Il Rhine Group di Draghi può funzionare davvero? Cosa sappiamo e cosa non torna

Flavia Provenzani

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L’ultima creatura di Mario Draghi nasce per trasformare il suo rapporto sulla competitività in riforme vere. Ma le prime crepe si vedono già dal registro dei soci.

Il Rhine Group di Draghi può funzionare davvero? Cosa sappiamo e cosa non torna

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Il 24 agosto è comparso online un sito con cinquantacinque ritratti in oro su fondo scuro, una frase in home page («non è troppo tardi per cambiare la traiettoria dell’Europa, se facciamo oggi i primi passi giusti») e nessun numero di telefono. Sotto ogni fotografia, una carica: il capo di Mastercard, la direttrice del Financial Times, l’antitrust francese, due premi Nobel per l’economia, il fondatore di ION, il presidente dell’Estonia dal 2006 al 2016. In fondo alla pagina, una legal notice che dichiara la sede legale presso una fiduciaria di Ginevra.

Si chiama Rhine Group, lo presiedono Mario Draghi e Patrick Collison, e nasce per fare una cosa che a Bruxelles non è mai riuscita a nessuno: trasformare il rapporto sulla competitività europea del 2024 in norme che esistono davvero.

Ma un club privato senza mandato, senza potere normativo e con sede fuori dall’Unione può riuscire nel suo intento dichiarato?

Cos’è e cosa vuole fare il Rhine Group

Il Rhine Group è un forum lanciato il 24 agosto 2026 che riunisce 55 tra imprenditori, economisti, accademici, manager ed ex responsabili politici. I co-presidenti sono Mario Draghi e Patrick Collison, cofondatore e amministratore delegato di Stripe. La direzione operativa è affidata a Luis Garicano, economista spagnolo della London School of Economics ed europarlamentare dal 2019 al 2022.

La legal notice qualifica il gruppo come associazione svizzera con sede presso la società fiduciaria L&S Trust Services di Ginevra, rappresentata da Garicano: «un’associazione indipendente e apartitica il cui scopo è favorire il dialogo educativo e sviluppare e promuovere soluzioni di politica pubblica basate sulle evidenze». Il progetto prevede ricerche commissionate a esperti e riunioni almeno annuali.

Il metodo di lavoro è quello dei club chiusi di alto livello. Le discussioni si basano su paper di ricerca distribuiti in anticipo come pre-read e si svolgono sotto la regola di Chatham House: si può riferire il contenuto, non chi ha detto cosa. La sessione inaugurale è fissata dal 20 al 23 settembre.

La diagnosi di partenza è la stessa del rapporto del 2024, aggiornata al peggio. Dal manifesto:

«Il declino non è inevitabile, ma è la direzione verso cui ci stiamo muovendo se non agiamo con urgenza. L’alternativa è fare ciò che l’Europa ha già saputo fare: competere, costruire e tornare a crescere. Non siamo una media potenza, ma il secondo mercato del mondo».

Il gruppo osserva che solo quattro delle cinquanta maggiori società tecnologiche mondiali sono europee e avverte che una stagnazione prolungata eroderebbe la capacità del continente di finanziare difesa, sanità pubblica, pensioni, istruzione, investimenti climatici e ammortizzatori sociali.

Chi c’è dentro

La composizione per nazionalità vede francesi e tedeschi come gruppi più numerosi con dodici membri ciascuno, seguiti da sette italiani, sei britannici e cinque spagnoli.

La pattuglia italiana è di peso, e comprende Draghi stesso. Ci sono Andrea Pignataro, fondatore e amministratore delegato di ION Group; Luca Ferrari, cofondatore e amministratore delegato di Bending Spoons; Lucrezia Reichlin, docente di economia alla London Business School; Francesco Giavazzi, professore emerito alla Bocconi; Francesco Decarolis, professore di economia alla stessa Bocconi; e Vittorio Colao, che l’elenco ufficiale qualifica come Vice Chairman EMEA di General Atlantic e non, come sarebbe più naturale attendersi in un contesto europeo, come ex ministro per l’Innovazione tecnologica del governo Draghi. Ci torneremo.

Ferrari arriva al tavolo dopo la quotazione di Bending Spoons a Wall Street nel 2026, con una valutazione intorno ai 18,4 miliardi di dollari, e Reichlin ha diretto la ricerca della BCE tra il 2005 e il 2008. Decarolis, che si occupa di antitrust e appalti, è tra i contributori del rapporto Draghi del 2024.

