Un lavoratore accusa l’azienda di non aver rinnovato il contratto di lavoro per il mancato dimagrimento richiesto dal datore. Ma cosa dice la legge in merito?
In questi giorni è emersa la vicenda assurda che vede protagonista un lavoratore tarantino, che accusa gravi condotte da parte del datore di lavoro. Pare che il lavoratore, assunto come impiegato (trattandosi di perito informatico), sia stato in seguito adibito al volantinaggio e poi in cantieri edili, mansioni incompatibili con il suo inquadramento contrattuale. Questa sorta di demansionamento, però, sembrerebbe essere solo la punta dell’iceberg. L’azienda viene infatti accusata di discriminazione perché avrebbe subordinato il rinnovo del contratto al dimagrimento del dipendente.
Secondo la ricostruzione della difesa, il datore di lavoro avrebbe esplicitamente invitato il dipendente a cominciare una dieta e dimagrire per poter continuare a lavorare, attraverso messaggi allegati al ricorso. Adesso il lavoratore, il cui contratto è nel frattempo scaduto e non è stato rinnovato dopo la seconda proroga, si prepara infatti a una causa per richiedere la reintegra e il risarcimento danni. Ovviamente, sarà il tribunale del Lavoro di Taranto a pronunciarsi sull’avvenimento, ma nel frattempo vale la pena ricordare alcuni principi del diritto del lavoro.
Non è possibile prevedere come finirà questa causa, perché dovranno essere accertate le dichiarazioni del lavoratore e l’operato dell’azienda nelle specifiche circostanze, ma vale la pena ricordare quali sono i limiti, anche perché ci sono dei precedenti.
L’azienda può obbligarti a dimagrire?
Fortunatamente a molte persone sembra assurdo anche solo immaginare che le aziende intervengano sul peso corporeo del personale, perché ciò vuol dire che da dipendenti non si sono mai trovati a subire questa ingerenza o che da datori non hanno mai immaginato di compierla. La realtà è che, pur non facendo parte dei problemi più diffusi nel mondo del lavoro, ci sono molti casi simili. L’intromissione dell’azienda riguardo alla forma fisica dei dipendenti è in genere motivata da questioni di salute, sicurezza o estetica.
C’è chi teme le ripercussioni sulla salute e si preoccupa dell’indennità di malattia da corrispondere, chi il rischio di infortuni (sempre da pagare), chi desidera una precisa apparenza fisica che rappresenti l’immagine aziendale. Non è importante approfondire le motivazioni, peraltro quasi mai condivisibili, che spingono alcune aziende, quanto piuttosto richiamare i confini. Il datore di lavoro non è in alcun modo legittimato a interferire con tutto ciò che riguarda la sfera privata e personale dei dipendenti, che sono legati da un contratto per lo svolgimento delle proprie mansioni e non sue proprietà.
A prescindere dalle ragioni, anche qualora fossero effettivamente legate a buone intenzioni, nessuno può imporre ai dipendenti una dieta dimagrante o in generale qualsiasi regime alimentare o cambiamento di peso. A dirla tutta, non dovrebbero neanche essere espresse dichiarazioni in tal senso che possano offendere il lavoratore, tanto più in un ambiente professionale dove potrebbe sfociare nel mobbing. Di pari passo, nessun lavoratore può essere licenziato per ragioni di questo tipo. Oltretutto, il divieto di discriminazione vale in qualsiasi fase del rapporto di lavoro, dalla selezione per l’assunzione al rinnovo o proroga del contratto di lavoro. Il dipendente che riesce a dimostrare di essere stato discriminato può quindi ottenere un risarcimento.
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Cosa può fare il datore di lavoro?
L’unica ipotesi in cui il peso corporeo potrebbe (e il condizionale è d’obbligo) interferire sul rapporto di lavoro in corso riguarda l’idoneità alle mansioni. Nel caso in cui venga meno, con certificazione del medico competente, il datore di lavoro dovrebbe adibire il dipendente a mansioni differenti compatibili, in mancanza delle quali può optare per il licenziamento. L’inidoneità sopraggiunta può in astratto derivare dal peso, per esempio in casi di obesità o sottopeso grave, come da tante altre condizioni. Fanno eccezione, ma si tratta di campi molto particolari, settori in cui il peso corporeo rientra tra parametri fisici essenziali per lo svolgimento della mansione o dell’attività atletica in modo sicuro ed efficiente.
In questi casi, ci sono tabelle previste dai contratti a norma di legge che tengono conto della salute, della sicurezza e dei diritti del lavoratore e non impongono genericamente un dimagrimento o aumento di peso. Tanto per fare un esempio, militari, astronauti e atleti professionisti sono tenuti al rispetto di precisi parametri psicofisici che non hanno nulla a che vedere con la discriminazione o la discrezionalità personale.
Ciò detto, le aziende che sono semplicemente interessate alla salute dei dipendenti possono organizzare momenti di educazione e sensibilizzazione (tenendo conto che il personale deve partecipare alle iniziative sulla sicurezza), adeguare il menù proposto dalla mensa e in genere offrire servizi (e non obblighi), eventualmente con costi deducibili.
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