L’Ucraina sta facendo le spese di un conflitto geopolitico e geoeconomico globale in cui è diventata uno strumento pressoché indispensabile: sostenerla politicamente e militarmente serve a forzare la mano sulla Russia per ottenerne favori su altri scacchieri.
Per questo motivo, anche Donald Trump ha abbandonato l’obiettivo di obbligare Mosca e Kiev a concludere una pace in tempi brevi.
Se la Russia ha invaso l’Ucraina per rispondere all’estensione continua della Nato, che ormai era arrivata quasi dappertutto alle sue frontiere, e soprattutto per mantenere la presa sulla Crimea e dunque sul Mar Nero che è la porta sul Mediterraneo, dall’altra parte, la Gran Bretagna doveva rimediare al fallimento della Brexit, la strategia che era stata decisa per sganciarsi da Bruxelles e recuperare un ruolo di player globale facendo da partner finanziario della Cina.
Con un rapporto paritario, tra due ex Imperi, Londra avrebbe impiegato il risparmio cinese in giro per il mondo, mentre Pechino avrebbe continuato a presidiare il processo industriale interno: ma la Cina ha preferito fare da sola, con la Belt and Road Initiative, ed anzi è diventata il partner industriale fondamentale della Germania della Cancelliera Angela Merkel che aveva pure stretto rapporti energetici strettissimi con la Russia di Vladimir Putin realizzando il North Stream e poi raddoppiandolo: a nulla era valsa l’opposizione degli Usa e dello stesso Donald Trump nel corso del suo primo mandato presidenziale.
Non solo: la Germania aveva approfittato della crisi dei PIIGS per imporre una deflazione sistemica che aveva indebolito l’euro a tutto vantaggio delle esportazioni tedesche.
Londra doveva reagire a questo isolamento sistemico, e l’ha fatto agganciando da una parte l’Ucraina e dall’altra bypassando la Germania a favore della Polonia: il solito tranello che era stato usato prima da Napoleone, che ricostituí il Granducato di Varsavia per indispettire la Prussia e la Russia, e poi da Lloyd George col Trattato di Versailles che aveva diviso la Prussia dal resto della Germania assicurando uno sbocco al mare della Polonia con il Corridoio di Danzica.
Gli Usa non potevano che condividere l’astio britannico nei confronti di Berlino: il Dieselgate, scoppiato già ai tempi di Barak Obama, fu solo il primo avviso della insofferenza rispetto ad una bilancia commerciale strutturalmente ed ampiamente favorevole alla Germania.
Isolare la Germania dalla Russia era diventato un obiettivo primario per gli Usa, mentre la Cina era diventato il principale competitor come potenza globale.
La pace in Ucraina non fa dunque comodo a nessuno, neppure alla Germania del Cancelliere Friedrich Merz che sta approfittando del clima di conflitto sistemico determinatosi nei confronti della Russia per decidere il riarmo con l’obiettivo di costituire l’esercito convenzionale più forte dell’intera Europa: approfitta della enorme quantità di risorse finanziarie accumulate con le esportazioni negli ultimi vent’anni e del beneficio di avere un debito pubblico irrisorio.
Tutti vantaggi, questi ultimi, che Londra neppure si sogna: ancora una volta, sul Tamigi hanno fatto male i conti, offrendo la strada spianata al riarmo tedesco.
Altro che Piano Rearm di Bruxelles, flessibilità sul deficit e debito comune europeo come ai tempi del New Generation-Ue: ognuno dovrà farcela da solo, e Berlino non ha bisogno di aiuti.
A Londra non resta che spostare il focus del conflitto sul territorio russo, con azioni eclatanti sul piano mediatico: gli attacchi portati agli aeroporti in cui stazionavano velivoli capaci di portare attacchi nucleari, ed i droni marini lanciati contro i piloni del Ponte di Kerch servono ad influenzare l’opinione pubblica mondiale, convinta che sul terreno le truppe di Kiev sono spacciate.
Per questo, la guerra deve continuare ed i colloqui di Istambul devono essere sospesi: a Londra serve tempo per sostenere Kiev, a cui arriveranno altre armi, soprattutto droni aerei, capaci di attacchi in profondità in territorio russo.
Anche a Trump, probabilmente, questo prolungamento del conflitto ucraino serve per regolare altre partite: c’è la spinosissima questione dell’Iran da sistemare. Mosca non ha alcun interesse ad avere un altro Paese dotato di armi nucleari e va coinvolto in un possibile accordo di cui sia garante.
Il silenzio ufficiale e le contraddittorie indiscrezioni sulla conoscenza o meno da parte di Washington degli attacchi ucraini alle basi aeree russe fa parte del copione: se la Russia non forza sull’Iran, la prospettiva della pace con Kiev si allontana.
La Francia di Emmanuel Macron non puó che aggrapparsi al conflitto in corso in Ucraina per assumere un ruolo di visibilità e di presenza sul piano internazionale: del pari, le dolorosissime vicende di Gaza costruiscono uno scenario di crisi su cui intervenire.
C’è poi il partito dei soldi, quello dell’industria degli armamenti, che è presente dappertutto: gli affari sono affari e mai se ne stanno facendo come in questi mesi.
In Ucraina, per la Russia c’è ben poco da colpire dal punto di vista strategico se non i continui rifornimenti di armi che arrivano dall’estero: non ha interesse a colpire i collegamenti ferroviari con la Polonia, perché il danno che assesta distruggendo le armi è superiore.
Giorno dopo giorno, sfianca i Volenterosi che mandano aiuti a Kiev, vanificandone gli sforzi: non è sul fronte, sul terreno, che Mosca impegna i suoi uomini in una carneficina senza fine, ma sulle retrovie logistiche.
Questo è il massacro politico ed economico a cui punta.
Ecco perché la pace non serve a nessuno, mentre la guerra che continua in Ucraina fa comodo a tutti.