La globalizzazione ha affondato gli USA, come accadde all’URSS col Comecon

Guido Salerno Aletta

17/02/2025

Le spese militari eccessive, la deindustrializzazione a favore delle importazioni dai Paesi Clienti e l’accumulo di debiti verso l’estero sono una miscela esplosiva per gli USA.

La globalizzazione ha affondato gli USA, come accadde all’URSS col Comecon

I sistemi imperiali, quelli in cui un Paese sovrasta in termini di potenza economica i Clienti, assorbendo il loro surplus in cambio di sicurezza militare, sono per ció solo asimmetrici: uno scambio ineguale appesantisce il Centro a favore della Periferia.

Il Centro deve aumentare le spese militari, che sostengono un apparato socialmente ed economicamente improduttivo, mentre la Periferia produce più di quanto necessario per soddisfare la domanda di importazioni di merci da parte del Centro. Il Centro si deindustrializza a favore della Periferia, cui deve rendere disponibili “risorse appetibili”, idonee per tenerla legata a sé.

Arrivando al dunque, la globalizzazione è definibile come quell’assetto di interconnessione senza barriere nazionali della produzione di beni e servizi che ha caratterizzato l’economia mondiale a partite dalla adesione dei Paesi ex-comunisti alla Unione europea, dovuta alla dissoluzione dell’URSS ed al processo di smantellamento della CSI che era subentrata, e completato nel 2001 con l’adesione della Cina al WTO.

La globalizzazione rappresenta a sua volta l’altra faccia della medaglia in cui campeggia l’unilateralismo statunitense: l’unica superpotenza globale definiva ad un tempo i parametri politici, militari, economici e finanziari che regolavano le relazioni internazionali.
Già la Grande Crisi Finanziaria Americana del 2008 aveva messo in luce la insostenibilità di un processo di crescita interna alimentata dal debito delle famiglie che accendevano mutui immobiliari di cui riuscivano a rimborsare il capitale solo rivendendo, accumulando una plusvalenza e ricominciando il ciclo di acquisto ed indebitamento: senza risparmio interno, il default delle famiglie americane era stato ribaltato all’estero, alla Periferia europea che ignara e vorace aveva comprato a man bassa i titoli in cui erano stati cartolarizzati i mutui. Avevano comprato i debiti delle famiglie americane incapienti, che alla fine si erano sbarazzati del debito dichiarando default, abbandonando gli immobili che non avevano più valore per mancanza di acquirenti.

Ecco come la Periferia, Europa e Cina, che si arricchiva continuamente per il surplus commerciale accumulato annualmente nei confronti degli Usa, andava a reimpiegarlo attraverso l’acquisto di titoli statunitensi: le MBS’s immobiliari, i titoli del Tesoro, le azioni di Wall Street. Queste sono le “risorse appetibili” che sono state offerte nel tempo, tenendo legati Centro e Periferia.
La crisi americana del 2008 ha avuto due conseguenze eccezionalmente rilevanti.

Sul versante europeo, fu portato un attacco finanziario speculativo violentissimo all’eurozona facendo deflagrare la crisi delle finanze pubbliche di Grecia e dell’Italia: il loro default serviva per far collassare la moneta unica, rendendo inevitabile il ritorno al Marco tedesco rivalutato. In questo modo, per un verso il surplus colossale della Germania nei confronti degli USA sarebbe stato finalmente riassorbito, e per l’altro sarebbe stata affondata definitivamente la pretesa europea di avere una valuta di riserva internazionale paragonabile al dollaro.

Ma la Germania si oppose decisamente a questa prospettiva: mentre riuscí ad imporre il Fiscal Compact, che ci ha condannati a un decennio di stagnazione, spostó decisamente il suo asse di crescita delle relazioni commerciali internazionali verso la Cina che divenne il primo partner preferenziale. La globalizzazione comincia a sgranarsi.
Sul versante della Cina, venne definitivamente meno la fiducia sulla stabilità americana: fu necessario cambiare violentemente il driver di crescita, orientandosi sugli investimenti interni in campo infrastrutturale ed immobiliare che hanno creato problemi sia politici che finanziari colossali. La virata verso le produzioni a maggior valore aggiunto e l’alta tecnologia si resero parimenti indispensabili: è un’altra picconata alla globalizzazione.

Il Presidente americano Trump, sin dal suo primo mandato, ha avuto chiara la insostenibilità del sistema imperiale statunitense, che comporta spese militari enormi e disavanzi commerciali strutturali, da compensare con debiti crescenti ed un gigantesco flusso di pagamenti di interessi all’estero. I dazi sono l’unica maniera per cercare di riequilibrare il disavanzo senza abbattere il valore del dollaro: Wall Street ne uscirebbe devastata, e cosí la ricchezza finanziaria delle famiglie americane.
A ben vedere, anche la crisi del COMECON, il sistema di baratto commerciale che legava i Paesi comunisti all’URSS, derivó dallo scambio ineguale tra il petrolio che veniva fornito dalla Russia ai Paesi Clienti e la manifattura importata: fu decisiva l’improvvida decisione di Krushev di agganciare il prezzo del petrolio russo alla quotazione internazionale. L’effetto ricchezza che ne derivó, fece spostare l’asse della crescita della Russia dallo sviluppo tecnologico che l’aveva portata a primeggiare nella corsa allo Spazio allo sfruttamento minerario.

Peggio ancora, il petrolio russo divenne la “risorsa appetibile” nei confronti dei Paesi Clienti: la Russia si deindustrializzava a vantaggio della sua Periferia e si indebitava sui mercati internazionali mettendo a garanzia la produzione petrolifera.
Le spese militari necessarie per sostenere l’invasione in Afganistan del 1989, combinate con il crollo del prezzo internazionale del petrolio che derivó dalla improvvisa decisione dell’Arabia Saudita di quintuplicare la sua produzione, portarono al collasso prima del Comecon e poi dell’URRS.
Gli alti deficit commerciali sovietici si dimostrarono incompatibili con un prezzo troppo basso del petrolio: non riusciva più a garantire il debito estero.

Parimenti, gli alti deficit commerciali americani sono incompatibili con un livello troppo basso dei tassi di interesse sul debito detenuto dagli investitori stranieri.
La fine della globalizzazione deriva dalla fine dell’unipolarismo americano: le spese militari eccessive, la deindustrializzazione a favore delle importazioni dai Paesi Clienti e l’accumulo di debiti verso l’estero sono una miscela esplosiva.