Le banche centrali stanno scaricando i titoli USA?

Redazione Money Premium

16 Aprile 2026 - 06:38

Treasuries nel mirino: cosa sta succedendo davvero dietro le vendite globali? Il grande dubbio dei mercati è questo.

Le banche centrali stanno scaricando i titoli USA?

L’idea che le banche centrali stiano scaricando in massa i titoli di Stato americani è diventata sempre più diffusa nelle ultime settimane, complice un contesto geopolitico incerto e segnato dalla guerra in Medio Oriente. Ma la realtà, come spesso accade nei mercati finanziari, è molto più sfumata e meno lineare di quanto suggeriscano le prime letture dei dati.

Il punto di partenza è una domanda tanto semplice quanto cruciale: le banche centrali stanno davvero vendendo Treasuries? La risposta più onesta è che probabilmente sì, ma non nella misura e con le implicazioni che molti osservatori temono. I dati che arrivano dalla Federal Reserve di New York mostrano infatti che i titoli detenuti in custodia per conto di istituzioni straniere sono scesi sotto la soglia dei 3.000 miliardi di dollari, un minimo che non si vedeva da sedici anni. Una dinamica che, a prima vista, sembra indicare un’accelerazione delle vendite, soprattutto dopo l’inizio del conflitto con l’Iran alla fine di febbraio.

Alcune stime, come quelle elaborate da Deutsche Bank, suggeriscono che nelle quattro settimane successive allo scoppio della crisi si siano registrate vendite nette per circa 60 miliardi di dollari da parte delle banche centrali. Se confermato, si tratterebbe di uno dei più intensi episodi di dismissione degli ultimi anni. Tuttavia, fermarsi a questo dato rischia di portare a conclusioni fuorvianti.

Per comprendere davvero cosa sta accadendo bisogna entrare nel dettaglio delle fonti statistiche. I dati sulla custodia della Fed sono utili, ma non rappresentano una fotografia perfetta. Oltre alle banche centrali, includono anche fondi sovrani e istituzioni multilaterali, e soprattutto non distinguono chiaramente tra vendite effettive e semplici riallocazioni degli asset. È quindi possibile che parte del calo rifletta spostamenti geografici o strategici degli investimenti più che una vera fuga dai titoli americani.

A fornire un quadro più affidabile sono i dati ufficiali del Tesoro statunitense, noti come TIC (Treasury International Capital), considerati lo standard di riferimento per misurare la domanda estera di debito USA. E qui emerge un quadro molto diverso: nel corso dell’ultimo anno le vendite nette da parte delle banche centrali sono state minime, pari a circa 34 miliardi di dollari, una frazione trascurabile rispetto allo stock complessivo detenuto. Ancora più sorprendente è il dato di gennaio, quando gli acquisti netti hanno superato i 50 miliardi di dollari, segnando il livello più alto degli ultimi tredici anni.

Questo apparente paradosso si spiega anche con fattori tecnici spesso trascurati. Le variazioni nei dati possono dipendere dall’andamento dei prezzi obbligazionari e dai movimenti dei tassi di cambio, che incidono sul valore delle riserve espresse in dollari. Inoltre, una parte delle operazioni attribuite alle banche centrali può in realtà essere effettuata attraverso intermediari o entità collegate, rendendo più complessa la lettura dei flussi.

Un caso emblematico è quello della Cina. Le statistiche ufficiali mostrano un calo significativo delle sue riserve in Treasuries, ai minimi da diciassette anni. Tuttavia, diversi analisti sostengono che Pechino stia semplicemente trasferendo parte delle sue partecipazioni verso banche statali o altri veicoli, mantenendo di fatto un’esposizione elevata al debito americano, anche se meno visibile nelle cifre ufficiali.

Nel frattempo, un altro elemento fondamentale è spesso ignorato nel dibattito: il ruolo del settore privato. Negli ultimi due anni, gli investitori privati hanno acquistato quasi 1.000 miliardi di dollari di titoli del Tesoro, più che compensando le eventuali vendite delle banche centrali. Questo flusso ha contribuito a mantenere stabile la domanda complessiva e a sostenere il mercato, nonostante le tensioni geopolitiche e l’aumento dei rendimenti.

Non solo. In termini assoluti, la presenza estera nel mercato dei Treasuries non è mai stata così elevata. Alla fine dello scorso anno, gli investitori stranieri detenevano oltre 9.200 miliardi di dollari di debito pubblico americano, un record storico. Tuttavia, se si guarda alla quota percentuale sul totale, emerge una tendenza opposta: il peso degli investitori esteri è gradualmente diminuito, scendendo intorno al 32%, il livello più basso dalla fine degli anni Novanta.

Questa dinamica riflette un cambiamento strutturale più ampio. Gli Stati Uniti stanno emettendo sempre più debito per finanziare deficit elevati, e una quota crescente di questo debito viene assorbita dal mercato interno. Di conseguenza, anche se gli investitori stranieri continuano a comprare in termini assoluti, la loro incidenza relativa si riduce.

Guardando ai prossimi mesi, molto dipenderà dall’evoluzione del contesto geopolitico e dalle condizioni finanziarie globali. La guerra in Medio Oriente potrebbe spingere alcuni Paesi emergenti a liquidare parte delle loro riserve per sostenere le economie domestiche, mentre l’andamento dei tassi di interesse negli Stati Uniti continuerà a influenzare l’attrattività dei Treasuries.

In definitiva, l’idea di una fuga generalizzata delle banche centrali dal debito americano appare, almeno per ora, esagerata. Esistono segnali di vendita, ma si tratta di movimenti marginali e spesso legati a fattori tecnici o strategici piuttosto che a un cambiamento radicale di fiducia. Il mercato dei titoli di Stato USA resta profondamente liquido e centrale nel sistema finanziario globale, anche se il suo equilibrio interno sta lentamente evolvendo.

Alla domanda iniziale, dunque, si può rispondere con una sfumatura: le banche centrali stanno probabilmente riducendo l’esposizione ai Treasuries, ma senza alcuna fuga precipitosa. E soprattutto, senza mettere in discussione, almeno per ora, il ruolo dominante del debito americano come pilastro dei mercati globali.