Secondo la Cassazione e la Corte Costituzionale i lavoratori incapaci quando ricevono la lettera hanno 240 giorni di tempo per impugnare il licenziamento. Ecco perché.
Contestare il licenziamento è un importante diritto dei lavoratori per difendersi da provvedimenti ingiusti, ma l’azione deve essere intrapresa entro limiti ben definiti. Altrimenti, nessun licenziamento sarebbe mai considerato definitivo e si creerebbe una situazione di incertezza e instabilità estremamente deleteria per il mercato del lavoro. In particolare, la legge prevede un tempo massimo di 60 giorni dalla notifica del licenziamento per l’impugnazione stragiudiziale. Si tratta sostanzialmente dell’atto con cui viene comunicato al datore di lavoro che si intende contestare la fine del rapporto di lavoro.
Poi, entro 180 giorni dalla presentazione dell’impugnazione, deve seguire il ricorso giudiziale depositato nella cancelleria del Tribunale competente o eventualmente l’avvio di una procedura di risoluzione consensuale. Non sono termini proibitivi, ma possono diventarlo dal momento in cui il lavoratore si trova in uno stato di incapacità e non può venire a conoscenza del licenziamento o comunque impugnarlo. Di recente è intervenuta sul tema la Corte di Cassazione, che con la sentenza n. 23486/2026 ha escluso l’applicazione della prima scadenza, lasciando il termine complessivo di 240 giorni per il ricorso. Le Sezioni Unite, sulla scia della Consulta, hanno in particolare considerato che una diversa previsione avrebbe ingiustamente penalizzato i lavoratori che versano in uno stato di incapacità, impedendo loro di impugnare i licenziamenti.
I lavoratori incapaci hanno 240 giorni di tempo per impugnare i licenziamenti
Come anticipato, la legge (nel dettaglio la legge n. 604/1966) prevede specifici termini per l’impugnazione di un licenziamento in maniera valida, indipendenti l’uno dall’altro. Ciò significa che chi non si attiva entro 60 giorni dalla ricezione dell’atto perde del tutto la possibilità di contestare il provvedimento. In questo modo i rapporti sono certi e assicurati entro un tempo ragionevole, che non lascia l’azienda in balia dell’incertezza ma allo stesso tempo non impedisce ai lavoratori di tutelarsi. Ciò vale però per la generalità del personale e non anche per chi si trova in uno stato di incapacità naturale, in cui potrebbe non riuscire nemmeno a comprendere l’accaduto, figuriamoci valutarlo e decidere di contestarlo.
La cosiddetta incapacità naturale attiene infatti a una condizione di incapacità di intendere e di volere non derivante dalla legge, in questo caso temporanea e legata a situazioni passeggere legate a gravi condizioni psicofisiche. Non è quindi possibile applicare in queste situazioni le normali regole sull’impugnazione del licenziamento, soprattutto lo stretto termine di 60 giorni che ostacolerebbe l’azione difensiva del lavoratore. La sentenza n. 23486/2026 ha ribadito questo principio, ma non si deve tutto alla sua interpretazione, per quanto importante.
È stata infatti la Corte Costituzionale con sentenza n. 111/2025 a stabilire la necessità di esonerare il lavoratore che versava in uno stato di incapacità dall’onere di impugnazione entro 60 giorni. I giudici hanno contestualmente rilevato che per non compromettere le esigenze di certezza a cui è rivolta la norma non è possibile stravolgerne del tutto la funzione. Ecco perché resta comunque il termine perentorio di 240 giorni complessivi per la presentazione del ricorso giudiziale da rispettare. In questo modo, il lavoratore non è chiamato a un dovere eccessivamente gravoso e limitante, ma non cambiano i termini ultimi per la definizione di un licenziamento.
Lo stato di incapacità durante il licenziamento
L’esclusione del termine di 60 giorni per l’impugnazione stragiudiziale (che comunque non cancella il termine ultimo di 240 giorni per il ricorso) si applica, come ricordato dalle Corti, quando il lavoratore ha ricevuto notizia del licenziamento mentre si trovava in uno stato di incapacità. Ciò vuol dire che il lavoratore non era nelle condizioni psicofisiche adeguate per comprendere appieno l’atto e le sue ripercussioni.
Per quanto concerne il caso specifico del licenziamento, si tratta in genere di disturbi psicologici e mentali, che hanno effetti per diversi giorni e non permettono di avere autodeterminazione, come degli stati depressivi o di intossicazione da alcol e/o sostanze stupefacenti rilevanti dal punto di vista sanitario (nel caso affrontato dalla Consulta la lavoratrice che soffriva di depressione era anche stata sottoposta a un Trattamento sanitario obbligatorio nei medesimi giorni). Di conseguenza, è bene appoggiarsi a un avvocato per valutare le condizioni complessive e salvaguardarsi al meglio, qualora la propria salute psicofisica abbia impedito di contestare il licenziamento in tempo.
Argomenti