Il vero rischio per l’Italia non è l’invecchiamento, ma il crollo demografico e del PIL

Guido Salerno Aletta

04/07/2025

Entro il 2100 la popolazione italiana potrebbe ridursi del 41%: più che la crescita della spesa sociale, preoccupa il dimezzamento del PIL e del gettito fiscale.

Il vero rischio per l’Italia non è l’invecchiamento, ma il crollo demografico e del PIL

In prospettiva, il problema dell’Italia non è tanto la sostenibilità delle spese sanitarie e pensionistiche che lieviteranno per via dell’aumento della età media della popolazione, ma la ben più fosca prospettiva del dimezzamento del PIL e quindi del gettito fiscale.
Da oggi alla fine del secolo, le previsioni demografiche sono ampiamente disponibili: l’U.S. Census, l’Istituto ufficiale di statistica statunitense, aggiorna costantemente gli andamenti demografici previsti nei diversi Paesi del mondo.

Ci sono differenze enormi.
Da oggi alla fine del secolo, negli Stati Uniti la popolazione continuerà a crescere in modo stabile, passando dagli attuali 347 milioni di abitanti a 421 milioni (+74 milioni, pari al +21%) senza variazioni significative nella distribuzione già oggi sostanzialmente omogenea delle diverse coorti di età.

In Francia, invece, si prevede una assoluta stabilità della popolazione, che passerà dai 66 milioni odierni ai 68 milioni di fine secolo (+2 milioni, pari a +0,03%) con un aumento della numerosità solo per le coorti molto anziane, quelle comprese tra gli 80 ed i 94 anni di età.
La situazione dell’Italia è diametralmente opposta rispetto a quella francese: alla fine di questo secolo, la popolazione crollerebbe ad appena 35 milioni di abitanti rispetto ai 59 milioni di quest’anno (-24 milioni, pari al -41%), mentre erano già ben 46 milioni nel 1950 alla vigilia della grande espansione demografica che ha trovato il picco di 60,6 milioni nel 2014. Il profilo di numerosità delle coorti passerà da una configurazione attuale ad “uovo” con una prevalenza di quelle comprese tra i 30 ed i 69 anni di età, ad una configurazione a “piramide rovesciata” con una prevalenza di quelle comprese tra i 55 e gli 89 anni di età.

La Cina si troverà in condizioni ancora più drammatiche rispetto a quelle dell’Italia, che derivano dalle conseguenze a lungo termine della politica dell’unico figlio, motivata dalla scarsità di generi alimentari, che è stata poi abbandonata ma con scarsi effetti: la popolazione attuale, di 1 miliardo e 416 milioni di abitanti si dimezzerà arrivando ad appena a 633 milioni (-783 milioni, pari a -55%), con un peso sempre più delle coorti più anziane, dai 55 anni di età in su, ed il picco di quelle comprese tra gli 80 e gli 89 anni. Le generazioni nate dopo il 2010 saranno testimoni di un rapido ed irreversibile processo di de-popolazione.
Ognuno guarda i fenomeni demografici dal proprio punto di vista.

In Italia, per quanto riguarda le spese pubbliche, Daria Perrotta, Ragioniere Generale dello Stato, non ha dubbi sull’impatto derivante dall’aumento dell’età media della popolazione, visto che le spese “age-related”, pensioni e sanità, raddoppieranno nel lungo periodo, passando dall’attuale 13% del PIL al 25%. Serve, ha concluso nella sua audizione in Parlamento, “una classificazione della spesa capace di misurare, voce per voce, cosa lo Stato sta facendo e non per contrastare l’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite e lo spopolamento del Sud”.
Non è stato fatto il calcolo del miglioramento didattico in termini di riduzione del numero di alunni per classe, ovvero in campo sanitario in termini di posti letto ospedalieri disponibili per numero di abitanti: la verità è che, a salari invariati, il reddito imponibile e conseguentemente il gettito fiscale si dimezzeranno e quindi le conseguenze sul numero degli insegnanti e dei posti letto che saranno tagliati saranno devastanti.

Il problema vero non è solo quello della spesa pubblica assistenziale, che cresce in rapporto al PIL a causa dell’innalzamento della età media della popolazione, ma la riduzione del numero degli abitanti e soprattutto di quelli in età lavorativa: quest’ultima riduzione determinerà un calo del PIL reale, a meno che la produttività e le remunerazioni non crescano in maniera tale da compensare il minor numero di abitanti.
Non servono scorciatoie.

Affidarsi al decreto-flussi per aumentare il numero dei lavoratori immigrati regolari, ed in prospettiva la popolazione, potrebbe risultare un boomerang: come è successo per tanti italiani emigrati all’estero, non solo si trasferiscono mensilmente a casa una gran parte dei salari guadagnati, ma dopo qualche anno si ritorna in patria per mettere a frutto il gruzzoletto messo da parte.
Anche la recente proposta di ampliare le condizioni per attribuire la cittadinanza, prevedendo la frequenza scolastica con profitto per un certo numero di anni, non garantisce nulla: si accrescono immediatamente i diritti degli immigrati nel presupposto che ci sia una integrazione prospettica, di lunga durata.

Bisognerebbe conoscere bene i dati relativi ai costi dell’assistenza pubblica a favore di coloro che sono entrati in Italia, anche regolarmente, per valutare la congruità delle politiche adottate finora.
In conclusione: parlare solo di un bilancio teleologico, a lungo termine, per valutare l’andamento crescente della spesa assistenziale derivante dall’invecchiamento della popolazione rischia di essere un diversivo.