La nuova globalizzazione: il caos di Trump rilancia l’investimento nazionale

Redazione Money Premium

26 Giugno 2025 - 06:52

La nuova globalizzazione incentiva gli investimenti nazionali: meno capitali all’estero, più stimoli interni e ritorno strategico all’economia del proprio Paese.

La nuova globalizzazione: il caos di Trump rilancia l’investimento nazionale

La politica economica globale sembra muoversi in un’inedita direzione, e paradossalmente, parte del merito va a Donald Trump. L’ex presidente USA, con la sua agenda commerciale imprevedibile, ha innescato una catena di eventi che ora alimenta un rinnovato home bias negli investimenti: un ritorno alla valorizzazione dell’economia nazionale da parte degli stessi risparmiatori domestici.

A sei mesi dall’inizio dell’anno, gli analisti finanziari cercano di interpretare il caos per delineare i nuovi equilibri globali. Un esempio emblematico è quello di Larry Fink, CEO di BlackRock, che parla di una “seconda bozza della globalizzazione”, un modello intermedio tra il laissez-faire economico e il nazionalismo protezionista. Fink immagina un mondo dove i mercati restano aperti, ma con un forte incentivo a far rientrare i capitali per finanziare la crescita interna. In parole sue: “Le persone alimenteranno la crescita del proprio Paese e ne possederanno una parte.”

Il progetto di Trump di re-industrializzazione dell’America – tra dazi, incentivi bilaterali e un minore deficit commerciale – è un’estensione di questa visione. L’obiettivo politico è creare nuovi posti di lavoro nell’industria manifatturiera, anche a costo di sacrificare parte dell’attrattiva degli asset finanziari USA per gli investitori esteri.

Ma forse il maggiore successo della dottrina “America First” si registra fuori dai confini statunitensi. La Germania ha avviato una svolta fiscale epocale, ispirata dal populismo domestico e dal protezionismo globale, puntando a rafforzare la propria base industriale. L’Europa, più in generale, sembra convergere verso un nuovo paradigma: investimenti su sicurezza, tecnologie verdi e digitale, con l’intenzione di rilanciare la domanda interna e attrarre capitali globali, in particolare quelli statunitensi.

Anche Regno Unito, Giappone e Cina si muovono in questa direzione, attivando stimoli fiscali che potrebbero sincronizzarsi nel 2026 – evento raro nella storia economica recente, accaduto solo nel 2020 e nel biennio 2007-2008. Questo scenario giustifica in parte i massimi storici registrati dai mercati azionari globali, mentre le obbligazioni sovrane e il dollaro USA faticano sotto il peso delle nuove emissioni e dei deflussi esteri.

In questo contesto, l’investitore americano sembra tutt’altro che incline a cercare occasioni oltreconfine. I fondi azionari internazionali continuano a registrare deflussi netti, mentre i fondi monetari USA hanno superato di nuovo i 7 trilioni di dollari, sfiorando i massimi storici. È un chiaro segnale: la fiducia nel mercato domestico, pur tra le turbolenze, resta salda.

C’è dunque un «chicco di verità», come lo definiscono Emily Kilcrease e Geoffrey Gertz, nella disordinata offensiva trumpiana contro il sistema commerciale globale. La loro tesi, esposta su Foreign Affairs, è che non si tornerà mai al mondo del libero scambio totale, ma nemmeno ci si chiuderà in un protezionismo assoluto. Se ben indirizzata, questa “scossa al sistema” potrebbe preludere a una nuova fase di globalizzazione mirata.

In un 2025 segnato da incertezze, i mercati sembrano scommettere su un futuro in cui il cambiamento, anche quando nasce dal caos, può generare nuove opportunità. Una prospettiva «mezzo piena», certo, ma forse l’unica percorribile nel nuovo ordine economico globale.