Sul fronte internazionale l’elenco è quello che ci si aspetta da un progetto costruito attorno a tecnologia e capitali. Due premi Nobel per l’economia, Philippe Aghion e Bengt Holmström. L’ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves. Benoît Cœuré, presidente dell’Autorité de la concurrence francese ed ex membro del comitato esecutivo BCE. Beatrice Weder di Mauro, presidente del CEPR. Lars-Hendrik Röller, già consigliere economico di Angela Merkel. Sul lato imprese e capitali, Michael Miebach di Mastercard, Carlos Torres Vila di BBVA, Niklas Zennström di Atomico, Sebastian Siemiatkowski di Klarna, Tobi Lütke di Shopify, Xavier Niel di Iliad, Jeannette zu Fürstenberg di General Catalyst, Alexis Kohler di Société Générale, Jörg Kukies, ex ministro delle Finanze tedesco oggi managing director di Morgan Stanley, e Torsten Reil, cofondatore e co-amministratore delegato di Helsing, cioè il pezzo di difesa e intelligenza artificiale su cui l’Europa sta effettivamente spendendo. Bruno Le Maire, ex ministro dell’Economia francese, siede in quanto special advisor del board di ASML. L’unico ponte esplicito con i think tank di Bruxelles già esistenti è Jeromin Zettelmeyer, direttore di Bruegel.

Le ragioni per cui potrebbe funzionare

Nel 2025 la Commissione europea sosteneva di aver completato più della metà delle iniziative previste dalla Bussola per la competitività, il documento ispirato al rapporto Draghi. Un audit indipendente citato dal Financial Times contava invece 60 raccomandazioni pienamente attuate su 383. Due contabilità dello stesso oggetto, distanti un ordine di grandezza. È esattamente lì che il Rhine Group dichiara di voler lavorare. Il rapporto del 2024 ha già fatto la parte analitica e ha proposto oltre 170 interventi su energia, industria, difesa, infrastrutture digitali, mercati dei capitali e produttività. Il problema europeo non è la mancanza di studi, è il tasso di conversione tra raccomandazione e norma. Un soggetto privato che presidia quel passaggio, senza dover mediare con ventisette governi a ogni riga, ha un vantaggio strutturale rispetto alle strutture istituzionali.

Poi c’è la ragione più banale e più solida: la convening power. Un tavolo dove siedono contemporaneamente il capo di Mastercard, il fondatore di Atomico, l’antitrust francese e due ex ministri delle Finanze non si costruisce con un bando. Draghi ha una cosa che a Bruxelles manca cronicamente, cioè la capacità di far rispondere al telefono chiunque.

E le imprese sono dentro, non davanti alla porta. Stefano da Empoli, presidente di I-Com, ha suggerito a Formiche di leggere il Rhine Group meno come think tank tradizionale e più come laboratorio di idee e alleanze, aggiungendo però che la sfida sarà evitare che diventi un club esclusivo.

Le ragioni per cui potrebbe non funzionare

Il registro dei soci ha un buco geografico difficile da giustificare. Secondo Brussels Signal, sui 55 membri non c’è alcun rappresentante polacco, e l’unico proveniente dai Paesi entrati nell’Unione dal 2004 in poi è l’ex presidente estone Ilves. Al di là dei singoli passaporti, il dato che si legge direttamente dall’elenco pubblico è più netto e meno contestabile: nessuno dei 55 ricopre un incarico con base in un Paese entrato nell’Unione dal 2004 in poi. Un’iniziativa che parla di sovranità tecnologica e sicurezza economica europea senza un solo interlocutore radicato a Varsavia, il Paese che più di ogni altro sta ridisegnando la spesa per la difesa continentale, parte con un problema di legittimità che nessun paper risolve.

L’infrastruttura contraddice il messaggio. La sede è in Svizzera, fuori dall’Unione, costituita come associazione di diritto svizzero presso una fiduciaria di Ginevra. Il sito è costruito e ospitato interamente su infrastruttura statunitense: piattaforma Webflow di San Francisco, hosting Amazon Web Services con server primari in Virginia del Nord, distribuzione dei contenuti tramite nodi Fastly. Sul cloud si può obiettare che è un dettaglio operativo, ed è vero, ma il baricentro atlantico non si ferma al sito.

