Il pil italiano ha visto una forte crescita del comparto dei servizi rispetto alle altre voci: industria, costruzioni, agricoltura/foreste/pesca. Si tratta di circa 1.400 mld di euro dei servizi rispetto ai 400 dell’industria.
Composizione del Pil
Fonte: AMECO; Istat
L’incidenza del settore servizi sul pil in Italia è di circa il 72%-73% stabile dal 2009, sui livelli di quello spagnolo, dietro ai francesi, davanti ai tedeschi industriali.
Incidenza del settore dei servizi sul PIL nazionale
Fonte: elaborazione su dati Eurostat
Non a caso la produzione industriale tedesca è l’unica che è cresciuta, in termini di pil, dal 2007.
Attenzione però, la Germania ha visto una accelerazione delle esportazioni di servizi, maggiore della crescita delle importazioni di servizi.
Crescita delle esportazioni e importazioni di servizi
Fonte: elaborazione su dati Eurostat
Tale trend ha portato i tedeschi a diminuire il deficit del saldo della bilancia dei pagamenti, alla voce servizi.
Saldo dei servizi
Fonte: elaborazione su dati Eurostat
Anche se con un saldo negativo, la Germania ha mantenuto la quota di mercato mondiale delle esportazioni di servizi superiore a Francia, Spagna ed Italia.
Quota di mercato mondiale delle esportazioni di servizi
Fonte: elaborazioni su dati Eurostat e FMI (WEO)
L’Italia ha un enorme deficit delle esportazioni di servizi rispetto alla domanda potenziale estera di servizi.
Esportazioni di servizi dell’Italia, domanda potenziale e domanda mondiale
Fonte: elaborazioni su dati FMI e Istat (contabilità nazionale)
Anche se le esportazioni, sia di beni che di servizi, sono in crescita in Italia, è fondamentale considerare la domanda estera potenziale.
Il trend sta comunque migliorando, sia per i servizi che per i beni, con un avvicinamento alla domanda estera potenziale negli ultimi anni.
Esportazioni di servizi dell’Italia, domanda potenziale e domanda mondiale per sotto-periodi
Fonte: elaborazione su dati Istat
Abbiamo registrato un saldo commerciale positivo fino al 2022 e stiamo raggiungendo la domanda potenziale, questa volta non grazie alla svalutazione della lira come a metà degli anni ’90, anche se negli anni recenti l’euro si è mosso su livelli bassi rispetto al dollaro.
Italia: apertura internazionale e andamento in volume delle esportazioni
Fonte: elaborazione su dati Fondo Monetario Internazionale; Istat, statistiche sul commercio con l'estero e conti nazionali
Rispetto agli anni 70/80, l’export italiano è calato notevolmente in Africa, Medio Oriente e anche in Germania e Francia (da 38% circa a 23% attuale), aprendosi verso l’Asia e la Cina.
Export dell’Italia per Paesi e aree geo-economiche di destinazione (sinistra) e incidenza sul Pil (destra)
Fonte: elaborazione su dati Fondo Monetario Internazionale; Istat, statistiche sul commercio con l'estero e conti nazionali
I settori ai primi posti per export sono rimasti: macchinari, tessile-abbigliamento, trasporto, elettricità. L’Istat sottolinea che “l’Italia segue l’evoluzione generale del commercio dei paesi avanzati, mantenendo la sua specializzazione orientata all’industria leggera, con un peso molto maggiore delle filiere di tessile-abbigliamento-calzature e di mobili, arredo, minerali non metalliferi (il Made in Italy) e minore dei comparti industriali più complessi, a eccezione dei macchinari.”
Il trend delle esportazioni è però in costante declino, solo Cina e India aumentano quote di mercato, la Spagna rimane stabile. Sempre l’Istat, ricorda che “la performance esportatrice delle maggiori economie europee a eccezione della Spagna è ulteriormente rallentata dopo il picco del 2000. L’export dell’Italia è cresciuto più di quello della Francia ma meno della Germania, rispetto alla quale ha però recuperato il terreno perduto nel biennio di ripresa 2021-2022.”
Quote sulle esportazioni mondiali di beni di alcuni Paesi selezionati
Fonte: Unctad, international trade statistics
Palese è l’insufficienza energetica dell’Italia, come dimostrato dal saldo commerciale.
