Non ho nulla contro il Black Friday. Né contro il consumismo in genere. Ritengo che ognuno debba essere libero di spendere i soldi che guadagna come preferisce. Anche acquistando cosa inutili o accumulando scarpe che non potrà mai mettere, a meno di non camminare 23 ore al giorno per tutta la vita. Giova infatti ricordare che alla base del successo di un film culto come Fight club, la Bibbia dell’anti-consumismo, ci sono i soldi di Starbucks e Budweieser che lo hanno finanziato. E ottenuto products placement. .
Chiuse parentesi e premessa, in sé il Black Friday non è più quello originariamente nato nei Paesi anglosassoni. Primo, perché mediamente dura una settimana. Secondo, perché l’e-commerce garantisce dumping sui prezzi retail tutto l’anno e h24. Terzo, perché conseguentemente il commercio al dettaglio tradizionale ha moltiplicato le occasioni per ribassare i prezzi, dalle mid-season sales alle vendite private che, in realtà, sono aperte a chiunque si registri sul sito.
Oggi, poi, c’è un quarto fattore. Enorme. Il cosiddetto bullwhip effect, l’effetto colpo di frusta quasi sempre legato a criticità sulla supply chain o drastico regime di contrazione dei consumi che genera da un aumento tale delle scorte da obbligare la catena a smaltirle. E per farlo, saldi e occasioni. Qual è quindi il problema? Il dumping strutturale che un simile sistema presuppone e necessita per non crollare.
Gli Usa, al netto dei proclami di transizione verso società dei servizi, ancora oggi sono un supermarket a cielo aperto. Il 70% del Pil dipende dai consumi personali e un simile processo necessita di due elementi: un commercio globale e una fabbrica a cielo aperto. In perenne regime di sovra-produzione. Ecco spiegato il rapporto simbiotico Usa-Cina, impreziosito dal post-Lehman in poi dall’implicita esportazione di deflazione da parte di Pechino verso il mondo. In cambio, oltre alle merci, alla roba come la chiamerebbe Verga, cosa otteniamo? Il ciclico impulso creditizio di una PBOC che, a differenza di Fed e Bce, non necessita di tante spiegazioni per agire.
Correlazione fra ratio nuovi ordinativi/scorte Usa e impulso creditizio cinese
Fonte: Société Générale
Questo mondo perfetto si base altresì su un altrettanto sistemico disequilibrio:
Correlazione fra tasso di risparmio Usa e indebitamento su carta di credito
Fonte: Bloomberg/Zerohedge
ecco in tutta la sua folle e disperante linearità la situazione creditizia statunitense attuale. Risparmi solo frazionalmente al di sopra del minimo storico del 3% sul reddito e utilizzo della carta di credito in modalità orbitale. Ma a far davvero paura dovrebbero essere questi due grafici,
Andamento storico dal 2012 del trend reddituale Usa comparato
Fonte: Bloomberg
Trend del risparmio in eccesso per le fasce reddituali più alte negli Usa
Fonte: Goldman Sachs
sintesi perfetta del post-sbornia reddituale legata alla pandemia, tanto che - per mettere la questione in prospettiva - al picco della pandemia il tasso di risparmio Usa raggiunse la vetta assoluta del 33%. Oggi, invece, tutto è finito. E i 7 trimestri di vacche grasse garantiti dai sostegni federali hanno lasciato il posto a un drammatico calo delle disponibilità, poiché il doping sul reddito è terminato. Insomma, si drena dal conto. E si carica sulla carta di credito. Il tutto in un regime di inflazione ai massimi dagli anni Ottanta. In compenso, la fascia della società con redditi più alti ancora vive di rendita sui risparmi in eccesso della pandemia.
Il risultato? Lo mostra quest’ultima immagine:
Andamento del controvalore annuale di debito da rimborsare per consumi e mutui
Fonte: Bloomberg
ad oggi, i consumatori americani devono ripagare ogni anno 1,75 trilioni di debito, quasi il 10% del reddito disponibile. E con prezzi ai massimi che erodono ulteriormente il potere d’acquisto e destinati a non poter calare troppo e troppo in fretta, semplicemente perché quella dinamica rende meno onerose l’altra faccia della Luna debitoria. Ovvero, quella del Qe e della carta sovrana che circola senza sosta - come sangue vitale - fra la Fed e i bilanci di banche e assicurazioni. Avanti e indietro.
Insomma, servono 364 giorni neri a livello salariale per poter godere dell’illusorio e artificiale benessere percepito da un singolo Friday. E la gravità della situazione, stante la sua natura sistemica e strutturale, sta proprio nel fatto che quel singolo Friday con gli anni si è dovuto giocoforza moltiplicare. Due. Tre. Intere settimane di offerte, sconti e saldi per non farci sentire poveri e indebitati. E non farci rendere conto dell’immenso schema Ponzi rappresentato da un sistema di benessere in realtà basato su manipolazione monetaria, dumping salariale e indebitamento cronico.