L’applicazione delle commissioni di ingresso su un investimento è un aspetto che non sempre è compreso a fondo dall’investitore.
L’applicazione di tale balzello al momento dell’acquisto, sia di fondi comuni sia di altri strumenti finanziari come ad esempio i certificates, ha un impatto significativo sul rendimento finale dell’investitore.
In questo articolo, analizzeremo quanto tale commissione sia dannosa e come la fiscalità italiana complichi ulteriormente la situazione.
Al cliente genericamente dispiace dover pagare una commissione perché percepisce una uscita certa a fronte di un guadagno incerto.
Quello che non vede facilmente è che l’applicazione della commissione al capitale investito riduce immediatamente la base reddituale, ovvero la quantità di capitale che dovrà generare il reddito che si attende.
Ad esempio, se un investitore impiega 100 euro e la commissione di ingresso è del 2%, solo 98 euro saranno effettivamente investiti.
Contrariamente a quanto si potrebbe intuire, il mercato deve crescere più del 2% per coprire il peso della commissione: infatti se un calo del 2% con base 100 porta ad una flessione di 2 un incremento del 2% con base 98 non riporta a 100 ovvero il capitale iniziale.
Affinché l’investitore possa vedersi restituita la commissione di ingresso, il mercato deve aumentare di una percentuale maggiore, in questo caso del 2,04%.
Sembrerà poca cosa, ma occorre inoltre tenere presente la tassazione del capital gain (del 26%) e quindi la plusvalenza di 2 non farà tornare a 100 il patrimonio ma a circa 99,5 perché il 26% del 2 guadagnato in realtà è incassato dallo Stato.
Quindi il rialzo per tornare in pari deve essere del 2,76%.
Inoltre la fiscalità italiana è strutturata in modo tale da imporre una patrimoniale nascosta agli investitori, oltre naturalmente al famoso e noto “superbollo”.
Infatti non tutte le minusvalenze possono essere compensate con le plusvalenze e questo porta ad ulteriori complessità e danni per l’investitore.
Le minusvalenze possono essere compensate solo se sono della stessa natura, ovvero se l’Agenzia delle Entrate le classifica come aventi la stessa origine.
Con un provvedimento a dir poco discutibile le plusvalenze generate dai fondi comuni non vengono considerate dello stesso genere delle minusvalenze. Quindi non sono “opponibili” (compensabili).
Un esempio: immaginiamo un investitore che non abbia minusvalenze pregresse e che abbia un portafoglio l’azione A e l’azione B. La prima ha una plusvalenza potenziale di 10 e la seconda ha una minus potenziale di 10.
Vendendo prima l’azione in perdita si crea una minusvalenza e poi vendendo quella in guadagno compensa la plusvalenza con la minusvalenza realizzata.
Ma se invece di azioni parliamo di fondi comuni vendendo il fondo B in perdita si crea una minusvalenza che non potrà essere utilizzata per compensare la plusvalenza generata dalla vendita del fondo A
E la minus accumulata, se non viene spesa dopo 4 anni solari scade.
Capite che l’investitore non assistito è poco consapevole di questo meccanismo che permette allo Stato di percepire più capital gain di quanto sarebbe equo.
Si tratta di una vera patrimoniale occulta.
Le commissioni di ingresso sono un retaggio medioevale e il cliente dovrebbe pretendere di retribuire il suo consulente in base alla qualità del servizio e non per la vendita di un prodotto.
Tuttavia questa seconda impostazione è svantaggiosa per lo Stato, per le Società del settore che trovano più semplice formare il personale alla vendita che alla consulenza. Infatti è più stabile e remunerativo un modello commerciale basato sulla logica dell’acquisto piuttosto che sull’erogazione di un servizio, poiché un consulente preparato potrebbe diventare più refrattario agli ordini di scuderia rispetto ad un mero venditore.
E’ quindi fondamentale che gli investitori capiscano che è nel loro interesse non adagiarsi nella culla delle dichiarazioni rassicuranti e mendaci della massa delle istituzioni, ma evolversi e passare dall’idea di comperare un investimento a quello di essere fruitori di un servizio.
In fondo quando andiamo dal commercialista non comperiamo nulla. E nessuno si stupisce.