La Federal Reserve, simbolo dell’autonomia economica statunitense, si trova oggi a fronteggiare una delle prove più complesse e delicate della sua storia. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riportato al centro del dibattito una questione cruciale: la Fed può davvero restare indipendente in un contesto di crescente interferenza politica?
La tensione tra l’istituzione e l’esecutivo è esplosa pubblicamente quando Trump, attraverso il suo social Truth Social, ha criticato apertamente il presidente della Fed, Jerome Powell, accusandolo di mantenere tassi di interesse troppo alti, rallentando così la crescita economica americana e costando al paese «centinaia di miliardi in rifinanziamenti». In un gesto senza precedenti, ha persino mostrato un foglio scritto a mano con il suo famoso pennarello nero, elencando i tassi delle banche centrali mondiali e denunciando come gli Stati Uniti fossero «fanalino di coda».
Powell, che ha ricevuto lodi dai leader internazionali come Christine Lagarde della Banca Centrale Europea, è stato tuttavia definito da Trump con epiteti come “stupido”, “testardo” e “totale idiota”. Le sue decisioni, tese a mantenere l’inflazione sotto controllo, si scontrano con gli obiettivi della Casa Bianca, orientati a ridurre il costo del debito federale in un contesto di crescente indebitamento pubblico.
L’idea che Trump possa nominare uno “shadow chair” — un presidente ombra della Fed — prima della naturale scadenza del mandato di Powell (prevista per maggio 2026), ha fatto tremare i mercati. Gli investitori temono una politicizzazione della politica monetaria, scenario che potrebbe minare la fiducia nella stabilità finanziaria americana.
Storicamente, la separazione dei poteri tra governo e banca centrale è stato un pilastro della politica economica statunitense. Dal 1951, grazie a un accordo con il Tesoro, la Fed ha gestito in autonomia la politica dei tassi d’interesse. Tuttavia, la possibilità che il presidente possa nominare preventivamente un sostituto “più allineato” — senza passare per la fine del mandato ufficiale — è vista come un tentativo di piegare le logiche tecniche della Fed alle esigenze politiche del momento.
Secondo alcuni analisti, Trump non mira tanto a stimolare la crescita quanto a ridurre i costi del servizio del debito federale. Questo approccio preoccupa gli economisti, in quanto potrebbe portare a una manipolazione dei tassi funzionale al breve termine ma dannosa per la stabilità dei prezzi a lungo termine. Don Kohn, ex vicepresidente della Fed, ha lanciato un allarme: «Orientare la politica monetaria per alleggerire il deficit è una ricetta per l’inflazione fuori controllo».
Il rischio che un successore troppo vicino al presidente non goda di credibilità né all’interno della Fed né sui mercati è concreto. “Chiunque accetti il ruolo sapendo di dover sottostare alle pressioni politiche, si troverà in seria difficoltà”, ha osservato Raghuram Rajan, ex governatore della banca centrale indiana. Inoltre, la conferma da parte del Senato, anche se a maggioranza repubblicana, non è scontata: la tradizione bipartisan della nomina dei vertici della Fed potrebbe non accogliere candidati percepiti come troppo politicizzati.
L’attuale struttura del Federal Open Market Committee (FOMC), composto da 12 membri con potere di voto, rappresenta una barriera naturale a derive autoritarie. Il presidente della Fed, pur essendo una figura influente, non decide da solo. Powell, grazie al suo stile conciliante, ha mantenuto un certo consenso interno anche in un clima di crescenti divergenze.
Eppure, segnali di cedimento cominciano ad apparire. Alcuni membri del board, come Christopher Waller e Michelle Bowman — nominati da Trump — si sono espressi a favore di un taglio dei tassi già da luglio, rompendo l’unità che da sempre contraddistingue le deliberazioni del FOMC. Il pericolo è che la pressione politica riesca a erodere la coerenza interna della Fed, preludio a un’involuzione istituzionale.
Il parallelo con il passato è inevitabile. Nel 1972, sotto pressioni di Nixon, il presidente della Fed Arthur Burns abbassò i tassi in vista delle elezioni. Ne seguì un’esplosione dell’inflazione, culminata nella crisi petrolifera e nella successiva recessione. Il suo successore, Paul Volcker, dovette poi aumentare i tassi a livelli record per riportare l’inflazione sotto controllo, pagando con l’impopolarità e la disoccupazione a doppia cifra.
Questa lezione è ben presente ai vertici dell’istituzione: ogni mossa viene ora letta alla luce di quel precedente storico. Powell stesso, parlando al forum della BCE, ha dichiarato: “La sfida è riportare l’inflazione al 2% senza distruggere il mercato del lavoro. Spero che il 2025 venga ricordato come l’anno in cui abbiamo affrontato con successo grandi cambiamenti economici.”
In conclusione, la Fed si trova oggi al centro di uno scontro tra autonomia tecnica e volontà politica, tra la tutela della stabilità macroeconomica e la pressione per decisioni rapide e popolari. La questione non è solo tecnica, ma profondamente democratica: può una democrazia avanzata come gli Stati Uniti permettersi una banca centrale subordinata all’esecutivo?
La risposta a questa domanda definirà non solo il futuro della Federal Reserve, ma anche la credibilità dell’intero sistema economico occidentale.