Siamo davvero a un passo dal lockdown energetico? Di’ la tua nel sondaggio di Money.it.
L’idea di un possibile lockdown energetico non è più così remota. Si torna a parlare di DAD e smartworking e di condizionatori da abbassare, e sembra di essere tornati ai tempi della pandemia e a quella comunicazione d’emergenza che ci ha accompagnati per mesi.
Nella sua intervista di Money.it, Demostenes Floros, analista geopolitico ed economico, ha chiarito quali sono i reali rischi per il nostro Paese:
“Ho letto di ricostruzioni per cui il nostro Paese non avrebbe ricadute perché noi in fondo importiamo poco greggio dai Paesi del Medio Oriente. Non è esattamente così. In primo luogo, noi importiamo il 13% del nostro greggio dal Medio Oriente, in particolar modo da due Paesi: l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Non è un ammontare di poco conto [...] Stiamo parlando di un ammontare superiore rispetto a quello che, a suo tempo, importavamo dalla Federazione Russa, e che non è così facilmente sostituibile”.
In questo contesto, alcuni analisti ed esperti stanno iniziando a prendere in considerazione scenari che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati improbabili, come razionamenti obbligatori, restrizioni ai consumi e l’assegnazione di priorità vincolanti al settore industriale.
Ma siamo davvero così vicini a un lockdown energetico? Di’ la tua nel sondaggio di Money.it.
Il presente sondaggio ha finalità esclusivamente informative e di coinvolgimento dei lettori. I risultati non hanno valore statistico o scientifico, in quanto il campione dei partecipanti non è controllato né selezionato secondo criteri metodologici rappresentativi della popolazione.
Secondo Floros, l’ipotesi di un possibile lockdown energetico non deve essere interpretata come una previsione a breve termine, ma piuttosto come un segnale d’allerta che evidenzia le fragilità strutturali del sistema energetico europeo. La forte dipendenza dalle forniture esterne, la transizione verso le energie rinnovabili non ancora pienamente consolidate e gli effetti delle crisi internazionali hanno infatti reso l’equilibrio del sistema più instabile rispetto al passato.
Questa condizione crea una tensione strutturale tra gli obiettivi di sicurezza energetica e quelli di sostenibilità ambientale, rendendo il sistema vulnerabile a crisi internazionali, picchi di domanda e interruzioni delle forniture. In tale contesto si inserisce, anche se in modo non imminente, la possibilità di misure di razionamento energetico.
Ad ogni modo, secondo Floros tutto dipende da quanto durerà il conflitto e da quanto rimarrà chiuso lo stretto di Hormuz; anche se le due cose non coincidono necessariamente. Infatti ci potrebbe essere la fine del conflitto, ma nel contempo lo stretto potrebbe non essere riaperto. Quindi i tempi della durata del conflitto sono fondamentali per capire quanto sarà grave la crisi alla quale stiamo andando incontro.
A tal proposito, individua tre scenari:
- uno scenario più ottimistico, sui tre mesi di tempo dall’inizio del conflitto, quindi dal 28 febbraio 2026. Questo primo scenario non avrà delle ricadute drammatiche, sull’economia dell’Italia, dell’Unione Europea e del mondo nel suo complesso. Un primo scenario che però si sta chiudendo senza vedere la possibilità di una fine a giorni del conflitto.
- Il rischio è quello di andare verso un secondo scenario di medio periodo che potrebbe vedere il proseguimento del conflitto e la chiusura dello stretto verso la fine di quest’estate. In questo caso, le conseguenze sull’economia mondiale sarebbero più gravi.
- L’ipotesi peggiore è se andasse oltre la fine dell’estate, quindi se arrivasse addirittura a un anno o a dieci mesi di chiusura dello stretto di Hormuz, allora la situazione diventerebbe ancora più grave e si rischierebbe una situazione di recessione e nel contempo di inflazione, che in termini tecnici gli economisti definiscono di stagflazione.
Secondo Floros, in questo momento ci stiamo ancora muovendo all’interno del primo scenario.
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