La contrazione delle riserve in dollari: primo sintomo di una lenta de-dollarizzazione?

Redazione Money Premium

27 Ottobre 2025 - 06:53

Il valore dei titoli di Stato USA detenuti dalle banche centrali estere presso la Federal Reserve di New York è sceso ai livelli più bassi dal 2012.

La contrazione delle riserve in dollari: primo sintomo di una lenta de-dollarizzazione?

Negli ultimi mesi, le banche centrali di tutto il mondo hanno ridotto in modo netto le proprie riserve di Titoli di Stato americani custodite presso la Federal Reserve di New York. Il totale, pari oggi a circa 2,78 trilioni di dollari, rappresenta il punto più basso dal 2012 e implica una contrazione di oltre 130 miliardi di dollari solo negli ultimi due mesi.

Il dato ha sorpreso gli osservatori, perché arriva in un contesto in cui i principali indicatori di lungo periodo – i rapporti Treasury International Capital (TIC) e Cofer del Fondo Monetario Internazionale – suggeriscono una tenuta della domanda di asset in dollari. Queste due fonti, considerate la base statistica più affidabile per analizzare i flussi finanziari internazionali e la composizione delle riserve valutarie globali, mostrano che le banche centrali restano compratrici nette di titoli americani. Tuttavia, sono pubblicate con mesi di ritardo e non catturano le dinamiche più recenti dei mercati.

Le statistiche settimanali della Fed di New York, invece, pur non coprendo l intero universo delle riserve globali, offrono un quadro quasi in tempo reale. E in questo quadro emerge una tendenza preoccupante: da marzo 2025, momento di massima volatilità dei mercati legata alle nuove tariffe commerciali introdotte dall amministrazione Trump, la quantità di Treasuries in custodia è progressivamente diminuita. Un movimento che alcuni analisti leggono come un indebolimento della fiducia internazionale nel debito americano.

Secondo i dati TIC più recenti, le banche centrali estere hanno acquistato nel mese di luglio 17,1 miliardi di dollari netti di Treasuries, per un totale di 38 miliardi nei primi sette mesi dell anno. Le stime di Deutsche Bank, basate sul database Cofer, indicano acquisti per circa 50 miliardi di dollari nel secondo trimestre, tenendo conto della deprezzamento del dollaro.

In un mercato da 29 trilioni di dollari e in un sistema di riserve valutarie mondiali da 12 trilioni, questi numeri appaiono marginali ma coerenti con una domanda stabile. Sembrano quindi smentire la narrativa, diffusa da mesi, secondo cui il mondo starebbe riducendo l esposizione agli asset denominati in dollari per sfiducia nella politica economica americana e nelle sue prospettive fiscali.

Eppure, la differenza temporale tra i dati ufficiali e i numeri settimanali della Fed di New York solleva interrogativi. È possibile che da luglio a oggi la situazione sia cambiata. Il declino delle custody holdings potrebbe infatti anticipare un rallentamento più ampio della domanda di debito statunitense, un fenomeno che i prossimi rapporti TIC e Cofer potrebbero confermare.

Per comprendere la portata di questa tendenza, occorre inserirla in un contesto più ampio. Il dollaro, pur restando la valuta dominante nei mercati internazionali, sta affrontando un lento ma costante processo di diversificazione monetaria. Paesi come la Cina, l India e la Russia hanno aumentato le transazioni bilaterali in valute locali, mentre parte delle riserve ufficiali viene gradualmente spostata verso l oro, l euro o il renminbi.

Tuttavia, parlare di vera de-dollarizzazione resta prematuro. Il mercato dei Treasuries rimane di gran lunga il più profondo e liquido al mondo, e nessun altra valuta offre una combinazione comparabile di sicurezza, dimensione e convertibilità. Ciò nonostante, il calo delle riserve custodite alla Fed di New York potrebbe indicare un cambiamento psicologico: la volontà, da parte di alcune banche centrali, di ridurre la dipendenza operativa e finanziaria dal sistema statunitense.

Storicamente un calo rapido delle riserve in Treasuries si verifica quando il dollaro si rafforza e le banche centrali devono vendere per sostenere le proprie valute. Oggi, però, il fenomeno avviene in presenza di un dollaro debole, segno che potrebbe trattarsi non di necessità di liquidità ma di una scelta strategica. Il ritmo del calo suggerisce che i gestori delle riserve potrebbero aver perso parte del loro entusiasmo per il mercato dei Treasuries e, più in generale, per il dollaro stesso.

È troppo presto per trarre conclusioni definitive. Le statistiche settimanali della Fed di New York possono essere soggette a oscillazioni legate alla gestione temporanea delle riserve o alla rivalutazione dei portafogli in base ai tassi di interesse. Tuttavia, la coincidenza tra il calo delle custody holdings, la debolezza del dollaro e le crescenti incertezze politiche negli Stati Uniti rende questo segnale degno di attenzione.

In un sistema finanziario sempre più interconnesso, le banche centrali non agiscono solo per motivi di rendimento, ma anche per ragioni politiche e strategiche. Il venir meno, anche solo parziale, della fiducia nel debito americano sarebbe un evento capace di modificare gli equilibri globali.

Il calo delle riserve presso la Fed di New York non è ancora una fuga dal dollaro, ma potrebbe essere il primo passo di una nuova fase: un mondo che continua a riconoscere il ruolo centrale degli Stati Uniti, ma inizia a cercare alternative per ridurre la propria dipendenza finanziaria da Washington.