Lo smart working? Non è per tutti, ecco perché

Alberto De Pasquale

09/03/2026

La diffusione è ampia ma solo a certe condizioni e l’Italia ha un’economia basata in gran parte su settori che richiedono attività in presenza.

Lo smart working? Non è per tutti, ecco perché

Non bastano un computer e una buona connessione alla rete. C’è un mix di fattori che consente di lavorare da remoto e in Italia riguarda solo una parte degli occupati. Nonostante la consistente diffusione nel nostro Paese, sebbene chiaramente non ai livelli del 2020-2021 quando si era imposto come modalità dominante in numerosi settori, il cosiddetto smart working risulta possibile solo a determinate condizioni, rivelando molto sulle caratteristiche dell’occupazione italiana.

Se si considera che in Italia gran parte dei posti di lavoro prevede forme più o meno strette di contatto col pubblico, spesso a bassa specializzazione e autonomia decisionale, e che i servizi, tra cui la ristorazione e il turismo, sono in crescita, si può capire facilmente perché il lavoro a distanza per molti non è nemmeno un’opzione. Come se non bastasse, arrivano anche esempi di grandi aziende che potrebbero continuare a prevederlo e stanno invece tornando indietro.

Per capire lo stato dello smart working in Italia è utile analizzare i dati Istat del Censimento permanente del 2023 e incrociarli con quelli, sempre di fonte Istat, sugli occupati italiani per settore di attività. Nel 2023 sono stati circa 3,4 milioni, il 13,8% del totale, i lavoratori (dipendenti e autonomi) che in Italia hanno sperimentato una qualche forma di lavoro da remoto, di cui il 7,9% in misura limitata e il 5,9% per almeno la metà dei giorni lavorativi.

Lo smart working in Europa

Chi rientra in questo 5,9% è considerato da Eurostat un lavoratore da remoto “abituale” (“usually working from home”): un dato che vede l’Italia nettamente sotto la media Ue, pari al 9,1%. In Finlandia i lavoratori da remoto abituali sono il 22,2% del totale, in Irlanda il 21,8%, in Svezia il 15,3%, in Belgio il 14,6%, in Germania il 13% e in Francia l’11%. Ai minimi ci sono la Grecia, che non va oltre l’1,9%, la Romania all’1,2% e la Bulgaria all’1,1%. Sarebbe facile guardare a questi numeri e spiegare le profonde differenze tra gli Stati membri puramente dal punto di vista del diverso livello di digitalizzazione: nonostante anche questo fattore abbia un peso, bisogna considerare come è fatto il mercato del lavoro.

I lavoratori italiani per settore

In Italia gli occupati lavorano per il 70% nei servizi, per il 26% nell’industria e nelle costruzioni e per il 4% in agricoltura, silvicoltura e pesca. Ovviamente all’interno dello stesso settore sono previste figure con diverse mansioni: per esempio nell’automotive c’è chi lavora in fabbrica e svolge quindi un’attività per la quale è prevista la presenza sul posto, ma ci sono anche profili diversi, come il marketing, per i quali è più facile alternare una presenza in ufficio a un’attività da remoto. Analizzando però come si compone il mercato del lavoro italiano emerge chiaramente che la diffusione dello smart working ha dei limiti impliciti.

Chi può davvero lavorare da remoto

Già sommando soltanto la quota degli occupati in agricoltura, silvicoltura e pesca (4%) a quelle delle costruzioni (7%), del commercio e della riparazione di auto e moto (14%), di trasporto e magazzinaggio (5%), di ristorazione e alloggio (7%) e di istruzione e sanità (15%), si arriva a oltre metà dei lavoratori italiani. A questi, bisogna naturalmente aggiungere il 19% degli occupati nell’industria in senso stretto e si arriva a oltre il 70% dei lavoratori italiani. Come detto, anche al netto delle diverse mansioni, sono tutti settori molto rilevanti e che prevedono un certo livello di contatto col pubblico, in alcuni casi indispensabile, rendendo quindi poco fattibile la possibilità di ricorrere al lavoro da casa. I settori più in linea con un’attività da remoto risultano abbastanza marginali. Nell’informazione e comunicazione lavora appena il 3% degli occupati italiani e nelle attività finanziarie il 2%, mentre l’amministrazione pubblica non va oltre il 5%.

Smart working e occupazione Smart working e occupazione Quota dei lavoratori italiani nel settore informazione e comunicazione e percentuale di chi lavora da remoto

I settori coinvolti

Come sottolinea Istat, «lo smart working non ha avuto lo stesso impatto in tutti i settori dell’economia»: in quelli ad alto contenuto tecnologico «è diventato parte integrante dell’organizzazione aziendale, mentre in quelli legati alla manifattura, al commercio o alla sanità, resta invece un’alternativa marginale, anche perché difficilmente applicabile». Se si suddividono i lavoratori italiani per attività economica non sorprende scoprire che nei servizi di informazione e comunicazione oltre il 60% riesce a lavorare qualche giorno a settimana da remoto e quasi il 44% nel campo finanziario e assicurativo. Tra chi lavora nel commercio, invece, poco più del 8% riesce a lavorare da casa e la stessa quota vale per i trasporti. Nel caso di hotel e ristoranti, ovviamente, chi può lavorare a distanza per qualche giorno a settimana è ancora meno: il 3,8%.

Lavoro da remoto e occupazione Lavoro da remoto e occupazione Quota dei lavoratori italiani nel settore alloggio e ristorazione e percentuale di chi lavora da remoto

La situazione nelle grandi città

A conferma di questi dati, ci sono anche le indicazioni territoriali, che vedono le grandi città, con maggiore rappresentanza di settori terziari avanzati e infrastrutture digitali evolute, a trainare lo smart working in Italia. A Milano può lavorare da casa oltre il 38% degli occupati, a Roma più del 29% e a Bologna quasi il 28%, mentre a Catania si scende all’11% e a Messina a poco più del 9%.

Il caso Stellantis

Di recente l’amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa ha comunicato che dal 2027 tutti i dipendenti italiani dovranno tornare a lavorare in presenza. Circa un terzo dei dipendenti in Italia, chiaramente soprattutto tra chi non lavora in fabbrica, potranno usufruire di due giorni di lavoro da casa a settimana per un altro anno, prima di tornare fissi nelle sedi aziendali, rinunciando a questa forma di flessibilità.

Fonti

Istat