La diffusione è ampia ma solo a certe condizioni e l’Italia ha un’economia basata in gran parte su settori che richiedono attività in presenza.
Non bastano un computer e una buona connessione alla rete. C’è un mix di fattori che consente di lavorare da remoto e in Italia riguarda solo una parte degli occupati. Nonostante la consistente diffusione nel nostro Paese, sebbene chiaramente non ai livelli del 2020-2021 quando si era imposto come modalità dominante in numerosi settori, il cosiddetto smart working risulta possibile solo a determinate condizioni, rivelando molto sulle caratteristiche dell’occupazione italiana.
Se si considera che in Italia gran parte dei posti di lavoro prevede forme più o meno strette di contatto col pubblico, spesso a bassa specializzazione e autonomia decisionale, e che i servizi, tra cui la ristorazione e il turismo, sono in crescita, si può capire facilmente perché il lavoro a distanza per molti non è nemmeno un’opzione. Come se non bastasse, arrivano anche esempi di grandi aziende che potrebbero continuare a prevederlo e stanno invece tornando indietro.
Per capire lo stato dello smart working in Italia è utile analizzare i dati Istat del Censimento permanente del 2023 e incrociarli con quelli, sempre di fonte Istat, sugli occupati italiani per settore di attività. Nel 2023 sono stati circa 3,4 milioni, il 13,8% del totale, i lavoratori (dipendenti e autonomi) che in Italia hanno sperimentato una qualche forma di lavoro da remoto, di cui il 7,9% in misura limitata e il 5,9% per almeno la metà dei giorni lavorativi. [...]
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