Il 2025 è stato un anno controverso e problematico dal lato geopolitico, un anno di guerra diffusa e permanente in diverse parti del mondo, con centinaia di migliaia di morti. Eppure i listini azionari sono stati contrassegnati da forte crescita sia negli Stati Uniti che in Europa.
I conflitti in corso — dall’Ucraina al Medio Oriente, fino alle tensioni su rotte energetiche e commerciali strategiche — non hanno prodotto il crollo sistemico che molti osservatori si attendevano, ma hanno convissuto con indici ai massimi. L’indice Msci World, principale benchmark dell’andamento dei listini globali, è salito del 20%, l’indice Msci dell’Asia-Pacifico del 25% mentre l’indice paneuropeo Stoxx 600 ha guadagnato quasi il 17%, miglior risultato dal 2021.
Wall Street ha archiviato l’anno con rendimenti robusti, sostenuta dalla tenuta degli utili, dall’attesa di una svolta monetaria e dal ruolo trainante dei grandi gruppi tecnologici; le Borse europee hanno beneficiato del rimbalzo ciclico, della forza del settore bancario e, soprattutto, dell’espansione della spesa per difesa e sicurezza. L’avvio del 2026 conferma questa traiettoria: il nuovo anno si apre ancora sotto il segno della guerra, con fronti aperti e rischi geopolitici irrisolti, ma anche con mercati che sembrano aver interiorizzato i conflitti come una variabile strutturale, non più eccezionale. La guerra non è più uno shock improvviso da prezzare, ma uno scenario di fondo con cui la finanza ha imparato a convivere — e in alcuni settori persino a prosperare — alimentando il paradosso di Borse resilienti in un contesto globale sempre più instabile. Ma questo perché?
L’insegnamento del passato
Tra il 1933 e il 1936, mentre l’Europa era ancora immersa nella Grande Depressione, l’ascesa di Hitler non venne percepita dai mercati come una minaccia sistemica ma, al contrario, come un possibile fattore di stabilizzazione: la Borsa di Berlino recuperò terreno, l’economia tedesca ripartì grazie alla spesa pubblica, alle grandi opere e a un riarmo inizialmente mascherato, e il capitale industriale beneficiò di commesse statali e protezione politica, alimentando l’illusione che il nazismo fosse un fenomeno interno, revisionista ma negoziabile. Anche quando, tra il 1936 e il 1938, la natura aggressiva del regime divenne evidente con la rimilitarizzazione della Renania, l’Anschluss e l’intervento in Spagna, i mercati rimasero ambigui, sostenuti dall’appeasement, dai benefici indiretti del riarmo e da politiche monetarie accomodanti, trattando il rischio come frammentato e gestibile. Il vero punto di rottura arrivò solo tra il 1938 e l’estate del 1939, non direttamente nei listini ma nei flussi: aumentò la domanda di oro e valute rifugio, i capitali iniziarono a defluire verso Londra e New York, mentre le Borse restavano formalmente aperte in una normalità solo apparente. Fu l’invasione della Polonia a spezzare l’equilibrio fittizio: i mercati europei chiusero o crollarono e lo Stato prese il controllo diretto dell’economia, riducendo paradossalmente l’incertezza perché la guerra era ormai esplicita. La lezione è chiara: i mercati non furono ciechi, ma gradualisti, capaci di convivere a lungo con rischi estremi finché crescita e liquidità lo consentirono, reagendo solo quando il cambiamento di regime divenne inevitabile.
Una dinamica simile si ritrova anche nell’era moderna. Alla vigilia della guerra in Iraq contro Saddam Hussein, tra il 2002 e l’inizio del 2003, l’incertezza pesò più del conflitto stesso; ma con l’avvio dell’operazione “Iraqi Freedom” Wall Street avviò un rally e il prezzo del petrolio scese, segnalando che lo scenario peggiore era stato già prezzato. Lo stesso schema si era visto dopo l’11 settembre 2001 con l’intervento in Afghanistan: al trauma iniziale seguì una rapida normalizzazione, sostenuta da politiche monetarie espansive e da una forte spesa pubblica. Anche nelle fasi di massima tensione con l’Iran, i mercati hanno reagito in modo selettivo e contenuto, premiando energia, difesa e materie prime finché il conflitto è rimasto sotto la soglia di una guerra diretta.
Il filo conduttore è costante: i mercati non giudicano la guerra sul piano morale, ma sulla base della sua gestibilità economica. Finché il conflitto appare circoscritto, finanziabile e inserito in un quadro di dominio monetario e fiscale, la finanza tende ad adattarsi — e talvolta a salire — trasformando la guerra in spesa pubblica, commesse e liquidità. È solo quando il conflitto si prolunga, diventa costoso e destabilizzante per l’economia reale, come accaduto negli anni successivi in Iraq e Afghanistan, che smette di essere un rischio calcolabile e diventa un freno strutturale alla crescita.
Il primo fattore: la fine dell’attesa
I mercati odiano l’indeterminatezza più del conflitto in sé. Per settimane, talvolta mesi, gli investitori convivono con scenari ipotetici: escalation sì o no, intervento diretto o per procura, sanzioni o diplomazia. Questo “tempo sospeso” congela le decisioni e aumenta la volatilità.
