La storia economica dell’Italia ripropone spesso il tema del “vincolo esterno” per l’Italia, ossia l’influenza di soggetti esterni relativamente alle scelte politiche ed economiche dei governi in carica.
Guido Carli, partendo dal “conflitto tra le due anime della società italiana, quella che vuole aprirsi all’esterno e quella che vuole invece chiudersi; quella che trova rifugio nella mano pubblica e quella che accetta la sfida della concorrenza”, riteneva l’intervento esterno come elemento necessario per urgenti adempimenti mai attuati dai policy maker italiani, salvando contestualmente l’anima mercantilista degli anni 50-60. Carli “[L’]assunto di fondo della nostra politica [era] il rispetto del vincolo esterno della bilancia dei pagamenti, perseguito attraverso uno sviluppo privilegiato della domanda estera, soddisfatta con esportazioni alle quali era demandato il compito di trainare tutta l’economia. Era il ‘modello di sviluppo’ che l’élite liberale alla quale appartenevo aveva scelto fin dalla fine degli anni Quaranta… una crescita trainata dalla domanda estera costringe a una politica salariale restrittiva […]. Un modello basato su un più intenso sviluppo della domanda interna avrebbe consentito una politica salariale più generosa, attuando una redistribuzione del reddito più favorevole alle classi lavoratrici [….]. Questa obiezione contiene del vero. Tuttavia […] l’inserimento dell’Italia nel circuito delle merci, dei capitali e vorrei dire delle idee del più vasto mercato mondiale ci appariva come una priorità assoluta. L’economia di mercato, mutuata dall’esterno, è sempre stata una conquista precaria, fragile, esposta a continui rigurgiti di mentalità autarchica. Il vincolo esterno ha garantito il mantenimento dell’Italia nella comunità dei Paesi liberi. La nostra scelta del ‘vincolo esterno’ è una costante che dura fino ad anni recentissimi caratterizza anche la presenza della delegazione italiana a Maastricht. Essa nasce sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli istinti animali della società italiana, lasciati al loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese.”
Andrea Cavalcanti: “Lo studio dell’adesione dell’Italia al Sistema monetario europeo (1979), all’Atto unico europeo (1986) ed infine al Trattato di Maastricht (1992) mettono in luce il ruolo svolto da questa élite tecnocratica… Dunque, dalla fine degli anni Settanta all’inizio degli anni Novanta questa “tecnostruttura” influenzò direttamente i governi nazionali per promuovere l’adesione dell’Italia ai Trattati europei.”
Luigi Spaventa (1978): “Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti, signor Presidente del Consiglio, non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna. Da ciò deriva un sacrificio per i paesi più deboli, che potrebbe essere evitato con regole efficaci di simmetrie e di obblighi, ma tali regole sono state rifiutate, non tanto con riferimento agli interventi di cambio degli accordi di Brema, ma con riferimento al tentativo generoso a suo tempo compiuto dall’OCSE.”
Mario Draghi: “Per molto tempo la competitività è stata una questione controversa per l’Europa. Nel 1994, il futuro economista premio Nobel Paul Krugman definì l’attenzione alla competitività una ’pericolosa ossessione’. La sua tesi era che la crescita a lungo termine deriva dall’aumento della produttività, che avvantaggia tutti, piuttosto che dal tentativo di migliorare la propria posizione relativa rispetto agli altri e acquisire la loro quota di crescita. L’approccio adottato nei confronti della competitività in Europa dopo la crisi del debito sovrano sembrava dimostrare la sua tesi. Abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali gli uni rispetto agli altri e, combinando ciò con una politica fiscale prociclica, l’effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale.”
Paolo Savona: “Le mie riflessioni davano ovviamente peso agli effetti economici, che sono solo una parte della scelta che venne fatta, dove gli aspetti politici, anche contingenti (ad esempio la riunificazione della Germania), ebbero un peso significativo. La mia valutazione, che gli oneri posti dalla configurazione economica e politica dell’Unione avrebbero ecceduto gli indubbi vantaggi ottenibili dal raggiungimento di un vero mercato unico di libero scambio con una moneta unica, è stata considerata un’attitudine contraria all’euro e, da qui, agli ideali di un’Unione Europea. Questa mia valutazione, che necessita di un’adeguata preparazione scientifica per essere compresa, si basa sulla natura di area monetaria non ottimale dell’eurozona (Mundell) o, se si preferisce, di area afflitta dal dualismo economico (divari strutturali di produttività) dell’eurosistema, che avrebbe chiesto:
(a) la nascita simultanea di un fondo monetario europeo (Monnet),
(b) una giusta considerazione dei debiti pubblici di alcuni Paesi, tra cui l’Italia, (per i quali Carli chiese la convergenza verso il parametro concordato del 60%) e, soprattutto,
(c) una struttura federale dell’Unione (Spinelli, Rossi e Colorni) invece che intergovernativa, portatrice di interessi nazionali.
La decisione dell’Italia di aderire al Trattato di Maastricht e nel 1998 all’euro, alle quali Carli diede un contributo determinante da Ministro del Tesoro e leader intellettuale indiscusso, si basava sulla speranza che gli italiani avrebbero accettato i nuovi vincoli esterni, trasmettendoli alla politica; questa sua interpretazione non ha avuto conferma nei fatti.”
Come misurare con i numeri il “vincolo esterno”?
Un modello abbastanza fedele potrebbe essere dato dal trend del debito pubblico in termini di “moneta e depositi” sul totale del debito. Quando un paese utilizza la propria moneta come forma di debito è forse più libero e meno legato al giudizio del mercato quando il debito viene emesso e quotato. Mentre al culmine del miracolo economico italiano la quota “moneta e depositi” era al 35%, oggi siamo ad un misero 6%. Un tempo c’era il diffusissimo risparmio postale (non quotato sui mercati) con i libretti, oggi c’è il Btp-Italia/Futura. Siamo ancorati ad un rigido ed ineliminabile “vincolo esterno”?
Quota di Moneta e Depositi sul totale del debito pubblico italiano
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Di sicuro esiste quello relativo al debito pubblico nei confronti del mercato finanziario, conseguenza del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981; inoltre c’è quello in capo alla BCE sui tassi di interesse (quindi anche di cambio), anche se ne facciamo parte. Strumenti non contemplati, quali ad esempio l’utilizzo dei crediti fiscali come moneta, oppure una vera integrazione europea auspicata da Savona-Draghi che possa rendere l’euro vero concorrente del dollaro, potrebbero invertire il trend del grafico e far ripartire un nuovo ciclo rialzista. Anche una storica rivisitazione del Patto di Stabilità potrebbe essere l’evento trigger.