Diversi membri hanno ruoli apicali in aziende statunitensi o collegate agli Stati Uniti, tra cui Mastercard, Morgan Stanley, General Catalyst e General Atlantic; quattro membri insegnano in atenei americani (Holmström al MIT, Alice Evans a Stanford, Pierre-Olivier Gourinchas e Ulrike Malmendier a Berkeley) e Collison, co-presidente, siede nel consiglio di amministrazione di Meta dall’aprile 2025.

L’anello italiano di quella lista, val la pena dirlo, è Colao. L’ex ministro del governo Draghi siede al tavolo in quanto vertice EMEA di un fondo di private equity di New York. Non è un’accusa, ma un forum che nasce per ridurre le dipendenze strategiche del continente farebbe bene a sapere che i suoi critici quella lista la leggeranno per intero.

Il caso Aschenbrenner è un problema di giudizio. Tra i membri figura Leopold Aschenbrenner, 24 anni, fondatore e chief investment officer di Situational Awareness LP. Allontanato dal team superalignment di OpenAI nell’aprile 2024 tra accuse contestate di divulgazione di informazioni interne, ha lanciato un hedge fund senza precedente esperienza professionale negli investimenti. Il fondo è arrivato a gestire circa 45 miliardi di dollari con rendimenti del 439% netto nel primo semestre 2026 secondo una lettera agli investitori riportata dal Financial Times, prima che il sell-off dei titoli legati all’AI innescasse margin call a fine luglio 2026 e una vendita d’emergenza del portafoglio azionario a Citadel a sconto. L’episodio ha bruciato circa 35 miliardi di dollari. La SEC ha inviato un mandato di comparizione alle banche che gestivano il trading e i prestiti del fondo, come riportato dal New York Times il 24 agosto. Il fondo non è accusato di illeciti. Tra i primi finanziatori c’erano i fratelli Collison, e questo è il nodo: uno dei due co-presidenti ha portato al tavolo un investitore che aveva finanziato personalmente, un mese dopo un dissesto pubblico da decine di miliardi.

C’è da sottolineare che nel gruppo siedono Louis Dreyfus, amministratore delegato ed editore del Groupe Le Monde, Roula Khalaf, direttrice del Financial Times, e Zanny Minton Beddoes, direttrice dell’Economist. Lo scrivo da direttore di una testata economica, sono le tre firme editoriali che più di altre determinano, ogni giorno, come l’Europa racconta a sé stessa la propria economia. Sedere sotto la regola di Chatham House a un tavolo che elabora un’agenda di riforme, e poi coprirla giornalisticamente, non è impossibile da gestire ma richiede una disclosure esplicita, ripetuta e non nascosta in fondo agli articoli.

Non si sa chi paga. L’associazione dichiara che commissionerà ricerche a esperti e organizzerà riunioni e sono attività che costano. Al momento non risulta pubblicata una struttura di finanziamento, né un elenco di donatori, né un’iscrizione al registro per la trasparenza dell’Unione europea. Per un soggetto che vuole influenzare la regolazione del mercato unico è la lacuna non di poco conto, più della sede svizzera e più delle polemiche sui singoli nomi.

Draghi raggiungerà gli obiettivi?

Il Rhine Group non ha mandato elettorale, non ha potere normativo, non intende sostituirsi né alla Commissione né ai governi, e questo lo rende meno pericoloso di come lo dipingono i suoi critici più severi, e anche meno risolutivo di come lo presentano i suoi promotori. È un club di persone influenti che si riunisce a porte chiuse. Ne esistono altri, e alcuni hanno effettivamente spostato le politiche pubbliche.

La sua efficacia dipenderà se produrrà proposte legislative scritte, con articolato e valutazione d’impatto, o soltanto position paper, se pubblicherà i propri bilanci e i propri finanziatori, se al secondo giro il tavolo somiglierà all’Europa reale o resterà l’asse renano che il nome dichiara con involontaria precisione.

Draghi ha già dimostrato una volta di saper cambiare la traiettoria europea con tre parole pronunciate al momento giusto. Ma nel 2012 aveva in mano il bilancio della BCE, oggi (almeno al momento) ha in mano una lista di nomi e un pre-read.

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