Mentre gli Stati Uniti ponderano le ipotesi di un intervento militare in Iran, Donald Trump un missile di grande volume e a lunga gittata lo ha già lanciato: la decisione di imporre dazi aggiuntivi al 25% a tutti quei Paesi che continueranno a fare affari con la Repubblica Islamica è potenzialmente più efficace di qualunque manovra militare per condizionare la traiettoria del regime degli Ayatollah mentre nel Paese persiano continuano le proteste e la repressione da parte delle autorità di Teheran.
L’assedio economico non è una novità per l’Iran di Ali Khamenei e del presidente Masoud Pezeshkian che negli anni ha dovuto subire dapprima il ritorno delle sanzioni statunitensi nel 2018 e da ottobre quelle comminate dall’Unione Europea e dal Regno Unito ai sensi del Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo sulla proliferazione nucleare del 2015 che Teheran è accusata di violare.
Ma il cambio di passo di Trump è notevole. Questa manovra mira a chiudere i rubinetti economici della Repubblica Islamica; a porre i Paesi che fanno affari con l’Iran di fronte a un’alternativa; a riaffermare il predominio del dollaro e della lex mercatoria americana; a valorizzare il peso geopolitico - e non solo commerciale - dei dazi.
Non è ben stabilito in che misura ci saranno esenzioni al vero e proprio “editto” di Trump. Ma guardando alla lista dei partner commerciali dell’Iran si capisce che molti Stati dovranno prendere le misura con un provvedimento radicale. A ottobre 2025, ha ricostruito la Bbc, tra i primi partner dell’Iran si posizionavano Cina, Iraq, Emirati Arabi e Turchia. Pechino con 14,5 miliardi di dollari è la prima ricevente di export iraniano, soprattutto petrolio, seguita da Baghdad (10,5 miliardi). Emirati Arabi e Turchia sono attorno ai 7,5 miliardi di euro soprattutto per le forniture di gas. Anche i confinanti Afghanistan e Pakistan (circa 2,5 miliardi di dollari a testa) ricevono beni e servizi iraniani in misura notevole considerata la dimensione delle proprie economie. Poco sotto i 2 miliardi di dollari l’Oman, mediatore dei negoziati da aprile a giugno per cercare una via d’uscita all’impasse sul nucleare prima della guerra tra Iran e Israele, e l’India che in termini di investimenti geologistici e mercantili punta su Teheran.
Per quanto riguarda lo spacchettamento dei settori del commercio iraniano, i dati settoriali del portale Wits (World Integrated Trade Solutions) presentavano statistiche a consuntivo ferme al 2022, con circa due terzi dell’export iraniano riguardante materie prime energetiche o commodities, oppure prodotti raffinati da essi derivati. Possiamo supporre che la fase di alti prezzi energetici degli ultimi anni abbia aumentato questa percentuale. Ciò ci permette di leggere strutturalmente la condizione dell’economia iraniana e delle minacce statunitensi come potenzialmente impattanti per molti attori: se, da un lato, i Paesi che fanno affari con Teheran sono legati principalmente al campo non occidentale o alla regione mediorientale e se, dall’altro, l’export maggiore dell’Iran restano le materie prime energetiche che impongono spesso contratti di fornitura sul lungo periodo e creano rapporti strutturali. Dunque sarà molto difficile per diversi Paesi che importano prodotti iraniani cambiare rotta.
Prendiamo due esempi precisi: Cina e Turchia. Pechino riceve l’80% dell’export petrolifero iraniano, ha ottenuto nel 2025 circa 600 milioni di barili di petrolio dalla Repubblica Islamica e dipende per oltre il 13% delle importazioni da Teheran. La Turchia, invece, ha importato nel 2025 circa un terzo del suo fabbisogno di gas naturale dal Paese confinante. Trump rischierà una sfida commerciale con un rivale come Pechino e un alleato come Ankara per questioni puramente mercantili? Risulterà disposto a mettere a repentaglio affari consolidati con altri attori, come l’accordo minerario col Pakistan o le promesse di investimento multimiliardarie degli Emirati, per il loro rapporto con Teheran?
La minaccia non è stata concretizzata nel dettaglio, ma è ragionevole supporre che la pressione varrà per i futuri accordi con l’Iran, e non per quelli già in essere che porterebbero gli Usa a un onere daziario eccessivo. Inoltre, va detto che la mossa ha un valore politico più nel senso della pressione a Teheran che nel condizionamento agli alleati tramite sanzioni secondarie. Lo schema è lo stesso del caso Venezuela: mostrare a un Paese rivale degli Usa, importante per i mercati energetici globali, che la via del cambio di regime è ottimale per ottenere accessi positivi ai mercati internazionali o non incorrere nelle penalità Usa. Un “sanzionismo” a cavallo tra economia e geopolitica che pone però gli Usa in una posizione potenzialmente scomoda nel rapporto con alleati e partner con cui è vitale non acuire le tensioni.