Quando si è senza lavoro, esiste un’opportunità per compensare perlomeno la mancanza di una contribuzione previdenziale: si può richiedere, infatti, all’Inps l’autorizzazione al versamento volontario dei contributi in tutti quei periodi che sono scoperti da contribuzione.
I contributi volontari, quindi, non possono essere versati in costanza di rapporto di lavoro, poiché in quella situazione è già prevista la contribuzione obbligatoria, né tantomeno nei periodi di disoccupazione già indennizzati dalla specifica indennità, la Naspi appunto, in quanto quei periodi sono coperti da contribuzione figurativa.
In tutti gli altri periodi di vuoto è invece possibile farsi carico personalmente della specifica contribuzione, un’operazione che ha sì un costo - che in genere non è neppure semplice sostenere, specialmente nei periodi in cui si è privi di stipendio - ma che consente perlomeno di mettere al sicuro il raggiungimento del requisito contributivo minimo per accedere alla pensione, con la possibilità che, in caso di carriere lunghe, il versamento dei contributi volontari possa persino agevolare l’accesso alla pensione anticipata.
Ma non solo, perché i contributi volontari - al pari di quelli da riscatto, come nel caso della laurea - possono essere considerati al pari di un vero e proprio investimento. I soldi spesi, infatti, entrano a far parte di quel tesoretto personale che darà poi luogo a una rendita mensile una volta smesso di lavorare: in parole più semplici, i contributi volontari servono anche ad aumentare la pensione.
A questo punto la domanda sorge spontanea: considerando il costo della contribuzione volontaria, di quanto aumenta la pensione? Per rispondere è sufficiente conoscere le regole del calcolo contributivo, applicato per i periodi successivi al 1° gennaio 1996, dalle quali dipende la risposta. Vediamo perché.
Quanto si paga di contributi volontari
Partiamo dal rispondere alla domanda su quanto si versa di contributi in costanza di rapporto di lavoro: come vedremo, infatti, le stesse regole si applicano poi alla contribuzione volontaria.
Nel dettaglio, di quanto guadagnato - si considera il lordo, ovviamente - è dovuta all’Inps, o alla cassa professionale di riferimento, una certa quota, chiamata aliquota contributiva. Nel caso più comune dei lavoratori dipendenti iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria dell’Inps, la quota dovuta è pari al 33%, di cui una minima parte, generalmente il 9,19% nel caso dei lavoratori del settore privato, è a carico del lavoratore (l’8,80% per i dipendenti statali).
Ebbene, questa regola si “eredita” nei periodi privi di contribuzione nel caso in cui si voglia appunto procedere con il versamento della contribuzione volontaria, con la differenza che di tutta la contribuzione - quindi di tutto il 33% e non solo della parte a carico del lavoratore - deve farsi carico l’assicurato.
Nel dettaglio, per quantificare il costo dei contributi volontari bisogna prendere la retribuzione di riferimento, calcolata sulla media delle ultime 52 settimane di contribuzione obbligatoria, e calcolarvi il 33%: se, ad esempio, in quelle 52 settimane sono stati guadagnati 26.000 euro lordi, di contributi sono dovuti 8.580 euro per un anno intero, corrispondenti a circa 165 euro per ogni settimana da coprire.
Ci sono poi dei limiti di importo da considerare: nel 2026 la retribuzione minima settimanale di riferimento è pari a 244,74 euro, da cui deriva, applicando il 33%, un contributo minimo di circa 80,76 euro a settimana, ossia circa 4.200 euro l’anno. Sulla quota di retribuzione annua superiore a 56.224 euro si applica inoltre un’aliquota aggiuntiva dell’1%. Il massimale annuo della base contributiva è invece pari a 122.295 euro per chi ha iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996 o ha esercitato l’opzione per il sistema contributivo.
Quanto spetta di pensione per un anno di contributi volontari
Vi anticipiamo che per rispondere alla domanda su come l’investimento fatto si traduca in pensione bisogna semplificare una serie di variabili.
Sul calcolo della pensione, infatti, pesano la rivalutazione dei contributi versati, che non è pronosticabile con certezza, specialmente per coloro a cui mancano decine di anni prima di andare in pensione, come pure i coefficienti di trasformazione che verranno applicati nell’anno di pensionamento.
Questi valori, che trasformano il cosiddetto montante contributivo in importo della pensione, infatti, cambiano ogni due anni in base all’andamento della speranza di vita: considerata la tendenza all’aumento dell’aspettativa di vita, quindi, è lecito immaginarsi dei coefficienti più bassi in futuro.
Per rispondere possiamo quindi ipotizzare, solo ai fini di questa simulazione, una rivalutazione stabile al 2% per ogni anno, mentre per i coefficienti di trasformazione dobbiamo considerare quelli attualmente applicati (che verranno aggiornati il 1° gennaio 2027).
Stimiamo ad esempio una spesa di 9.000 euro per un anno di contributi sostenuta a 10 anni dal pensionamento. Considerando dieci rivalutazioni annue al 2%, il montante raggiungerebbe circa 10.970 euro. Stimando che si vada in pensione a 67 anni di età (anche in questo caso non vengono considerati gli adeguamenti alla speranza di vita), si applica un coefficiente di trasformazione pari al 5,608%.
Quell’anno di contribuzione volontaria consentirebbe quindi un aumento di pensione pari a circa 615,25 euro lordi l’anno, ossia 47,33 euro lordi al mese per 13 mensilità.
Prendiamo adesso lo stesso importo ma con un pensionamento a 64 anni, mantenendo l’ipotesi dei 10 anni di rivalutazione: la resa in questo caso è differente, vista l’applicazione di un coefficiente di trasformazione di minor valore, pari al 5,088%. L’aumento sarebbe quindi di circa 558,20 euro lordi l’anno, corrispondenti a 42,94 euro lordi al mese per 13 mensilità.
Se invece la spesa fosse più rilevante, anche l’impatto sulla pensione lo sarebbe.
Pensiamo ad esempio a 15.000 euro di contribuzione volontaria versata complessivamente, sempre a 10 anni dal pensionamento. Con la stessa rivalutazione ipotizzata, il montante raggiungerebbe circa 18.284 euro: a 67 anni l’aumento sarebbe di circa 1.025,42 euro lordi l’anno, ossia 78,88 euro lordi al mese per 13 mensilità. A 64 anni, invece, si scenderebbe a circa 930,34 euro lordi l’anno, pari a 71,56 euro lordi al mese per 13 mensilità.
Al netto di questo, ecco una tabella che, considerando l’investimento complessivo e ipotizzando una rivalutazione del 2% annuo per 10 anni, ci dice quanto aumenterebbe la pensione annua lorda a 64 e a 67 anni.
| Contributi volontari versati | Montante dopo 10 anni | Aumento annuo lordo della pensione a 64 anni | Aumento annuo lordo della pensione a 67 anni |
|---|---|---|---|
| 10.000 euro | 12.189,94 euro | 620,22 euro | 683,61 euro |
| 12.000 euro | 14.627,93 euro | 744,27 euro | 820,33 euro |
| 15.000 euro | 18.284,92 euro | 930,34 euro | 1.025,42 euro |
| 20.000 euro | 24.379,89 euro | 1.240,45 euro | 1.367,22 euro |
| 30.000 euro | 36.569,83 euro | 1.860,67 euro | 2.050,84 euro |
| 50.000 euro | 60.949,72 euro | 3.101,12 euro | 3.418,06 euro |