La fiducia verso l’America vacilla, ma l’uscita dai mercati USA sarà lenta e dolorosa

Redazione Money Premium

9 Luglio 2025 - 06:25

Mentre Wall Street corre, cresce tra gli investitori l’idea che l’America non sia più l’unico faro. Ma ridurre l’esposizione richiede tempo, coraggio e un cambio di paradigma.

La fiducia verso l’America vacilla, ma l’uscita dai mercati USA sarà lenta e dolorosa

Nonostante il recente rally che ha riportato l’S\&P 500 vicino ai massimi storici, la convinzione che gli Stati Uniti siano il baricentro eterno della finanza globale inizia a incrinarsi. Se da un lato molti investitori internazionali restano ancorati alla strategia del “buy the dip”, dall’altro emergono segnali chiari di un cambiamento di sentiment. La domanda non è più se l’America sia ancora centrale, ma quanto a lungo lo resterà.

All’inizio dell’anno, soprattutto dopo l’annuncio dei dazi “reciproci” da parte di Donald Trump, sembrava che l’epoca dell’unilateralismo USA stesse per finire. Il rischio politico, insieme all’instabilità geopolitica e a un dollaro volatile, ha messo in discussione la supremazia americana nei portafogli globali. Tuttavia, il ritorno della calma sui mercati e la solida performance degli indici statunitensi hanno ridato fiato ai sostenitori della resilienza americana.

Secondo Fahad Kamal, chief investment officer della banca privata Coutts, “le narrazioni cambiano, ma la vera stella polare resta la crescita degli utili — e negli USA è ancora superiore.” È un’analisi condivisa da molti, ma che inizia a sontrarsi con una nuova consapevolezza.
L’ultimo sondaggio mensile di Bank of America mostra infatti una svolta: solo il 23% degli investitori ritiene che le azioni USA offriranno i migliori rendimenti nei prossimi cinque anni. Più del 50% punta su azioni internazionali, con Europa e Asia in prima linea. Un’inversione che, pur non ancora riflessa pienamente nei flussi di capitale, segna un cambiamento culturale profondo.

Il problema è strutturale: i benchmark globali, dominati da titoli americani, impongono una sovraesposizione agli USA (60% negli indici mondiali, 70% nei paesi sviluppati). Uscirne significa sfidare convenzioni decennali, prendere decisioni complesse e, soprattutto, assumersi responsabilità in caso di underperformance.
Ridurre il peso degli USA richiede una scelta ponderata: non è solo una questione di rendimenti, ma di gestione del rischio, reputazione e cicli di approvazione nei comitati di investimento.

Anche per questo, la maggior parte degli investitori istituzionali continua a rimanere posizionata sugli USA, ma con alcune precauzioni: si rafforzano le coperture valutarie per mitigare la volatilità del dollaro e si valutano progressivamente esposizioni più selettive verso settori e titoli non americani.

I mercati globali stanno subendo una riscrittura sistemica. Le scelte imprevedibili dell’amministrazione USA stanno cambiando le regole del gioco.
La realtà è che l’uscita dall’America non sarà un’esplosione, ma un lento sgretolamento. Serve tempo, approvazioni, riformulazioni di benchmark e molto coraggio. Ma il cambiamento è in atto.

La vera prova arriverà nei prossimi mesi, quando i grandi fondi pensione e le assicurazioni dovranno decidere se restare fedeli al sistema che ha premiato per decenni, o scommettere su un nuovo equilibrio globale — meno dipendente dagli USA e più orientato a un mondo multipolare, finanziariamente e politicamente.
La partita è appena cominciata.