Mearsheimer: «Putin non è pazzo, l’invasione dell’Ucraina non è atto irrazionale»

Roberto Vivaldelli

19 Settembre 2023 - 07:16

Un conto è condannare l’invasione russa dell’Ucraina, sottolineando la sua illegittimità. Un altro, però, è affermare che è stato un atto irrazionale dettato dalla follia di un «dittatore».

Mearsheimer: «Putin non è pazzo, l’invasione dell’Ucraina non è atto irrazionale»

Un «dittatore pazzo», isolato, forse malato, sicuramente annebbiato dalla sua brama di conquistare l’Europa orientale e resuscitare l’impero sovietico. Così è stato descritto dalla stampa occidentale il presidente russo Vladimir Putin da quando, il 24 febbraio 2022, ha deciso di invadere l’Ucraina. Ora un nuovo libro degli studiosi John J. Mearsheimer, professore di Scienze Politiche presso l’Università di Chicago e il collega dell’Università di Notre Dame, Sebastian Rosato, smontano, questa “narrazione”: si tratta di How States Think: The Rationality of Foreign Policy pubblicato dalla Yale University Press all’inizio di settembre. Un saggio che fornisce al lettore degli strumenti imprescindibili per comprendere la natura delle relazioni internazionali e il comportamento degli stati. «Per capire la politica internazionale - si legge nelle note di copertina - hai bisogno di sapere come ragionano gli stati. Sono attori razionali? Gran parte della teoria delle relazioni internazionali parte dal presupposto che lo siano. Ma molti studiosi ritengono che i leader politici raramente agiscano in modo razionale». Nel loro saggio Mearsheimer e Rosato Mearsheimer esaminano come i leader mondiali passati e presenti, tra cui George W. Bush e Vladimir Putin, «abbiano invece agito razionalmente nel contesto di eventi storici epocali».

Gli stati si comportano in modo razionale, come i leader

Un conto è condannare l’invasione russa dell’Ucraina, sottolineando la sua illegittimità dal punto di vista del diritto internazionale. Un altro, però, è affermare che è stato un atto irrazionale dettato dalla follia di un «dittatore». L’argomentazione più diffusa in occidente, è che le democrazie si comportino in maniera «razionale» mentre i regimi illiberali come la Federazione Russa agiscano in maniera completamente diversa. Trattasi di una visione distorta e superficiale delle relazioni internazionali, come ben spiegano i due docenti nel loro saggio. Si può davvero pensare che un leader come Vladimir Putin, che governa da più di 20 anni un Paese immenso come la Russia, con un passato nel Kgb, la principale agenzia di sicurezza dell’Unione Sovietica, sia improvvisamente impazzito? L’esperta di Russia Nina Khrushcheva motiva questa visione con il fatto che «con la sua invasione non provocata, Putin si unisce a una lunga serie di tiranni irrazionali» e sembra «aver ceduto alla sua ossessione guidata dall’ego di ripristinare lo status della Russia come grande potenza con una propria sfera di influenza chiaramente definita». Altri spiegano invece che il leader russo sarebbe un attore irrazionale per via degli errori strategici commessi da Mosca nella prima parte di quella che Mosca definisce «l’operazione speciale».

L’invasione russa dell’Ucraina? Un atto razionale provocato dall’espansione della Nato

Contrariamente a quanto molti pensano, spiegano Mearsheimer e Rosato nel saggio, «non possiamo equiparare la razionalità al successo e la non razionalità al fallimento. La razionalità non riguarda i risultati. Gli attori razionali spesso non raggiungono i loro obiettivi, non a causa di un pensiero insensato, ma a causa di fattori che non possono né prevedere né controllare». Ma c’è «anche una forte tendenza a equiparare la razionalità alla moralità, poiché si pensa che entrambe le qualità siano caratteristiche del pensiero illuminato. Ma anche questo è un errore. Le politiche razionali possono violare le norme di condotta ampiamente accettate e possono persino essere mortalmente ingiuste». I due illustri studiosi osservano a proposito dell’invasione russa che ci sono «prove concrete» che «Putin e i suoi consiglieri pensavano in termini di teoria dell’equilibrio di potere», considerando gli «sforzi dell’Occidente nel fare dell’Ucraina un baluardo occidentale al confine con la Russia come una minaccia esistenziale che non poteva essere ignorata». Il tutto viene ricondotto all’espansione a est della Nato dopo la fine della Guerra Fredda, che venne definita nel 1997 un «tragico errore» persino da George Kennan, padre della teoria di contenimento degli Stati Uniti verso l’allora Unione Sovietica.

Lo stesso Joe Biden, al tempo senatore, nel giugno dello stesso anno, disse a una riunione del Consiglio Atlantico che «annettere alla Nato gli Stati Baltici sarebbe l’unica mossa che rischierebbe di provocare una riposta vigorosa e ostile da parte della Russia e spostare gli equilibri tra Russia e Usa». Esattamente ciò che ha detto 25 anni dopo Vladimir Putin, spiegando che «con l’espansione della Nato verso est, la situazione per la Russia diventa ogni anno più grave e pericolosa. Non possiamo rimanere inattivi e osservare passivamente questi sviluppi. Sarebbe una cosa assolutamente irresponsabile per noi». Invasione peraltro arrivata dopo i tentativi di mediazione diplomatica mess in campo dalla stessa Russia nel 2021 e ben descritti dallo stesso Mearsheimer in un articolo pubblicato da The National Interest.

Il fallimento della controffensiva

Ora, razionalmente, sarebbe forse il caso di chiederci se la strategia di armare l’Ucraina in una guerra per procura che rischia di protrarsi per un lungo periodo - con perdite purtroppo paragonabili ai conflitti del Novecento - sia la strategia corretta. Considerando anche il fatto che, mentre la guerra in Ucraina giunge al giorno 572 (se si considera l’inizio della guerra il 24 febbraio 2022), come nota il veterano dell’esercito Usa e analista David T. Pyne, la «tanto decantata controffensiva estiva ucraina difficilmente potrebbe andare in modo più disastroso»: tant’è che i timidissimi successi nel Donbass delle truppe di Kiev, che al momento non spostano nulla sul fronte strategico, hanno portato il leader ucraino Zelensky a licenziare sei viceministri della Difesa. - Volodymyr Gavrilov, Rostyslav Zamlynskyi, Hanna Malyar, Denis Sharapov, Andii Shevchenko e Vitaly Deinugu - e a sostituire il ministro Oleksiy Reznikov con Rustem Umyerov. Segnali che la controffensiva non ha dato gli esiti sperati dal presidente ucraino.