Mario Draghi, studente di Caffè che sosteneva politiche a favore del lavoro (contrario alla eliminazione della scala mobile), si laureò con una tesi dal titolo “Integrazione economica e tassi di cambio”, sottolineando i problemi di eventuali rigidità dei primi primordiali progetti sulla moneta unica europea. Nel 2012, come Presidente della Bce, pronunciò il famoso “Whatever it takes” che oggi rivive nel nuovo rapporto sulla competitività europea. Il 5 agosto 2011, la Banca centrale europea (BCE) e la Banca D’Italia, nelle persone di Trichet e Draghi, inviarono una lettera al governo italiano presieduto da Silvio Berlusconi con dei suggerimenti del Direttivo, entrando in merito su questioni di politica fiscali nazionali, una vigorosa “moral suasion” ai limiti del golpe politico secondo alcuni. Le raccomandazioni inserite nella missiva riguardavano anche temi scottanti come quelli del lavoro:
1) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
2) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.
3) Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
Il testo, a firma di Draghi in qualità di Governatore della Banca D’Italia ma scritto dal Direttivo della Bce, ripropone un tema attuale: la ricerca di maggiore produttività del lavoro in Italia, eliminando rigidità per favorire la competitività. Libertà di contrattazione nel privato e razionalizzazione della spesa per il pubblico impiego. Taglio degli stipendi pubblici? Sì, ma come eventuale extrema ratio, passando prima e principalmente per il blocco del turnover. E’ come se Draghi avesse fatto aggiungere “se necessario” per far capire che sarebbe stata l’ultima spiaggia, un po’ come il richiamo alla patrimoniale per onorare il debito pubblico italiano. Come è andata?
1) La spesa per i dipendenti pubblici è scesa, in termini di pil, sotto il 10% solo nel 2015 forse a seguito dell’eliminazione del vincolo del blocco del numero dei dipendenti pubblici nel turnover, dal 2014 il vincolo diventò per alcuni comparti solo di budget totale. Nel 2023, per la prima volta dal 1980, la spesa è scesa sotto il 9% a 8,9%. Cottarelli: “ Il blocco del turnover fu introdotto, almeno in parte, come risposta al forte aumento della spesa per dipendenti pubblici. Tra il 2001 e il 2006, anno in cui è stata emanata la finanziaria per il 2007 che disponeva i primi blocchi al turnover a partire dal 2008, tale spesa aumentò del 25 per cento, non tanto per un aumento del personale (che rimase più o meno stabile), ma piuttosto per un aumento del reddito medio. A partire dal 2008 le assunzioni della pubblica amministrazione (PA) sono state bloccate attraverso una serie di provvedimenti, che hanno previsto anche limitazioni alla sostituzione del personale in uscita. I limiti hanno riguardato fino al 2014 sia la spesa sostenuta per gli uscenti sia il numero di dipendenti (limite capitario) e dopo il 2014 solo la prima, consentendo un aumento del personale a parità di spesa. Secondo alcuni, questo blocco ha causato tagli insostenibili nell’occupazione pubblica. In realtà il calo è stato meno forte di quanto molti sostengono. Tra il 2008 e il 2019 l’occupazione è calata di circa 193.000 unità, ossia del 5,6 per cento, essenzialmente per la riduzione avvenuta nei primi quattro anni. Il calo effettivo è però un po’ più elevato (250.000 unità) se si considera l’andamento a parità di enti. La maggior parte della riduzione, in ogni caso, è stata osservata tra 2008 e 2012; successivamente l’occupazione è rimasta più o meno stabile. Di fatto questo implica che a livello aggregato il turnover è stato sostanzialmente sbloccato da ormai almeno 7-8 anni. Anche nel settore privato si è osservato un calo dell’occupazione all’incirca nello stesso periodo, ma è stato meno forte: tra 2008 e 2012 il numero dei lavoratori del settore privato si è ridotto di circa 320.000 unità (2 per cento contro 5,6 per cento), per poi tornare a crescere fino al 2019."
Pubblica amministrazione (Italia): redditi da lavoro - punti percentuali sul PIL
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2) Le retribuzioni nominali del settore pubblico sono rimaste stabili dopo il 2011, in leggera diminuzione, con rialzo dal 2015.
Andamento delle retribuzioni nominali
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3) In termini reali la situazione si inverte, sia per il settore pubblico che privato.
Andamento delle retribuzioni reali nella PA
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4) Dal 2012 il numero di lavoratori pubblici si è stabilizzato rispetto alla discesa precedente (turnover solo sul budget dal 2014 = probabilmente più nuovi dipendenti ma con stipendi più bassi)
L’occupazione nel settore pubblico
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5) Il rapporto tra retribuzioni pubbliche su quelle private è sceso nel tempo: quando sale invece è segno di una economia in espansione, generalmente.
Andamento delle retribuzioni reali pubbliche e private
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Mario Draghi non è perfetto, come dimostrato dalle avventate dichiarazioni relative alle sanzioni sulla Russia che vedevano secondo il FMI una forte recessione nei due anni successivi all’introduzione, ma non ha chiesto direttamente un taglio degli stipendi pubblici, tradendo Caffè, ma un regime più flessibile per consentire una ripresa della produttività del lavoro, come emerso dal documento appena presentato in sede europea. Molti policy maker stanno ritrattando i propri punti di vista sull’austerità che come ha detto Draghi: “Nel 1994, il futuro economista premio Nobel Paul Krugman definì l’attenzione alla competitività una ’pericolosa ossessione’. La sua tesi era che la crescita a lungo termine deriva dall’aumento della produttività, che avvantaggia tutti, piuttosto che dal tentativo di migliorare la propria posizione relativa rispetto agli altri e acquisire la loro quota di crescita. L’approccio adottato nei confronti della competitività in Europa dopo la crisi del debito sovrano sembrava dimostrare la sua tesi. Abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali gli uni rispetto agli altri e, combinando ciò con una politica fiscale prociclica, l’effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale.”
Draghi ha chiesto un taglio degli stipendi pubblici? Nì.