Negli ultimi giorni si è parlato molto del fatto che il FTSE MIB — l’indice di riferimento della Borsa italiana — sia finalmente tornato, dopo ben diciassette anni, sui livelli che precedevano la grande crisi finanziaria del 2008. Un traguardo simbolicamente importante, ma di cui, a conti fatti, non possiamo dirci fieri.
Già, perché questo “ritorno ai massimi” arriva con un ritardo notevole rispetto a molti altri indici globali. Diversi listini internazionali, infatti, non solo hanno recuperato quei livelli già da tempo, ma li hanno ampiamente superati, macinando nuovi record negli anni successivi.
Ma attenzione: c’è un aspetto tecnico, spesso trascurato, che potrebbe cambiare questa prospettiva. Il FTSE MIB, infatti, a differenza di molti altri indici globali, è un cosiddetto price return. Se si considera questa peculiarità, ci si accorge che i vecchi massimi, in realtà, erano già stati raggiunti e superati in passato.
FTSE MIB: price return e differenza con i total return
Come già accennato, il FTSE MIB segue una metodologia di calcolo particolare, diversa da quella utilizzata dalla maggior parte degli indici globali più noti. È un aspetto tecnico che spesso passa inosservato, ma che in realtà può cambiare la percezione delle performance della Borsa italiana.
Il FTSE MIB, infatti, è un indice cosiddetto “price return”, ossia che riflette esclusivamente l’andamento dei prezzi delle azioni che lo compongono, ignorando completamente l’effetto dei dividendi distribuiti dalle società. In pratica, misura solo la variazione delle quotazioni, come se ogni dividendo pagato agli azionisti semplicemente non esistesse.
Questa però non è la norma a livello internazionale. La maggior parte degli indici più seguiti e utilizzati come benchmark — come l’S&P 500, il Nasdaq, il DAX tedesco o l’Euro Stoxx 600 — seguono la logica del total return. In questo caso, i dividendi vengono sommati automaticamente nel calcolo dell’indice, contribuendo in modo significativo alla performance complessiva.
Ed è importante ricordare che, storicamente, una parte molto consistente dei rendimenti azionari nel lungo periodo, soprattutto di quelli italiani, deriva proprio dai dividendi.
È qui che emerge la differenza cruciale: confrontare un indice price return con indici total return significa, di fatto, non fare un confronto omogeneo e coerente. E nel lungo periodo questa asimmetria può generare distorsioni nelle valutazioni.
Se applicassimo anche al mercato italiano la stessa metodologia total return, infatti, esso avrebbe superato i massimi del 2008 già da qualche anno.
FTSE MIB: come i dividendi cambiano la prospettiva sui massimi storici
Il grafico che segue mostra un ETF sul FTSE MIB dal 2006 a oggi, nella forma in cui lo vediamo di solito. Si tratta, come già detto, di un indice price return, che considera esclusivamente l’andamento dei prezzi delle azioni che lo compongono, escludendo completamente i dividendi. Guardandolo in questa versione, l’impressione che se ne ricava è che i vecchi massimi siano stati raggiunti solo ora, nel 2025.
ETF FTSE MIB - Justetf.com
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Ma se analizziamo lo stesso ETF considerando anche i dividendi reinvestiti nel calcolo della performance, costruendo una sorta di versione total return dell’indice, il quadro cambia in modo significativo. In questo scenario, l’ETF FTSE MIB aveva già superato i massimi pre-crisi nel 2022, cioè ben tre anni prima rispetto a quanto suggerisce la versione price return.
ETF FTSE MIB - Justetf.com
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Si tratta di un dettaglio tecnico che può sembrare marginale, ma in realtà è fondamentale per capire davvero la performance del mercato italiano, soprattutto se vogliamo confrontarlo in maniera coerente con altri indici globali.
Tuttavia, è altrettanto vero che, nonostante questa correzione metodologica permetta di apprezzare meglio i rendimenti reali del mercato italiano, il FTSE MIB rimane comunque in ritardo rispetto a molti altri listini internazionali. Questo divario evidenzia che, oltre agli aspetti tecnici legati al calcolo dell’indice, permangono differenze strutturali nel funzionamento e nella crescita del mercato italiano rispetto ai principali mercati globali.
Se da un lato possiamo riconoscere che il recupero dei massimi storici è avvenuto più rapidamente di quanto sembri osservando solo il price return, dall’altro rimane chiaro che ci sono ancora margini significativi per rafforzare la solidità, la liquidità e la capacità di attrazione di investimenti sul nostro mercato.