Manovra 2026, banche e assicurazioni costrette a finanziare tagli e spese. Ma il vero conto non lo pagheranno loro

Lorenza Morello

Commenta

Lo Stato sta testando fino a che punto può spingersi a tassare retroattivamente una categoria che ha guadagnato «troppo». E il test sta riuscendo benissimo.

Manovra 2026, banche e assicurazioni costrette a finanziare tagli e spese. Ma il vero conto non lo pagheranno loro

Segui Money.it su Google Aggiungici alle fonti preferite per vedere più spesso le nostre notizie nei risultati di ricerca.

Chiamiamolo con il suo nome: pizzo.

A Palazzo Chigi l’hanno chiamato «contributo». Il vertice di maggioranza ha sciolto i nodi sul capitolo banche e l’entità del contributo da banche e assicurazioni ammonterebbe a circa 5 miliardi nella manovra 2026.

Fonti di Forza Italia ci tengono a precisare un dettaglio lessicale fondamentale: non è da intendersi come tassa sugli extraprofitti. Certo. E Al Capone chiedeva un contributo volontario per la protezione del quartiere.

È il solito copione all’italiana.

La Manovra prevede tagli alle tasse e aumenti di spesa per un valore di circa 22 miliardi di euro nel prossimo anno. Oltre il 25% dei finanziamenti, equivalente a 5-6 miliardi di euro, proviene dal settore finanziario, attraverso una serie di aumenti delle tasse che colpiscono banche, compagnie assicurative e transazioni di mercato. 

Tradotto: lo Stato non taglia la spesa. Tassa chi ha guadagnato.

Peccato che chi ha guadagnato, ha guadagnato legalmente. Le banche hanno fatto utili record perché la BCE ha tenuto i tassi al 4% per due anni. Utili su cui hanno già pagato IRES, IRAP e tasse sui dividendi.

Ma in Italia se l’utile è troppo alto diventa «immorale». E se è immorale, va punito.

Abbiamo già visto questo film. Ed è finito con un bagno di sangue in Borsa.

Agosto 2023. Il governo annuncia la tassa sugli extraprofitti. Piazza Affari e il comparto bancario perdono circa 10 miliardi di euro di capitalizzazione in una sola seduta. In termini di capitalizzazione, le banche italiane hanno perso quasi 9 miliardi. La BCE manda una lettera durissima. Il governo fa marcia indietro in 24 ore, corregge, ammorbidisce, rende la tassa aggirabile tramite riserve. Un disastro di credibilità internazionale. 

Ora ci riprovano. Con un nome più furbo.

«Contributo condiviso». Tajani rassicura: «Non ci sarà tassa su extraprofitti banche», si deve avere un colloquio serrato con il mondo bancario. Un colloquio serrato. Come quello tra il lupo e l’agnello per decidere il menù.

La BCE, nel suo parere ufficiale sul disegno di legge di bilancio 2026, ha avvertito che la tassazione sulle banche potrebbe avere effetti negativi sulla liquidità, in quanto potrebbe stimolare gli istituti a ridurre gli interessi pagati sui depositi e a ridurre il già modesto credito a famiglie e imprese, intaccando la fiducia degli investitori nell’Italia. 

Traduzione: se tassate le banche, le banche presteranno meno. Pagherai tu, imprenditore.

E qui arriviamo al punto che interessa a chi legge Money non per indignarsi, ma per proteggersi.
Questa non è una tassa sulle banche. È un test di fattibilità per la patrimoniale.

Lo Stato sta testando fino a che punto può spingersi a tassare retroattivamente una categoria che ha guadagnato «troppo». E il test sta riuscendo benissimo. Perché nessuno scende in piazza per Unicredit.

Ma una volta creato il precedente giuridico e politico, il meccanismo è replicabile all’infinito. Oggi le banche. Domani le aziende energetiche, poi la difesa, poi chi ha rivalutato l’oro fisico - guarda caso la bozza di Manovra contiene già una proposta di tassazione agevolata per chi intende rivalutare l’oro entro il 30 giugno 2026.

È la tecnica della rana bollita. Non ti butto nell’acqua bollente della patrimoniale. Ti metto nell’acqua tiepida del «contributo di solidarietà». E alzi la temperatura un grado alla volta.

Intanto l’economia reale racconta un’altra storia. L’Istat ci dice che ad agosto il clima di fiducia delle imprese sale in maniera decisa, con l’indicatore complessivo a 96,9. Titoloni positivi. Peccato che a giugno 2026 il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, diminuisca in termini congiunturali dell’1,0% in valore, sia sul mercato interno che estero. La fiducia vola, i fatturati crollano.

L’ottimismo dell’imprenditore italiano è eroico. Ma l’eroismo non paga le rate. 

Cosa deve fare un imprenditore che ha costruito un patrimonio in 20 anni e vede lo Stato cambiare le regole a partita in corso?

Deve smettere di pensare come contribuente e iniziare a pensare come giurista.

1. Separare il rischio. Se hai tutto - casa, azienda, liquidità - sotto la stessa persona fisica, sei un bersaglio perfetto per ogni futuro «contributo». Holding, società semplice patrimoniale, trust: non sono per furbi. Sono muri.

2. La liquidità ferma è il bene più tassabile che esista. È visibile, tracciabile, bloccabile. Ogni manovra guarda lì. Segregare gli asset in strumenti opachi al fisco - ma trasparenti per la legge - come polizze estere, patrimoni destinati, patti di famiglia, non è elusione. È difesa.

3. Il tempo. Questi strumenti funzionano se li attivi prima. Il trust fatto il giorno dopo l’accertamento è nullo. La holding creata quando è già uscito il decreto è sospetta. La protezione patrimoniale si fa quando la fiducia è a 96,9, non quando è a 70.

Chiamatelo contributo, chiamatelo prelievo di solidarietà. Ma è una patrimoniale selettiva. E le patrimoniali selettive sono come le ciliegie: una tira l’altra.

Oggi applaudi perché tassano la banca che ti ha negato il fido. Domani ti chiederai perché stanno tassando la tua azienda che ha avuto «troppi» utili nell’anno del boom.

Il necrologio dell’Europa non era solo geopolitico. Era fiscale.

Un continente che non cresce, non taglia la spesa, ha un solo modo per sopravvivere: tassare chi ha ancora qualcosa.

Commenti

0

Per commentare serve un account Money.it gratuito.

Nessun commento: scrivi tu il primo.

Cerca la tua Azienda su