Dissomiglianza della struttura dell’export dei Paesi E4
Fonte: (elaborazione su) Eurostat|
Secondo l’Istat, “i progressi dell’Italia in quest’ambito sono stati molto minori a confronto con le altre maggiori economie europee, con un progressivo peggioramento dei saldi.”
Il commercio internazionale di servizi dei Paesi E4
Fonte: Commissione europea (base dati AMECO)
Secondo l’Istat, “le ragioni di questi andamenti sono da rintracciarsi prevalentemente nella specializzazione italiana. Come in Spagna, questa è rimasta fortemente ancorata al turismo, i cui scambi sono aumentati meno che per i servizi nel complesso, hanno subito una concorrenza internazionale crescente e, più di recente, sofferto molto delle ricadute della pandemia, recuperando i livelli del 2019 solo nel 2022. In Francia e Germania, invece, hanno rapidamente guadagnato quote i servizi di Finanza e assicurazioni, ICT, licenze e brevetti e altri servizi alle imprese, che includono ricerca e sviluppo, consulenza tecnica e professionale, servizi di commercializzazione.”
Composizione dell’export di servizi commerciali dei Paesi E4
Fonte: Intracen (UNCTAD) ed Eurostat
Sempre l’Istat, ricorda che “nel nostro Paese si è aperto un deficit sostanziale nei servizi di trasporto, in gran parte legato al comparto aereo (dove il saldo normalizzato prima della crisi pandemica era pari a oltre un terzo del totale dell’interscambio). Nella componente a maggior intensità di conoscenza l’Italia ha mantenuto un disavanzo relativamente ampio e crescente nel caso dei servizi finanziari e assicurativi e di quelli dell’informazione e comunicazione. Il deficit si è invece chiuso per i diritti di proprietà intellettuale, mentre le attività di Ricerca e sviluppo presentano un saldo positivo crescente.”
Saldi della bilancia dei servizi
Fonte: Eurostat
L’Istat sottolinea che “in sintesi, a confronto con le altre maggiori economie Ue, in Italia si osserva nell’interscambio di servizi – come nel caso dei beni – una contrazione dei surplus negli ambiti storici di specializzazione (maggiore rispetto alla Spagna, che con l’Italia condivide queste caratteristiche) e un progressivo adattamento all’evoluzione degli scambi globali verso prodotti a maggior contenuto tecnologico e di conoscenza, che trovano Francia e Germania in una posizione più favorevole. Salvo eccezioni, l’interscambio di servizi in Italia è cresciuto più lentamente anche per il basso livello d’attività della nostra economia: questo ha contribuito a contenere deficit che, altrimenti, avrebbero potuto essere assai più rilevanti, ma ha probabilmente anche sfavorito lo sviluppo di attività, quali i servizi informatici e tecnici, in grado di competere internazionalmente.”
Sempre l’Istat, ricorda che “ancora nel 1980, il valore complessivo dello stock di investimenti esteri in Italia era pari a meno del 2% del Pil, e quello degli investimenti italiani all’estero era dello stesso ordine di grandezza. Nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso e più rapidamente nei decenni successivi, l’internazionalizzazione produttiva dell’Italia è andata crescendo significativamente, anche se a ritmi molto inferiori rispetto alle altre maggiori economie europee: nel 2020, la media tra gli stock di IDE nel Paese e di investimenti italiani all’estero era pari a poco meno del 30% del Pil, contro circa il 40% in Germania e più del 50% in Francia e Spagna. Al tempo stesso, va segnalato come l’Italia sia oggi divenuto un investitore netto, sia pure in misura molto minore rispetto a Francia e Germania.”
Investimenti diretti esteri
Fonte: Unctad
L’Italia, per tornare sul sentiero della crescita ed abbattere il rapporto debito/pil, ha diverse leve e soluzioni da mettere in campo, una di queste è migliorare il saldo commerciale dei servizi soddisfacendo la domanda estera potenziale, cercare di attenuare il deficit energetico per eliminare la totale dipendenza dall’estero, invertire il trend in declino della quota di mercato mondiale di export tramite accordi e politiche internazionali adeguate (magari riaffacciandosi in Africa), continuare a spingere e favorire lo sviluppo tecnologico. Attenzione però, non dobbiamo essere un paese che crea pil solo grazie all’export ed al saldo commerciale positivo, dobbiamo ricreare la domanda interna, oggi assente se non negli anni post pandemia grazie al PNRR. Ma questo sarà argomento del prossimo contributo.