Quando l’azione militare arriva — soprattutto se limitata, circoscritta e con obiettivi dichiarati — una parte dell’incertezza si dissolve. Il rischio diventa misurabile. I modelli possono essere aggiornati. Le coperture chiuse. I capitali riallocati. È spesso in questo momento che i listini rimbalzano.
Nel caso del Venezuela, l’intervento statunitense è stato interpretato dai mercati come un evento puntuale, non come l’inizio di una guerra regionale incontrollabile. Questo ha favorito una reazione ancora positiva.
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L’industria della Guerra come stimolo economico
C’è poi un elemento strutturale: la guerra, o anche solo la sua preparazione, attiva immediatamente la spesa pubblica. Difesa, logistica, sicurezza, approvvigionamenti energetici alternativi, infrastrutture critiche. Tutto questo significa contratti, ordini, flussi di cassa. Dopo operazioni militari salgano i titoli della difesa, dell’ industria pesante. dell’energia e della tecnologia dual use (civile-militare).
Per i mercati, questo si traduce in aspettative di crescita degli utili, soprattutto in economie dove il complesso militare-industriale è rilevante, come gli Stati Uniti.
Il ruolo centrale dell’energia: perché il petrolio resta l’oro nero
Il Venezuela è uno snodo energetico sensibile non solo per ragioni geopolitiche, ma perché il petrolio continua a essere il pilastro reale del sistema energetico globale, nonostante la spinta – politica e comunicativa – verso la transizione verde. Qui sta il paradosso: il mondo investe sulle fonti alternative, ma l’economia continua a funzionare sul petrolio. La ragione è strutturale. Il greggio non è soltanto una fonte di energia, ma una materia prima insostituibile per trasporti, industria chimica, logistica globale, fertilizzanti, plastiche, difesa e produzione manifatturiera. Nessuna fonte rinnovabile è oggi in grado di sostituirlo simultaneamente in tutti questi ambiti, né in termini di scala, né di continuità, né di costo.
A questo si aggiunge un fattore geopolitico e finanziario: il petrolio è ancora il riferimento implicito per la stabilità economica globale. I mercati lo utilizzano come termometro immediato del rischio sistemico perché il suo prezzo riflette, in tempo reale, tensioni politiche, squilibri tra domanda e offerta, fragilità delle catene di approvvigionamento. Finché il trasporto globale dipende in larga parte dai combustibili fossili e finché le economie emergenti continuano a crescere aumentando i consumi energetici, il petrolio resta centrale, al di là delle dichiarazioni di principio sulla decarbonizzazione.
In questo quadro, anche l’intera catena produttiva che ruota intorno al petrolio resta un fattore chiave per l’economia mondiale e, in modo particolare, per quella statunitense: dalle raffinerie, che trasformano il greggio in carburanti e derivati essenziali per trasporti e industria, alle infrastrutture di stoccaggio e distribuzione, come oleodotti, porti energetici e hub logistici; dai grandi operatori della chimica e della petrolchimica, che dipendono dal petrolio per plastiche, fertilizzanti e materiali intermedi, fino ai servizi avanzati per l’estrazione, la manutenzione e la sicurezza degli impianti. Negli Stati Uniti questa filiera sostiene milioni di posti di lavoro diretti e indiretti, alimenta investimenti in capitale fisso, ricerca e tecnologia e rappresenta una componente rilevante della bilancia commerciale, soprattutto grazie al ruolo crescente del Paese come esportatore netto di prodotti raffinati. È anche per questo che ogni shock geopolitico che coinvolge aree produttive sensibili non viene letto solo come un rischio per il prezzo del barile, ma come una variabile capace di incidere sull’intero sistema industriale, sui profitti aziendali e, in ultima istanza, sulla crescita economica e sui mercati finanziari.
Il punto chiave: mercati scollegati dalla realtà sociale
Il vero nodo non è perché le Borse salgano dopo un attacco militare, ma quanto questo movimento sia scollegato dalle conseguenze sociali ed economiche di lungo periodo. I mercati guardano agli utili, non al costo umano. Ai flussi, non alla stabilità sociale. Al breve e medio termine, non alle fratture geopolitiche che si accumulano nel tempo.
È per questo che leggere i rialzi di Borsa come un giudizio morale o politico è fuorviante. La finanza non approva né condanna: prezza.
La guerra piace alla finanza non perché sia desiderabile, ma perché è decifrabile. Trasforma l’incertezza in rischio calcolabile, attiva spesa pubblica, rafforza settori protetti e offre una narrazione chiara su cui costruire aspettative.
la stabilità delle Borse dopo l’attacco Usa al Venezuela non è un’anomalia: è l’ennesima conferma di un sistema finanziario che reagisce meglio agli shock definiti che ai dubbi prolungati. Un sistema efficiente nel breve periodo, ma sempre più distante dall’economia reale e dalla complessità del mondo che dovrebbe riflettere.
Ed è proprio questa distanza, oggi, il vero elemento di fragilità.