Il miliardario investitore Jeremy Grantham, noto soprattutto per aver anticipato con straordinaria accuratezza lo scoppio di bolle speculative come quella delle dot-com e quella immobiliare americana, si è da tempo affermato anche come una delle voci più radicali e coerenti sul fronte della difesa ambientale.
Co-fondatore della società di gestione patrimoniale GMO, Grantham ha destinato quasi l’intera sua fortuna, vicina al miliardo di dollari, a cause ecologiche attraverso la Grantham Foundation for the Protection of the Environment, che finanzia ricerche sui rischi ambientali ritenuti tra le maggiori minacce per il futuro dell’umanità.
In una conversazione con la giornalista di Canadian Affairs Alexandra Keeler e con Jamie Lee, analista macroeconomica che dirige le ricerche ambientali della fondazione, Grantham ha tracciato un quadro cupo e senza sconti del rapporto tra mercati finanziari e degrado ecologico, mettendo al centro il ruolo dell’agricoltura industriale e dell’uso massiccio di pesticidi.
Il vero rischio per i mercati è quello ecologico
Secondo Grantham, i mercati finanziari sottovalutano in modo sistematico i rischi ecologici, al punto da ignorarli quasi del tutto. La ragione di questa cecità risiede nella struttura stessa del capitalismo contemporaneo orientato alla massimizzazione del profitto a breve termine. In tale sistema, la responsabilità primaria di una società per azioni è quella di garantire il massimo rendimento immediato agli azionisti; qualsiasi spesa destinata al benessere collettivo, alla tutela del clima o alla salute pubblica espone l’azienda al rischio di essere citata in giudizio. Non esistono, in questa logica, obblighi verso la società locale o globale, né verso la sopravvivenza della specie umana o il destino delle generazioni future. Solo quando l’opinione pubblica muta e inizia a stigmatizzare i comportamenti dannosi le imprese cominciano a sentire il peso reputazionale, e soltanto allora il “cattivo attore” paga un costo concreto.
Uno degli aspetti più allarmanti sollevati da Grantham riguarda il declino della fertilità e la riduzione degli spermatozoi osservati in molti paesi sviluppati. Egli sostiene che entro vent’anni o trent’anni la coppia media giovane avrà bisogno di assistenza per concepire e che, nell’arco di cinquanta o sessant’anni, la specie umana rischia di trovarsi sostanzialmente “fuori mercato” se non si riuscirà a eliminare le sostanze tossiche presenti nel cibo, nei cosmetici e negli imballaggi alimentari. Il problema non è soltanto l’esposizione acuta a dosi elevate, ma soprattutto l’esposizione continua a quantità minime, ben al di sotto dei limiti regolamentari, che solo di recente la scienza ha iniziato a riconoscere come potenzialmente rovinose se verificatesi in momenti critici dello sviluppo. Il glifosato, in particolare, sta acquisendo una triste notorietà perché i suoi effetti sembrano trasmettersi alle generazioni successive più che all’individuo direttamente esposto, come dimostrano studi su topi in cui la fertilità risulta compromessa per più generazioni.
Manca ancora una piena consapevolezza
Di fronte alla domanda sul perché si continui a mettere a rischio la salute umana su scala globale nonostante le evidenze di nocività di sostanze come l’atrazina, vietata nell’Unione Europea ma ancora ampiamente impiegata in Nord America, e il glifosato, ancora tra gli erbicidi più diffusi al mondo, Grantham risponde con lucidità disarmante: perché il sistema obbliga a concentrarsi sulla massimizzazione del profitto. L’unico strumento capace di cambiare i comportamenti è la legislazione, e questa può nascere soltanto sotto la pressione del voto e dell’opinione pubblica. Il problema è che i canali di comunicazione, quelli che egli non esita a definire “canali di propaganda”, sono in gran parte controllati da forze di centro-destra spesso legate agli interessi petroliferi e chimici, settori a loro volta strettamente interconnessi dato che circa il 98 per cento di tutte le sostanze chimiche commerciali deriva dal petrolio.
I mercati, abituati a ragionare su orizzonti trimestrali, faticano a interiorizzare rischi che si dispiegano su decenni. Grantham non si aspetta che le aziende riconoscano spontaneamente i danni dei propri prodotti, siano essi legati al cambiamento climatico o alla tossicità. Solo se la base di clienti lo impone, e solo se dispone di informazioni adeguate, le imprese si adeguano. Cresce comunque la disponibilità di punteggi di tossicità sui prodotti, e man mano che questa consapevolezza si diffonde i consumatori potranno scegliere al supermercato articoli meno velenosi e più nutrienti. I mercati reagiscono anche alle cause legali: le azioni contro Monsanto e il suo erbicida Roundup hanno fatto crollare il titolo di oltre il 50 per cento, ma si è trattato di un evento puramente finanziario, legato al rischio di risarcimenti, non a una vera riflessione etica.
La divergenza tra l’approccio precauzionale dell’Unione Europea e quello più permissivo di Canada e Stati Uniti — dove recentemente le regole sui pesticidi sono state addirittura allentate — viene spiegata da Grantham con le diverse dosi di “socialismo” presenti nel mix di ogni società del primo mondo. In Europa il contratto sociale, l’idea di prendersi cura del prossimo, occupa uno spazio maggiore nella vita quotidiana, mentre negli Stati Uniti prevale una forma di economia da cowboy, di estremo individualismo. Se dovesse consigliare il governo canadese, Grantham spingerebbe per maggiori investimenti nella decarbonizzazione, per sussidi che accelerino scienza e adozione di tecnologie pulite, e per una propaganda positiva capace di contrastare quella delle compagnie petrolifere, modificando così i cuori e le menti dell’opinione pubblica e del mondo aziendale.