In Argentina torna l’instabilità, ma per Milei i problemi sono quelli di sempre: debito estero e dollaro

Guido Salerno Aletta

09/09/2025

Il pareggio di bilancio non basta: il servizio del debito pubblico già contratto verso l’estero, per il pagamento degli interessi ed il rimborso delle scadenze, continua a drenare risorse importanti.

In Argentina torna l’instabilità, ma per Milei i problemi sono quelli di sempre: debito estero e dollaro

Inutile girarci intorno: il dollaro è una valuta di riserva internazionale, e chi la detiene per averla ricevuta in cambio di una merce che ha prodotto in un altro Paese non se ne sbarazza volentieri. Se la presta in dollari, chiede indietro altrettanti dollari al tasso di interesse prevalente sul mercato internazionale, ma se sottoscrive prestiti emessi in un’altra valuta pretende i tassi prevalenti nel Paese corrispondente ed una garanzia sul rischio di cambio.
Quella che abbiamo appena descritto è una situazione fisiologica in Argentina: sono le condizioni valutarie e monetarie internazionali ed interne che ne determinano l’andamento economico e finanziario.

Non solo le sue principali esportazioni di cereali e di carne, che determinano un attivo della bilancia commerciale, sono vendute in dollari, ma i corrispondenti proventi sono detenuti in questa stessa valuta e prevalentemente all’estero, soprattutto in Uruguay che rappresenta una sorta di paradiso fiscale per questi capitali.

Quando non vi è un pieno rientro dei proventi delle esportazioni, cambiati nella valuta locale, gli importatori si devono finanziare sul mercato per acquistare i dollari che restituiranno dopo aver venduto le merci sul mercato interno: in un Paese che ha da decenni un’inflazione elevatissima, ed un cambio col dollaro estremamente aleatorio, si determinano condizioni particolarmente critiche di rischio e di extracosto.

Il Presidente Milei è stato eletto in una condizione di grande difficoltà politica, economica e sociale per via della elevatissima inflazione, determinata dalla combinazione tra l’elevato deficit di bilancio e la creazione di moneta volta ad assicurare la liquidità necessaria alla circolazione: il drastico taglio delle spese pubbliche, per stipendi e sovvenzioni di ogni genere, ha comportato una forte riduzione della pressione inflazionistica, ora del 40% su base annua, ma anche un grande aumento del tasso di povertà, giunto al 52% della popolazione.

In positivo, c’è stato anche l’aumento del prodotto sia nel 2024 che nel primo trimestre di quest’anno, nell’ordine del 5%, che va comunque inquadrato nel recupero economico nella fase post-Covid.

Le note fortemente dolenti sono rappresentate dalla mancanza di riserve in dollari del Banco National, che era arrivato ad un deficit di ben 7 miliardi di dollari per aver sostenuto il cambio del peso durante il primo periodo di Presidenza di Milei: era una misura volta a rassicurare il sistema politico e sociale, circa la riuscita complessiva della durissima sfida di portare il pareggio di bilancio.

Il prestito che è stato concesso dal Fmi, dell’importo di 20 miliardi di dollari di cui 12 già erogati, ha avuto lo scopo di rendere meno costrittive le condizioni di finanziamento estero dell’economia argentina, che deve fare sempre i conti con la scarsa fiducia degli esportatori, che continuano a non cambiare i propri dollari in peso.

In questa situazione, al solo scopo di fare fronte al servizio del debito pubblico verso l’estero, in scadenza per 5 miliardi di dollari, lo stesso governo Milei ha dovuto procedere a nuove emissioni in peso, dovendo assicurare agli investitori un tasso di interesse estremamente elevato: 31,7%, su un prestito quinquennale riservato agli stranieri per un controvalore di 1 miliardo di dollari; 28,5%, su una seconda tranche per il mercato interno di questa stessa emissione per un controvalore di mezzo miliardo di dollari.

Il pareggio di bilancio non basta: il servizio del debito pubblico già contratto verso l’estero, per il pagamento degli interessi ed il rimborso delle scadenze, continua a drenare risorse importanti, costringendo il governo ad emetterne di nuovo.

Il rapporto col dollaro continua ad essere un vincolo cruciale per l’Argentina, perché la sua disponibilità è necessaria sia per il servizio del debito pubblico che per le importazioni. A maggior ragione, continuano ad essere sempre poco favorevoli le condizioni per investimenti esteri, sia da parte di stranieri che da parte di argentini che detengono i propri capitali all’estero.

Diversamente dal Brasile di Lula che è stato punito con i dazi del 50% per punirlo dei legami con la Cina e con l’India, l’Amministrazione Trump sta facendo di tutto per tenere legata a sé l’Argentina, dopo che il Presidente Milei ha rinunciato all’adesione al Gruppo dei BRICS che pure era stata sollecitata ed ottenuta dal precedente governo: l’Argentina godrà di cospicui vantaggi economici: circa l’80% delle esportazioni verso gli Stati Uniti sarà esentato dai dazi doganali e le altre merci subiranno tariffe pari o inferiori al 10%, con un aumento dei volumi esportabili che favorirà la concorrenza e garantirà margini di profitto più elevati per gli esportatori e le imprese argentine.

Ma questo rapporto commerciale prevedibilmente più intenso con gli Usa renderà ancora più stringente il rapporto dell’economia argentina col dollaro: era questo il nodo valutario che il precedente governo argentino, di ispirazione peronista, aveva voluto rendere meno stringente, con accordi di swap valutario yuan-peso già raggiunti con la Banca del Popolo Cinese, per consentire agli importatori cinesi di comprare dall’Argentina pagando in peso ed a quelli argentini di comprare dalla Cina pagando in yuan, senza doversi preventivamente rifornire di dollari.

I peronisti avevano cercato di sottrarre l’Argentina alla dollarizzazione dell’economia, una tentazione continuamente ricorrente sin dagli Anni Ottanta per dare stabilità monetaria al Paese: un oltraggio che Donald Trump non aveva assolutamente tollerato, come ha dimostrato sostenendo la Presidenza Milei.

Nelle elezioni politiche appena svolte nella Provincia di Buenos Aires, popolosissima perché vi risiede circa il 40% della popolazione e che è una sorta di Stato federale, il partito del Presidente Milei è stato surclassato da quello peronista, col 34% rispetto al 47%.
In Argentina torna l’instabilità, ma per Milei la morsa era rimasta quella di sempre: il debito estero ed il rapporto col dollaro.