57 miliardi l’anno, 238 ore per ogni piccolo imprenditore: ecco quanto costa davvero la burocrazia alle imprese italiane, come può cambiare con la digitalizzazione della PA e i nodi irrisolti.
Esiste in Italia un prelievo fiscale che non compare in nessuna dichiarazione dei redditi, non viene conteggiato nelle stime sulla pressione tributaria e non genera mai nessun servizio in cambio. Si chiama burocrazia. E per le imprese italiane vale, a seconda di come si misura, tra i 57 e gli 80 miliardi di euro l’anno.
La stima più citata è quella dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, elaborata sui dati di The European House Ambrosetti: 57,2 miliardi di euro annui sostenuti dalle imprese per gestire il rapporto con la Pubblica Amministrazione. Non sono costi fiscali, non sono tasse. Sono ore di lavoro, consulenze, errori, ritardi e duplicazioni che si accumulano ogni volta che un’azienda deve produrre un documento, richiedere un’autorizzazione o semplicemente dimostrare di esistere.
Non è una cifra ferma nel tempo, né in miglioramento. La CGIA ha calcolato che nel solo 2024 le imprese italiane hanno dovuto orientarsi in una produzione normativa di 305 Gazzette Ufficiali e 45 supplementi, per un totale di 35.140 pagine. Leggerle tutte richiederebbe, letteralmente, più di un anno di lavoro a tempo pieno.
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I costi nascosti della burocrazia: quanto paga davvero una piccola impresa
I numeri aggregati a livello nazionale hanno il difetto di non dire nulla all’imprenditore che ogni mattina apre la propria attività. Vale la pena, allora, scendere di scala.
Confartigianato ha calcolato che il titolare di una piccola impresa dedica mediamente 238 ore l’anno agli adempimenti burocratici: 56 ore in più rispetto alla media dei Paesi OCSE. Sono quasi sei settimane lavorative intere che non vengono spese in produzione, in sviluppo commerciale, in innovazione. Sono spese in moduli, scadenze, certificazioni e attese.
Uno studio della Banca Europea degli Investimenti aggiunge un dato che riguarda le aziende di dimensioni maggiori: il 90% delle imprese italiane ha personale dedicato esclusivamente agli adempimenti normativi. Il 24% degli imprenditori dichiara di impiegare oltre il 10% del proprio personale per gestire formalità burocratiche, una quota di undici punti superiore alla media europea del 17%.
Il tema, in altre parole, non riguarda solo chi lavora da solo o con pochi collaboratori. Riguarda l’intero tessuto produttivo, e scala con le dimensioni dell’azienda: più si cresce, più cresce il costo assoluto della conformità normativa.
Il caso delle autocertificazioni: 674 milioni bruciati ogni anno
Il 15 maggio scorso, a Padova, nel convegno che ha celebrato i trent’anni del Registro delle Imprese, InfoCamere ha presentato, insieme a Unioncamere, una ricerca della Fondazione Promo PA che concentra l’attenzione su un sottoinsieme specifico e quantificabile del problema: le autocertificazioni che le imprese devono produrre nei rapporti con la PA.
Le dieci più richieste (dal certificato antimafia al DURC, dalla certificazione dei debiti tributari alle visure) generano ogni anno 27,5 milioni di pratiche, per un totale di 3,4 milioni di giornate-uomo e un costo complessivo di 673,9 milioni di euro.
Il paradosso è che si tratta, nella gran parte dei casi, di informazioni che la PA già possiede. Lo Stato sa se un’impresa è in regola con i contributi (INPS), se ha debiti tributari (Agenzia delle Entrate), se è iscritta al Registro delle Imprese (InfoCamere stessa). Eppure chiede all’azienda di produrre, ogni volta e per ogni procedura, la documentazione che certifica ciò che già sa.
Tre direttrici di intervento sono state indicate da InfoCamere: rendere obbligatoria la decertificazione (ovvero vietare alla PA di chiedere dati che già possiede), obbligare le amministrazioni ad alimentare la Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND) con le informazioni sulle imprese e accompagnare il cambiamento con formazione e sportelli digitali.
Il punto critico, però, emerge dai dati: solo il 17% delle imprese italiane sa che la PDND esiste e che potrebbe abilitare questo tipo di scambio automatico tra banche dati pubbliche. L’infrastruttura, in parte, c’è già. Manca ancora la consapevolezza e, soprattutto, la cogenza normativa che obblighi le PA ad usarla.
