l’investitore reso famoso dalla previsione della crisi immobiliare del 2008, ha descritto l’attuale fase come «simile agli ultimi mesi della bolla 1999-2000». Secondo Burry, i titoli salgono non per i dati macroeconomici positivi, ma semplicemente perché hanno già salito, sostenuti da una narrazione di due lettere – AI – che tutti credono di comprendere pienamente.
Va riconosciuto che le differenze esistono e sono rilevanti. Le principali società tecnologiche attuali hanno bilanci solidi, debito contenuto rispetto agli utili e modelli di business più maturi rispetto alle startup puramente speculative degli anni Novanta. L’intelligenza artificiale ha applicazioni concrete in settori come la sanità, la manifattura e i servizi finanziari, e non si tratta solo di promesse. Alcuni analisti stimano che il Nasdaq 100 abbia guadagnato oltre il 140% dall’avvento di ChatGPT, ma resta ancora lontano dal rialzo del 1.090% registrato durante il picco della bolla dot-com.
Cosa fare?
La storia non si ripete mai identica, ma spesso rima. L’entusiasmo per una tecnologia rivoluzionaria, la partecipazione massiccia di investitori retail privi di memoria delle precedenti crisi e le valutazioni elevate creano un mix potenzialmente instabile. Se l’intelligenza artificiale manterrà le promesse di crescita della produttività, il mercato potrebbe avere fondamenta più solide di quanto temano i pessimisti. Ma se le aspettative dovessero deludere, la delusione potrebbe essere rapida e profonda, come accadde all’inizio del nuovo millennio.
In questo scenario, la prudenza rimane la regola d’oro. Diversificare il portafoglio, prestare attenzione ai bilanci reali delle società e evitare di farsi trascinare dall’entusiasmo di breve periodo rappresentano scelte responsabili. I mercati possono rimanere irrazionali più a lungo di quanto un investitore possa rimanere solvente, ma la storia insegna che gli eccessi, prima o poi, si correggono. Gli investitori più accorti stanno già valutando con attenzione il rapporto tra rischio e potenziale rendimento in questa fase avanzata del ciclo.