Bruxelles ostacola gli sforzi per ridurre i costi dell’energia? L’Italia, intanto, paga il conto

Flavia Provenzani

24 Giugno 2026 - 15:47

I governi nazionali cercano di alleggerire le bollette dell’industria, la Commissione UE lavora nella direzione opposta. Due casi recenti lo dimostrano (e colpiscono l’Italia più di altri).

Bruxelles ostacola gli sforzi per ridurre i costi dell’energia? L’Italia, intanto, paga il conto

Quando il presidente di Confindustria Emanuele Orsini elenca le priorità per la competitività italiana, i costi dell’energia spiccano puntualmente tra le prime voci. Non è una novità, è la stessa retorica che continua incessante ormai da tre anni, dall’inizio della crisi energetica a seguito dell’invasione russa in Ucraina, acuitasi con l’escalation in Medio Oriente, che ha portato i prezzi dell’elettricità industriale in Italia a livelli tra i più alti d’Europa.

Il governo Meloni ha introdotto misure di compensazione per le imprese energivore, ha sostenuto la diversificazione delle forniture con il Piano Mattei, puntato sull’accelerazione delle rinnovabili ma non basta e i risultati restano parziali.

Molto diverso è però il clima a Bruxelles. La Commissione europea, anziché andare nella stessa direzione, sembra stare facendo di tutto per tenere alti i costi energetici e due recenti casi lo dimostrano con chiarezza, come sottolineato da Klaus Stratmann, corrispondente per Handelsblatt.

La stretta sui benchmark del mercato del carbonio

La scorsa settimana la Commissione europea ha annunciato un irrigidimento dei parametri di riferimento nell’ambito del sistema europeo di scambio delle quote di emissione (EU ETS). Questi benchmark sono il criterio determinante per calcolare quante quote gratuite vengono assegnate a ciascuna impresa industriale. Più i benchmark sono stringenti, meno quote gratuite si ricevono e più le aziende devono comprarne sul mercato, con un costo che oggi oscilla intorno agli 80 euro per tonnellata di CO₂.

Per le imprese coinvolte (quelle che operano con acciaio, ceramica, vetro, chimica, cemento) la nuova stretta significa oneri aggiuntivi nell’ordine di centinaia di milioni di euro. E questo avviene proprio mentre le industrie ad alta intensità energetica stanno attraversando una delle crisi più gravi degli ultimi decenni. I distretti italiani della ceramica di Sassuolo, del vetro di Murano, dell’acciaio di Brescia e della chimica di Porto Marghera lo sanno bene.

La Commissione europea è “innamorata” del suo sistema di scambio delle emissioni e non è difficile capire perché. Funziona, almeno sul piano tecnico, e nessun altro strumento di politica climatica raggiunge gli obiettivi annuali di riduzione delle emissioni con altrettanta precisione. Ma questa precisione è anche il suo peggior difetto perché rende il meccanismo cieco rispetto alle realtà economiche e ai cicli di investimento.

Un’azienda che deve aspettare ancora dieci anni per avere un allacciamento elettrico di potenza adeguata non può, nemmeno con la migliore delle volontà, convertire i propri processi da gas e carbone all’elettricità. Lo stesso vale per le tecnologie all’idrogeno a basse emissioni o per lo stoccaggio della CO₂. Sì, sono soluzioni reali, ma i tempi di maturazione industriale non coincidono con le scadenze regolamentari di Bruxelles.

E anche quando tutto ciò fosse tecnicamente possibile, resterebbe aperta la domanda di fondo: ci sono clienti disposti a pagare il sovrapprezzo di prodotti decarbonizzati? Nella maggior parte dei casi, la risposta è no. E le conseguenze sono prevedibili, a partire dalla produzione che si sposta fuori Europa, verso Paesi dove la protezione del clima non è una priorità. Il risultato finale rischia di non aiutare né l’industria europea né il clima globale.

L’industria vuole salvare le proprie fabbriche in Europa, la Commissione vuole salvare il suo sistema di scambio delle emissioni e non è detto che queste due cose siano compatibili.

Il regolamento sul metano taglia l’offerta di gas

Il secondo esempio ha un impatto ancora più diretto sull’Italia. Con il Regolamento sul metano, la Commissione europea ha costruito un sistema di norme che, nella prossima fase di attuazione prevista da gennaio 2027, comporterà non pochi rischi per la sicurezza e la ragionevolezza dell’approvvigionamento europeo di gas naturale, GNL e petrolio greggio dai Paesi terzi.

La normativa impone il monitoraggio, la rendicontazione e la verifica delle emissioni di metano lungo l’intera catena di fornitura. Un obiettivo legittimo sul piano ambientale, ma il problema è che molti dei principali Paesi fornitori (Algeria, Libia, Qatar, ma anche parte della catena produttiva americana del GNL) non sono ancora in grado di soddisfare questi requisiti, o non hanno intenzione di farlo. Se con quei Paesi non si possono stipulare contratti di fornitura, il bacino di fornitori disponibili si restringe e un’offerta ridotta su un mercato già in difficoltà significa prezzi più alti e una minore sicurezza degli approvvigionamenti.

La Commissione europea ha proposto un compromesso, quello di mantenere il regolamento in vigore, ma rinunciare per ora all’applicazione delle sanzioni previste. È una soluzione che Klaus Stratmann, il commentatore dell’Handelsblatt che ha sollevato il tema, definisce senza mezzi termini una farsa. Ha ragione, molte aziende potrebbero essere riluttanti a contrarre dei contratti pluriennali di fornitura su una norma che esiste ma non viene applicata. Il rischio legale e reputazionale resta intatto e nessun fornitore estero firmerà impegni che domani potrebbe non essere in grado di rispettare.

La contraddizione di Bruxelles

Messi insieme, questi due casi disegnano un quadro preoccupante in cui la Commissione europea dichiara di voler ridurre i costi energetici per l’industria - e in effetti ha lanciato misure in questa direzione, dall’Energy Union al pacchetto AccelerateEU - ma le sue stesse scelte normative operano nella direzione opposta. La revisione dei benchmark ETS significa bollette più alte per i produttori, il nuovo regolamento sul metano significa meno gas disponibile e a prezzi più alti.

Per carità, non è detto che si tratti di malafede, potrebbe essere piuttosto il risultato di un’organizzazione a compartimenti stagni tra le diverse direzioni generali della Commissione. Chi lavora sulla politica climatica non parla con chi si occupa di competitività industriale e chi gestisce il mercato energetico non coordina con chi supervisiona le politiche commerciali.

Ma il risultato pratico è lo stesso e per le imprese italiane, che già pagano l’energia molto più delle concorrenti globali, circa il doppio rispetto agli Stati Uniti e oltre il 50% in più rispetto alla Cina (fonte: rapporto Electricity 2026, IEA), l’effetto cumulativo di queste scelte rischia di essere devastante.