Non solo PA: il peso della burocrazia interna
Se il rapporto con la Pubblica Amministrazione è il terreno su cui si concentra la gran parte della letteratura sul tema, esiste un secondo livello di burocrazia meno discusso: quello che le imprese costruiscono su sé stesse.
Processi di approvazione interni ridondanti, flussi documentali duplicati tra uffici diversi, sistemi informativi che non comunicano tra loro, cicli di firma su attività a basso rischio. Non è un problema esclusivamente italiano, ma in un tessuto produttivo fatto prevalentemente di PMI, dove le stesse persone svolgono più ruoli e il tempo è una risorsa scarsa, il peso specifico è maggiore.
La Confartigianato ha rilevato che tre imprese italiane su quattro (il 74%) giudicano la complessità delle procedure amministrative un ostacolo grave alla propria attività, 8 punti percentuali in più rispetto alla media europea. L’instabilità normativa aggrava il quadro: l’80% delle imprese segnala come problema il continuo cambiamento delle leggi, 16 punti sopra la media UE.
In questo contesto, il carico burocratico non è solo un costo operativo: è un freno alla pianificazione. Un’impresa che non può prevedere cosa le verrà chiesto tra sei mesi non può pianificare gli investimenti necessari a rispondere a quella richiesta.
Come affrontarlo? Gli strumenti disponibili nel 2026
Il 2026 porta alcune novità concrete, anche se ancora parziali.
- Nei prossimi mesi, l’app Impresa Italia (gestita da InfoCamere, gratuita e già adottata da 3,4 milioni di aziende) dovrebbe permettere, tramite integrazione con la PDND, di ottenere e trasmettere automaticamente le principali autocertificazioni senza produrre nuovi documenti. Non è una rivoluzione: non modifica la struttura degli adempimenti, non riduce il numero di procedure. Ma interviene sull’accessibilità, rendendo meno costoso l’adempimento di pratiche che restano obbligatorie.
- Il Codice degli Incentivi (D.Lgs. 184/2025, in vigore dal 1° gennaio 2026) ha introdotto il principio della parità di accesso tra imprese strutturate e lavoratori autonomi e ha reso obbligatorio il Codice Unico di Progetto (CUP) sui bonifici legati ad agevolazioni pubbliche. Sul fronte della semplificazione normativa, l’impatto è ancora da verificare nella pratica, ma il segnale di razionalizzazione è rilevante.
- Sul fronte privato, il mercato degli strumenti digitali per la gestione aziendale si è consolidato. Soluzioni per la gestione HR, la contabilità automatizzata e l’elaborazione documentale esistono e sono accessibili anche alle PMI. Il vero ostacolo non è più quindi la disponibilità della tecnologia, ma la capacità delle imprese di integrarla nei processi esistenti, spesso stratificati negli anni e mai messi in discussione.
Tre nodi irrisolti
Sebbene i segnali di miglioramento, restano aperti tre problemi strutturali che nessuna app e nessun decreto ha ancora risolto.
- Il primo è la stratificazione normativa. L’Italia conta circa 160.000 norme attive, di cui 71.000 a livello centrale. Francia e Germania ne hanno rispettivamente 7.000 e 5.500. Ogni semplificazione parziale si innesta su un corpus normativo che continua a crescere e che rende razionale, per le imprese, investire in consulenza piuttosto che in produzione.
- Il secondo è la disomogeneità territoriale. L’efficienza della PA varia in modo significativo tra regioni e tra uffici diversi della stessa regione. Un’impresa che opera su più mercati deve adattarsi a procedure, tempi e formati che cambiano da un comune all’altro. La digitalizzazione può attenuare il problema, ma non lo elimina finché non è accompagnata da obblighi uniformi di interoperabilità tra sistemi.
- Il terzo è la dipendenza da intermediari. La complessità burocratica italiana ha creato un ecosistema di consulenti, commercialisti, CAF e associazioni di categoria che svolgono una funzione di traduzione indispensabile per milioni di imprese. Nessuno di questi soggetti ha interesse a che il sistema si semplifichi troppo. Non è una critica: è una legge dell’economia degli incentivi, e va tenuta in conto quando si valuta la velocità del cambiamento.
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