Londra custodisce le riserve auree del Venezuela. Il ruolo della capitale britannica nel mercato dell’oro

Emanuela Ceccarelli

17 Luglio 2026 - 05:40

L’oro di Caracas nei caveau della Banca d’Inghilterra è al centro di un contenzioso internazionale.

Londra custodisce le riserve auree del Venezuela. Il ruolo della capitale britannica nel mercato dell’oro

Nei sotterranei di Londra, i caveau della Banca d’Inghilterra custodiscono una fetta colossale della ricchezza globale. Contrariamente a quanto si possa pensare, la banca britannica non conserva solo l’oro del Regno Unito o quello, oggi conteso, del Venezuela.

Al suo interno si trovano infatti le riserve auree di decine di banche centrali di tutto il pianeta e di grandi istituzioni finanziarie internazionali, attratte da secoli di stabilità istituzionale della City.
Tra queste riserve figurano anche 31 tonnellate di oro appartenenti a Caracas, oggi simbolo di una delle più intricate contese legali e diplomatiche degli ultimi anni.

Perché le banche centrali portano l’oro a Londra

Per capire come l’oro di Caracas sia finito oltreoceano, è necessario analizzare la reputazione istituzionale della Banca d’Inghilterra. Fondata alla fine del Seicento, l’istituzione è considerata uno dei custodi più sicuri e affidabili al mondo. Non a caso, molti Paesi scelgono di non conservare l’interezza delle proprie riserve auree entro i confini nazionali, preferendo allocarle nell’hub londinese (o a New York).

Questa strategia non risponde soltanto a una necessità di protezione fisica contro instabilità interne o conflitti, ma offre al tempo stesso il vantaggio di trovarsi direttamente sul mercato principale, semplificando così le operazioni di compravendita, leasing o utilizzo dell’oro come garanzia finanziaria.

L’origine del deposito venezuelano: la scelta di Hugo Chávez nel 2008

Nel 2008 il governo bolivariano del Venezuela, allora guidato dal presidente Hugo Chávez, decise di depositare presso la Bank of England circa 31 tonnellate di lingotti d’oro, che all’epoca equivalevano a un valore di circa 2 miliardi di dollari. Dopo la morte di Chávez, Nicolás Maduro ha preso il suo posto, vincendo le elezioni presidenziali nel 2013.

Sotto la sua leadership, la situazione interna venezuelana è precipitata in una seria crisi economica e sociale. Il punto di maggiore criticità si è raggiunto nel 2018, anno delle nuove elezioni presidenziali. Nonostante Maduro abbia mantenuto il potere, la sua vittoria contro lo sfidante dell’opposizione, Juan Guaidó, è stata aspramente contestata sia all’interno del Paese sia da parte della comunità internazionale.

Tra le nazioni che si sono schierate contro la legittimità della presidenza di Maduro in Venezuela figura proprio il Regno Unito. Di conseguenza, per le autorità britanniche il governo ufficiale in carica a Caracas non ha il titolo legale per disporre dei beni della nazione all’estero. La Banca d’Inghilterra ha proceduto quindi a congelare i lingotti, negando formalmente ai funzionari di Maduro qualsiasi prelievo o trasferimento delle riserve.

Dal canto suo, l’esecutivo venezuelano respinge radicalmente questa posizione, qualificando il blocco come un sequestro privo di basi legali e una grave violazione della sovranità nazionale. Caracas ritiene che trattenere l’oro equivalga a sottrarre risorse vitali che appartengono legittimamente al popolo venezuelano e che potrebbero essere usate per finanziare beni di prima necessità e programmi economici, soprattutto in un momento in cui il Paese è già penalizzato da pesanti sanzioni internazionali.

Dalle aule di tribunale a Buckingham Palace

Negli ultimi giorni, la vicenda ha registrato una significativa evoluzione formale. Delcy Rodríguez, presidente ad interim del Venezuela dopo la cattura di Maduro, ha indirizzato una lettera ufficiale direttamente a Re Carlo III. Nell’appello, la vicepresidente chiede l’intervento del sovrano britannico affinché interceda per lo sblocco dell’oro trattenuto a Londra, definendo la situazione come un ostacolo inaccettabile alle relazioni tra i due Paesi.

La richiesta arriva in un momento di emergenza assoluta. Lo scorso 24 giugno, infatti, il Venezuela è stato colpito da un doppio terremoto che ha causato causato almeno 3.811 vittime e oltre 16.000 feriti. Anche i danni strutturali sono immensi, centinaia di edifici sono crollati e circa 17.000 persone sono attualmente rimaste senza casa, costrette a vivere in tendopoli d’emergenza, mentre la rete di distribuzione dell’acqua e il sistema di gestione dei rifiuti sono al collasso.

Parallelamente all’appello alla Corona britannica, che non ha alcun potere d’influenza sulle decisioni della magistratura e del governo, la presidente ad interim ha avviato colloqui diretti con i vertici del Fondo Monetario Internazionale per sbloccare ulteriori risorse finanziarie detenute dall’organizzazione.

Negli anni, la questione delle riserve venezuelano è stata oggetto di lunghi passaggi giudiziari presso le corti britanniche. Al momento, le decisioni dei giudici restano incentrare sulla definizione giuridica di quale autorità debba essere considerata il legittimo interlocutore per la gestione dei beni di uno Stato estero, in una partita legale che non accenna a risolversi.