Arrivano segnali positivi per il mercato del lavoro italiano, ma anche indicazioni meno ottimistiche. Le seconde non contraddicono le prime, anche se così cambiano la percezione sui recenti record legati all’alto numero di occupati e al basso livello di disoccupazione.
Di mezzo ci sono gli inattivi, la massa silenziosa e numerosissima di persone che non fanno parte della forza lavoro, ossia che non sono classificate né come occupate, né come disoccupate. In Italia gli inattivi che hanno tra i 15 e i 64 anni sono circa 12,4 milioni, cioè il 33% della popolazione in questa fascia d’età.
Rappresentano una componente che caratterizza fortemente il potenziale inespresso del mercato del lavoro italiano, in modo ormai strutturale. Oltre a essere tanti, dopo un calo registrato negli ultimi anni ora sono tornati a crescere, spostando inevitabilmente gli equilibri attraverso cui interpretare i numeri, in apparenza solo incoraggianti.
L’andamento dell’occupazione
L’Italia del 2026 (prendendo a riferimento i dati di maggio) ha circa 24,3 milioni di occupati, di cui 18,9 milioni che lavorano come dipendenti e 5,3 milioni di autonomi. Secondo l’ultimo rapporto sulle prospettive Ocse sull’occupazione, nel primo trimestre di quest’anno l’Italia ha raggiunto un tasso di occupazione del 62,8%.
È un livello oggettivamente alto per l’Italia, se si pensa a qual era la situazione appena un decennio fa. Nel 2015 il tasso di occupazione medio annuale (fonte Istat) era del 56%: in altri termini, dieci anni fa poco più di una persona su due in Italia (sempre nella fascia 15-64 anni) ha avuto un lavoro. Esclusa la parentesi pandemia, la crescita dell’occupazione è stata costante e si è intensificata soprattutto negli ultimi anni, con il superamento della «quota psicologica» del tasso del 60%. Buon risultato, ma ancora basso se si guarda alle altre economie avanzate: la media Ocse oggi si aggira attorno al 72%: l’Italia è tra i fanalini di coda.
Il tasso di disoccupazione
Veniamo quindi ai disoccupati, le persone alla ricerca di occupazione e che quindi, in base alla definizione, rientrano nella forza lavoro. Come indicato dal grafico, mentre la linea gialla del tasso di occupazione è andata verso l’alto, quella rossa del tasso di disoccupazione tende, con un’inclinazione simile, verso il basso.
Negli ultimi dieci anni il tasso di disoccupazione in Italia si è sostanzialmente dimezzato: nel 2015 questo indicatore, calcolato come il rapporto percentuale tra le persone in cerca di lavoro e la forza lavoro totale, era all’12,2% mentre nel 2025 è sceso al 6,3% e nel 2026 risulta ulteriormente in calo, a quota 5%.
Gli italiani disponibili a lavorare e che non trovano occupazione sono sempre meno, ma come abbiamo detto c’è un’altra componente fondamentale con la quale fare i conti: gli inattivi.
Occupati, disoccupati e inattivi
L'andamento delle tre componenti del mercato del lavoro negli ultimi dieci anni
Il peso degli inattivi
Tornando sempre al grafico, se è vero che la linea che esprime il tasso di occupazione sale e quella che indica il tasso di disoccupazione scende, è anche vero che la linea del tasso di inattività (viola) è praticamente piatta. Negli ultimi dieci anni, infatti, la quota di italiani inattivi non ha subito particolari variazioni, a parte un leggero rialzo nel 2020, accompagnato da un contemporaneo calo dell’occupazione e un leggero rialzo della disoccupazione.
Il grafico mostra chiaramente che tra il 2015 e il 2025 il tasso di inattività in Italia è diminuito solo marginalmente, passando dal 36,2% al 33,4%: una variazione modesta, soprattutto se paragonata al forte calo della disoccupazione e alla crescita dell’occupazione. Gli inattivi rappresentano la riserva potenziale di lavoratori. Quando il tasso di inattività scende significa che un numero maggiore di persone entra nel mercato del lavoro: alcuni iniziano a cercare occupazione, mentre altri accettano lavori che prima rifiutavano. Ma se il calo degli inattivi è contenuto o si mantiene stabile, il tasso di occupazione non può crescere ulteriormente, perché le tre componenti si influenzano a vicenda.
Se l’inattività diminuisse in modo più consistente, soprattutto tra donne, giovani e residenti al Sud, il tasso di occupazione potrebbe crescere ancora: senza «attingere» dal bacino degli inattivi è poco realistico pensare a una crescita ulteriore del tasso di occupazione. Ecco perché le indicazioni positive per l’Italia vanno comunque filtrate attraverso una lente che la vede molto indietro in fatto di partecipazione al mondo del lavoro. Se nel nostro paese è una persona su tre a esserne fuori, cioè a non poter essere classificabile né come occupata, né come disoccupata, a livello medio Ocse è una su quattro. In Germania gli inattivi (sempre nella fascia 15-64 anni) sono meno del 20% e in Francia e Spagna circa il 25%.
A livello Ocse soltanto Costa Rica, Colombia e Messico hanno una quota di inattivi superiore a quella italiana. È il caso di sottolinearlo ancora: i recenti numeri positivi del mercato del lavoro italiano non si cancellano. Tuttavia, è giusto inquadrarli per quelli che sono. La crescita c’è, ma è strutturalmente frenata.
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