Il vero shock della guerra nel Golfo? Potrebbe arrivare nelle fabbriche italiane in questo modo

Andrea Muratore

10/03/2026

Non solo petrolio. Così il conflitto USA-Iran-Israele rischia di colpire l’industria italiana.

Il vero shock della guerra nel Golfo? Potrebbe arrivare nelle fabbriche italiane in questo modo

Petrolio e gas? Sì, ma non solo.

Mentre il mondo osserva l’ottovolante dei prezzi dell’energia nel pieno della guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, vera e propria “Terza guerra del Golfo” e mentre operatori industriali, governi e cittadini sono in apprensione per forniture, bollette, pieni dei mezzi di trasporto, per Paesi attivi nella trasformazione industriale come l’Italia il fronte a cui badare è ben più ampio.

Le ripercussioni per il sistema-Paese di una prolungata fase bellica nel Golfo sono su più direttrici e spesso le testate principali non segnalano quelle meno note ma, paradossalmente, più impattanti. Sul fronte del petrolio, l’Italia è toccata in maniera indiretta, per il meccanismo di formazione dei prezzi e i futures, dato che tra i primi fornitori ci sono Paesi come Azerbaijan, Kazakistan e, soprattutto, Libia che non hanno subito disruption. Il gas naturale liquefatto vede il sorpasso degli Usa sul Qatar come primo fornitore. Per entrambe le materie prime il guaio globale è legato al fatto che è l’Asia, cuore manifatturiero del mondo, a essere maggiormente toccata. Ma l’Italia rischia ripercussioni durature su altri mercati.

Ad esempio, non è stata abbastanza sottolineata la dipendenza dell’Italia e dell’Europa sul versante dell’alluminio, di cui importano l’87% del fabbisogno, vitale per costruire un ecosistema industriale resiliente e ben fornito. “Secondo l’International Aluminium Institute (IAI), nel 2025 i paesi membri del Consiglio di cooperazione del Golfo hanno prodotto circa 6,159 milioni di tonnellate di alluminio primario, pari a circa l’8,35% dell’offerta mondiale”, nota FastMarkets, aggiungendo che “gli operatori del mercato considerano la produzione del GCC come un’importante «offerta di riferimento» perché le fonderie della regione possono esportare in Europa, nelle Americhe e in Asia ogni volta che questi mercati offrono i prezzi migliori”. Parliamo di un’offerta già messa sotto pressione dall’introduzione del Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) europeo, che impone un rincaro nelle importazioni ad alto impatto ambientale, e che in Europa ha visto un aumento del 29,9% dei costi di importazione rispetto al periodo pre-Covid (con una crescita di 6,8 miliardi di euro).

L’impatto per un Paese come l’Italia rischia di essere tutt’altro che risolvibile, anche considerato il fatto che l’intera prosperità nazionale si basa sul surplus commerciale (di circa 50 miliardi di euro l’anno) che rende vantaggioso per Roma essere un Paese trasformatore di beni e esportatore. Se venisse meno questo dato di fatto, sarebbe molto più duro giustificare il sistema produttivo italiano nelle sue sfaccettature. Vedere i margini erosi dalla fornitura energetica da un lato e dai fattori produttivi come l’alluminio dall’altro è un rischio elevato che il Paese non può permettersi di correre.

Aggiungiamo poi anche un altro mercato su cui l’Italia deve fare attenzione, quello dei fertilizzanti. La produzione di urea, elemento fondamentale per i fertilizzanti, passa pesantemente dal Golfo. Qatar, Arabia Saudita, Bahrein e Oman producono complessivamente 15 milioni di tonnellate all’anno di urea, fosfato diammonico (DAP) e ammoniaca anidra, e Paesi come l’India, gli Stati Uniti, il Brasile e l’Australia dipendono fortemente da queste esportazioni per mantenere i raccolti agricoli”, nota Euronews, che paventa il rischio di uno shock inflattivo mondiale che può anche colpire nel profondo l’industria trasformatrice di alimenti dell’Italia, che compra molti prodotti (uno tra tutti: il caffè) dalle grandi potenze agroalimentari che forniscono la materia prima.

Sanzionando a giugno Russia e Bielorussia l’Unione Europea ha alzato di un milione di tonnellate la necessità di import di fertilizzanti da fuori il blocco, dopo che nel 2024 i costi di approvvigionamento avevano sfiorato i 7 miliardi di dollari. A ciò si aggiungono circa 2,7 miliardi di dollari di urea grezza, i cui prezzi sono aumentati di quasi il 50% in un mese a causa dell’assalto all’Iran. Lo shock e la disruption, dunque, vanno oltre gas e petrolio e, anzi, in altri settori rischiano di essere più vischiosi e difficili da rimuovere a causa della carenza di alternative per Italia ed Europa e di vulnerabilità strutturali del nostro sistema economico. Basta questo per giudicare questo conflitto e la scelta di scatenarlo come un colpo diretto all’economia dell’Italia e dell’Europa, ora sottoposte alla minaccia di uno shock inflattivo che può pregiudicare i risultati conseguiti nella ripresa post-Covid.