Negli ultimi anni un fenomeno silenzioso ma sempre più evidente sta modificando il comportamento delle famiglie europee e, di conseguenza, l’intera traiettoria della crescita economica del Vecchio Continente. Si tratta della paura di spendere, una forma di prudenza estrema che va ben oltre la semplice attenzione ai conti e si traduce in un risparmio eccessivo persistente anche quando i redditi reali sono tornati a crescere.
Questo atteggiamento, alimentato da fattori psicologici, culturali e macroeconomici, sta creando un freno potente alla domanda interna, contribuendo in modo determinante al divario di performance tra Europa e Stati Uniti.I dati più recenti confermano un quadro chiaro.
Dal 2019 a oggi i consumi delle famiglie nella zona euro sono aumentati solo del 5,5 per cento in termini reali, mentre nel Regno Unito la crescita si è fermata al 2 per cento. Nello stesso periodo, negli Stati Uniti l’incremento ha raggiunto il 18 per cento. Parallelamente, il tasso di risparmio delle famiglie dell’area euro si è attestato intorno al 15 per cento del reddito disponibile nell’ultimo anno, contro il 12,5 per cento registrato prima della pandemia. Nel Regno Unito il rapporto di risparmio è quasi raddoppiato rispetto ai livelli pre-2020. Il paradosso è che i redditi reali disponibili sono oggi dell’8 per cento superiori a quelli del 2019: le famiglie europee hanno più soldi in tasca, ma scelgono di non spenderli.
Un cambio di paradigma per gli europei
Questa discrepanza non è solo un dato statistico. Rappresenta un cambiamento profondo nel rapporto che gli europei hanno con il denaro. In molti Paesi, soprattutto del Nord e dell’Est Europa, il denaro viene percepito innanzitutto come garanzia di sicurezza finanziaria piuttosto che come strumento per godere di libertà o esperienze. Questa mentalità, radicata in decenni di cultura della frugalità e rafforzata dalle memorie collettive di guerre, inflazioni e crisi, si è ulteriormente irrigidita dopo lo shock inflazionistico del 2022. Anche a distanza di più di tre anni dal picco dei prezzi, l’effetto psicologico dell’inflazione continua a pesare: molti consumatori hanno interiorizzato l’idea che spendere, soprattutto per beni non essenziali, sia un rischio da evitare.
I comportamenti individuali si sommano e producono effetti macroeconomici rilevanti. Secondo le stime degli economisti, se il tasso di risparmio delle famiglie dell’area euro tornasse semplicemente ai livelli pre-pandemia, il PIL della zona euro potrebbe ricevere un impulso aggiuntivo fino all’1,3 per cento. Si tratta di un margine significativo in un contesto di crescita anemica e di domanda interna debole che frena le imprese, in particolare quelle del settore del lusso e dei beni discrezionali. Molte aziende europee di alta gamma, infatti, dipendono in larga misura dai consumatori americani e asiatici, perché il mercato domestico si è fatto troppo cauto.
Il divario con gli USA
Il confronto con gli Stati Uniti evidenzia ulteriormente il divario culturale e comportamentale. Oltreoceano il denaro viene spesso associato a libertà e possibilità di realizzazione; l’uso del credito al consumo è più diffuso e accettato socialmente. In Europa, invece, prevale l’istinto di accumulare riserve per far fronte a incertezze future, legate anche all’invecchiamento della popolazione e alla sostenibilità dei sistemi pensionistici.
Questa differenza di atteggiamento spiega una parte importante del gap transatlantico nella crescita degli ultimi anni: mentre gli americani hanno sostenuto la ripresa con una spesa robusta, soprattutto tra i redditi più alti, gli europei hanno preferito rafforzare i propri cuscinetti finanziari.Le cause di questo risparmio eccessivo sono molteplici e si intrecciano. Da un lato c’è l’effetto psicologico duraturo dell’inflazione, che ha eroso il potere d’acquisto e creato una sorta di “shock da prezzo” ancora percepito.
Dall’altro agiscono fattori strutturali: l’incertezza geopolitica, la preoccupazione per le pensioni future, l’avversione al rischio tipica di molte culture europee e la storica preferenza per la liquidità. Circa un terzo delle attività finanziarie delle famiglie europee è ancora detenuto in contanti o depositi bancari, con rendimenti spesso inferiori all’inflazione, sottraendo risorse all’economia reale.
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Gli effetti economici del risparmio
Le conseguenze non si limitano al rallentamento dei consumi. Una domanda interna debole deprime gli investimenti delle imprese, riduce la pressione inflazionistica ma allo stesso tempo limita il potenziale di crescita di lungo periodo. I governi, già gravati da alti livelli di debito e da spese crescenti per difesa e welfare, hanno margini ridotti per stimolare la spesa attraverso tagli fiscali. La Banca Centrale Europea e gli analisti internazionali sottolineano come sia necessario incoraggiare un passaggio dal risparmio in forma liquida verso forme di investimento più produttive, ma questo richiede un cambiamento culturale non immediato.
Da un lato, la persistenza della paura di spendere rischia di consolidare un circolo vizioso di bassa crescita e bassa fiducia. Dall’altro, un eventuale allentamento delle tensioni inflazionistiche e un miglioramento del sentiment economico potrebbero gradualmente sciogliere questa prudenza. Tuttavia, il cambiamento non sarà automatico: richiede tempo, segnali chiari di stabilità e, forse, interventi mirati che rendano più attraente l’uso del denaro per consumi e investimenti produttivi.