Inflazione in aumento e prime crepe in Gazprom: cosa succede in Russia?

Federico Giuliani

6 Febbraio 2025 - 07:10

Negli ultimi anni l’economia russa è riuscita ad adattarsi alle sanzioni occidentali. A Mosca stanno però risuonando alcuni campanelli d’allarme.

Inflazione in aumento e prime crepe in Gazprom: cosa succede in Russia?

Il 40% del personale dell’ufficio centrale di Gazprom, il colosso russo del gas, rischia di essere tagliato. L’azienda, che impiega 498mila persone, ha confermato le indiscrezioni di tagli in arrivo, ma non è ancora chiaro quando e come saranno effettuati. A pesare sono le conseguenze della guerra in Ucraina, sintetizzabili nella perdita del mercato europeo e di laute commesse.

Il 31 dicembre scorso, inoltre, per la «grande G» russa è arrivata un’altra notizia indesiderata: l’interruzione dell’export di gas attraverso i gasdotti ucraini. Il risultato è che, al momento, dopo decenni di predominio assoluto nel settore energetico del Vecchio Continente, la vendita di gas russo nella regione si è ridotta ad una sola rotta, e cioè quella che passa dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Nel 2023, intanto, Gazprom registrava una perdita di quasi 7 miliardi di dollari (la prima dal 1999), a breve da aggiornare con una perdita stimata tra i 4,5 e i 6,5 miliardi in seguito alla decisione di Kiev.

Nel complesso, l’economia russa è fin qui riuscita ad adattarsi alle sanzioni occidentali, con un tasso di disoccupazione al minimo storico di circa il 2,4% e altri valori incoraggianti. Tuttavia, la banca centrale ha avvertito che ci sono segnali di surriscaldamento: un contesto di inflazione galoppante da un lato e alcune aziende, come Gazprom, in difficoltà dall’altro.

I guai di Gazprom e l’economia russa

A proposito della richiamata Gazprom, l’azienda sta appunto valutando di tagliare circa il 40% del personale della sua sede centrale, ovvero più di 1.500 posti di lavoro. L’agenzia Tass ha scritto che il gigante del gas deve fare i conti con la perdita della maggior parte delle sue vendite in Europa, e quindi con conti sempre più in rosso.

Che c’entra tutto questo con la Russia in sé? C’entra, eccome, visto che negli ultimi tre anni Vladimir Putin aveva adottato una strategia a tre teste, cioè con tre obiettivi distinti ma paralleli: sostenere la guerra in Ucraina attraverso una spesa per la Difesa non indifferente; mantenere un’elevata spesa sociale e infrastrutturale per dare l’impressione di normalità per i cittadini; preservare la stabilità macroeconomica.

Secondo la rivista Foreign Affairs per Mosca sarà sempre più impossibile compiere tutte e tre le cose all’infinito. I primi due obiettivi, in particolare, richiedono enormi esborsi di denaro che alimentano l’inflazione, e che quindi compromettono la missione numero tre. Le crepe che stanno emergendo, un po’ a macchia di leopardo, nell’economia russa (vedi il caso Gazprom) rappresentano ulteriori campanelli d’allarme che non possono essere ignorati.

Vale comunque il solito discorso: Putin non è sull’orlo del lastrico. “Le sfide economiche della Russia non sono ancora così acute da fare una differenza significativa nella guerra nel breve termine. Per almeno il prossimo anno, il Cremlino dovrebbe essere in grado di impedire che la sua economia surriscaldata esploda in una crisi conclamata”, ha scritto FA. Il presidente russo deve però iniziare a ragionare nel medio-lungo periodo, per prevenire ogni eventuale criticità.

Un anno decisivo

C’è un aspetto che vale la pena considerare: il Cremlino sta dando priorità alla guerra sopra ogni altra cosa. Dal 2022, anno dell’inizio dell’operazione militare speciale in Ucraina, la Difesa e la sicurezza continuano a dominare la spesa federale di Mosca; basti pensare che nel bilancio del 2025 le voci in questione hanno raggiunto il 40% della torta complessiva rappresentando oltre l’8% del pil nazionale. Dove finiscono queste risorse? La maggior parte del denaro destinato nella Difesa confluisce nella produzione di armi e negli stipendi militari.

Allo stesso tempo, nel 2024 le banche hanno emesso prestiti agevolati per un valore di oltre 150 miliardi di dollari e il credito aziendale complessivo è aumentato di quasi il 20%, denaro principalmente assegnato ai settori dell’edilizia, dell’agricoltura e della vendita al dettaglio, nonché al complesso militare-industriale. Il problema è che l’espansione economica iniziale della Russia sta rallentando. Tra il secondo e il terzo trimestre del 2024, la crescita del pil è scesa dal 4,1% al 3,1%. Le industrie coinvolte nella produzione della difesa sono ancora in espansione, ma a tassi ben al di sotto dei loro picchi nel 2023.

Oltre al calo del rublo e all’aumento dell’inflazione, ha fatto notare l’Atlantic Council, ci sono altre cause di preoccupazione in Russia. Per esempio, secondo il Carnegie Endowment le fabbriche industriali in Russia stanno operando solo all’81% della capacità per colpa della carenza di manodopera (tra mobilitazioni e chiamate al fronte mancano i lavoratori). Cosa succederà nei prossimi 12 mesi? “Gli attuali segnali mostrano che la Russia affronterà una recessione economica nel 2025, e Putin e il Cremlino dovranno decidere come cercare di affrontare questi problemi finanziari”, ha sottolineato ancora l’Atlantic Council. Molto dipenderà da quando, come e se terminerà la guerra in Ucraina. E Donald Trump, appena tornato alla presidenza degli Stati Uniti, potrebbe agevolare i negoziati tra Mosca e Kiev.