Meglio il buono fruttifero postale con 16 cedole o il BTP pari durata? Strategie a confronto

Stefano Vozza

2 Agosto 2026 - 16:54

Alternative di investimento sul comparto del reddito fisso e con la garanzia dello Stato Italiano sul capitale ivi confluito: pro e contro

Meglio il buono fruttifero postale con 16 cedole o il BTP pari durata? Strategie a confronto

Immaginiamo un investimento a 8 anni su due distinti prodotti del reddito fisso accomunati dalla garanzia sovrana sul capitale. Una classica alternativa contrappone il risparmio postale ai bond del Tesoro, con i primi molto meno rischiosi dei secondi. Tuttavia, oltre al rischio ci sono almeno altre 5 considerazioni da fare: il rendimento anno lordo a scadenza, la struttura dei rendimenti, il peso delle spese annue di gestione, il controvalore che si intende investire e la valutazione complessiva del portafoglio titoli.

Affrontiamole tutte e 5 una volta, chiedendoci se è meglio il buono fruttifero postale con 16 cedole o il BTP pari durata. Il riferimento sarà al buono a Cedola 8 anni e al BTP Tf 5% 1Ag34, entrambi con lo stesso orizzonte temporale.

Il rischio investimento a scadenza e prima della scadenza

Partiamo dai rischi, la cui partita è vinta dai buoni fruttiferi postali (BFP) per un motivo molto semplice. Essi non hanno un mercato secondario di negoziazione come il MOT per le bond corporate e sovereign, per cui non si formano prezzi bid/ask da emissione a rimborso. Tanto a scadenza, quanto prima del termine, sui BFP l’unica controparte è Cassa Depositi e Prestiti (CDP) che li riacquista alla pari. Se il montante netto non dovesse coincidere, dipende dalle imposte e/o dagli interessi netti riconosciuti.

Sui BTP, invece, la certezza del nominale è solo a scadenza, mentre prima di allora il prezzo lo fa il gioco della domanda e dell’offerta: è il c.d. rischio mercato. La circostanza non per forza di cose è un male, visto che durante il periodo di maturazione i prezzi possono portarsi anche sopra cento o il proprio prezzo di ingresso. Ciò darebbe vita a una potenziale plusvalenza, mentre varrebbe il contrario a dinamiche invertite.

In entrambi i casi, cioè BFP e BTP, la garanzia sul capitale è sempre dello Stato Italiano.

Rendimenti del buono a Cedola 8 anni e del BTP pari durata

Il capitolo rendimenti è più articolato perché dobbiamo scindere l’effettivo a scadenza da un lato e la struttura dei rendimenti dall’altro. Procediamo con ordine.

Sul buono a Cedola 8 anni (serie: TC008A260408, dal 24/07/’26) l’effettivo annuo a scadenza è del 2,00%, l’1,76% al netto della ritenuta fiscale. È un dato certo e sicuro fino a quando CDP non ne modificherà le condizioni economiche con il ritiro della serie in corso e il lancio di una nuova. Sul BTP Tf 5% 1Ag34, matricola ISIN IT0003535157 tutto dipende dal proprio prezzo e tempo di carico. Al valore di chiusura di martedì 28 a 109,33 (credito di imposta: 1,07%) lo yield è del 3,68% (dati: Borsa Italiana). Più a sconto lo si acquista e maggiore sarà lo yield, il potenziale guadagno a scadenza, e il contrario a prezzi di carico più elevati.

Inoltre i due prodotti divergono anche per la struttura dei rendimenti. Buono a Cedola prevede 8 differenti tassi cedolari annui lordi, crescenti dal passaggio da un anno al successivo (step-up). Nello specifico, l’1,00% il solo 1° anno (0,50% lordo semestrale), l’1,25% nel 2° e l’1,50% nel 3°. Ancora, l’1,75% nel solo 4° anno, poi il 2,00%, il 2,25%, il 2,00% e il 4,00% nel, rispettivamente, il 5°, il 6°, il 7° e 8° anno. Morale, chi è incerto di riuscire a tenerlo fino al termine e/o chi lo rivende prima del termine si porta a casa gli interessi più bassi della serie. In questi casi sarebbe meglio puntare su un prodotto con una vita utile più corta e con uno yield in partenza più ricco.

Il BTP Tf 5% 1Ag34 paga ogni anno, fino al termine, il 5% lordo, il 2,50% semestrale (tassi fissi). A naturale scadenza, però, ci sarà la perdita del 9,33% in conto capitale visto che oggi prezza sopra la pari. “Mediando” le due cose, cioè cedola e perdita, e tenendolo fino al termine, è come se il guadagno lordo annuo fosse del 3,68%, appunto.

Buono a Cedola e BTP, infine, sono accomunati dal fatto che staccano gli interessi ogni 6 mesi. Sarà l’intermediario finanziario di turno a calcolare le imposte spettanti al Fisco e a girargliele, lasciando il netto sul proprio conto.

Le spese di un buono contro i costi di un BTP

Il capitolo spese è del tipo “agrodolce”, e in un certo senso si trascina dietro il capitolo del controvalore che si intende investire. Vediamo che vuol dire il tutto.

Le spese di gestione sono assenti sui BFP, Cedola 8 anni incluso, mentre sono presenti sul BTP tra commissioni di compravendita e dossier titoli pro quota e pro tempo. Poi c’è il capitolo tasse, completamente identico per entrambi. Ossia 12,50% di tassazione sulle cedole, imposta di bollo del 2X1.000 annua, esenzione dalle imposte di successione, esclusione dal calcolo ISEE fino a 50mila € a nucleo familiare.

La differenza si gioca sulle spese fisse, il che sposta l’attenzione sulla composizione e sul “quanto capitale” si investe. In economia è noto che l’incidenza dei costi fissi scema all’aumentare della produzione. È come un negozio che d’estate tiene acceso un frigo per 1 mese per tenervi dentro 1 ghiacciolo oppure 1.000 gelati differenti. Un conto è far incidere il costo della bolletta elettrica sul ghiacciolo, un altro è andare a spalmarlo su tutti i pezzi venduti in una unità di tempo.

Ora, se il portafoglio titoli è variegato e/o l’importo da investire è consistente e la profilatura Mifid è presente e attiva, il BTP si lascia preferire. In questi casi il rapporto incassi/spese si sposta a favore del bond sovrano. Se invece i criteri di scelta poggiano sul rischio che deve essere assente e/o dettati da bassi volumi, allora le conclusioni si invertono in favore del prodotto postale.

Meglio il buono fruttifero postale con 16 cedole o il BTP pari durata? Strategie a confronto

In chiusura, è impossibile rispondere se è meglio questo o quello perché le valutazioni cambiano a seconda dei punti di vista, di partenza e di arrivo. Ad ogni modo un peso chiave lo gioca la valutazione complessiva del portafoglio per prodotti, scadenze, rendimento, rischio, spese. Un nuovo ingresso dovrebbe amalgamarsi, fondersi, sposarsi con l’esistente evitando sovrapposizioni, stravolgimenti, duplicazioni varie.

Nel dubbio o nell’incertezza sul come muoversi e non fare danni, non resta che rivolgersi al proprio consulente di fiducia. Molto meglio se è a parcella, perché privo di conflitti di interessi e, in teoria, potenzialmente più utile alla causa.