E’ l’istituzione che custodisce il risparmio postale degli italiani e muove capitali come una grande banca d’investimento pubblica. Cassa Depositi e Prestiti (CDP) è sempre più centrale nelle strategie di finanza pubblica del governo e non solo.
L’ipotesi al vaglio di una cessione di un pacchetto di azioni proprie detenute dalla stessa Cassa — o comunque un’operazione straordinaria su quote del perimetro CDP — apre uno scenario nuovo sia sul piano delle privatizzazioni, sia su quello della gestione del debito pubblico, nell’ ambito della relazione tra lo Stato e uno dei suoi principali poli d’investimento strategico.
Quali scenari sono oggi in campo? Quali rischi e opportunità si aprono per il sistema Paese e quali riflessi potenziali ci sarebbero per i risparmiatori e per gli investitori istituzionali?
CDP: una struttura complessa, con obiettivi strategici diversificati
La Cassa nasce nel 1850 come ente pubblico per finanziare le opere dei Comuni attraverso il risparmio postale. Trasformata in società per azioni nel 2003, oggi vede il MEF come azionista di maggioranza (circa 83%) e le Fondazioni bancarie titolari di ca. il 16%. Il CdA, che attualmente è in carica dal 15 luglio 2024 con mandato fino al bilancio 2026, è composto da undici membri: presidente è Giovanni Gorno Tempini (ha iniziato la propria carriera lavorativa in Telecom Italia per poi proseguire all’interno del MEF); amministratore delegato è Dario Scannapieco (ex Vicepresidente della BEI). E’ supportato da 4 comitati interni (per rischio e sostenibilità; compensi; nomine; operazioni con parti correlate), che svolgono funzioni consultive e preparatorie per le delibere più rilevanti.
La sua presenza è necessaria perché svolge funzioni che il mercato non coprirebbe in modo efficiente: offre finanziamenti a lungo termine per infrastrutture e opere pubbliche, sostiene gli enti territoriali con condizioni agevolate, gestisce il risparmio postale — uno dei principali strumenti di risparmio delle famiglie italiane, garantito dallo Stato — e agisce come leva finanziaria per politiche industriali e infrastrutturali, incluse quelle europee del PNRR. il totale attivo del gruppo CDP al 2024 è pari a circa 478 miliardi di euro. Attraverso CDP Equity, CDP Reti investe in imprese strategiche. Nel comparto energia e infrastrutture di rete, CDP controlla o partecipa in società come Snam, Terna e Italgas, oltre a mantenere una quota rilevante in Eni. Nel settore delle infrastrutture materiali e dei trasporti è azionista di riferimento di Autostrade per l’Italia e mantiene partecipazioni in Fincantieri. Sul fronte digitale e telecomunicazioni, controlla Open Fiber, il principale operatore italiano nella posa della fibra ottica. Infine, in ambito industriale e tecnologico, CDP ha quote in realtà come Saipem e Ansaldo Energia. La sua quota di partecipazione in Poste Italiane è anch’essa al centro di valutazioni da parte del Governo di un complesso progetto di privatizzazione.
Cessione di azioni proprie, perché?
Non ci sono cifre precise e attendibili di questa operazione. Si parla di oltre 1 miliardo di euro, una cifra che potrebbe rappresentare comunque un supporto significativo per una manovra di bilancio. Gli obiettivi principali sono quelli tipici delle privatizzazioni governative: contenere il fabbisogno di bilancio, riaprire un ciclo controllato di dismissioni e valorizzare gli asset pubblici con potenziale di mercato. Ma l’operazione che coinvolge Cassa Depositi e Prestiti ha delle peculiarità: la cedente è già una società, possiede partecipazioni significative e detiene in portafoglio una quota di azioni proprie che, tecnicamente, può essere alienata senza mettere a rischio la “mission” istituzionale. Per questo motivo la vendita di azioni proprie viene vista come uno strumento “dolce”: a differenza della svendita di asset simbolici (pensiamo a Eni o Poste), che implicherebbero un confronto politico estenuante, cedere una porzione non di controllo della stessa Cassa ha un impatto pubblico molto più contenuto e può essere presentata come una manovra tecnica di equilibrio patrimoniale. Allo stesso tempo, l’operazione invia un segnale forte: favorisce una maggiore «market discipline» attorno al perimetro CDP (essere valutata secondo criteri di performance, ridurre gli spazi per decisioni poco efficienti, comunicare meglio i risultati), senza compromettere la sua operatività. Tecnicamente la vendita sarebbe diretta a investitori istituzionali (fondo sovrani, fondazioni, assicurazioni, banche), attraverso un collocamento riservato con limiti precisi, per evitare alterazioni del controllo pubblico.
Si muovono le fondazioni
I principali acquirenti di questo collocamento sembrano essere le fondazioni, soprattutto bancarie. Si ipotizza la cessione da parte della Cassa di circa l’1,30% di azioni proprie con tali enti che potrebbero vedere la loro quota complessiva di partecipazione salire dall’attuale 15,93% a circa 17,23%.
Dietro questa mossa c’è una strategia chiara e ben ponderata. Innanzitutto, le fondazioni potenziali acquirenti — da anni depositarie di significativi dividendi da partecipazioni bancarie — si trovano oggi con bilanci in salute e una forte liquidità: la grande performance dei proventi del 2024 ha rafforzato la loro capacità di impiego, permettendo loro di affrontare nuovi investimenti senza sacrificare le attività di erogazione sociale. Investire in CDP significa dunque puntare su un asset stabile, non quotato, ma con una funzione chiave nell’economia del Paese — un porto sicuro, con l’attrattiva di partecipare indirettamente a progetti infrastrutturali e strategici, in un contesto di lungo termine e bassa volatilità.
In secondo luogo, aumentare la quota in CDP rappresenta per le fondazioni un modo per rafforzare il loro ruolo istituzionale: con più azioni, aumentano anche i margini di partecipazione nelle assemblee, quindi la possibilità di influenzare la governance di un soggetto che incide su temi vitali per il Paese. È una scelta di posizionamento: da “soci di minoranza passivi” a “partner stabili” in un sistema che decide le infrastrutture, i grandi investimenti, i progetti industriali e le reti strategiche.
Tra le fondazioni che, secondo voci non ufficiali, manifesterebbero maggiore interesse ci sono enti storici come Fondazione Sardegna, Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondazione CRT, Fondazione Montepaschi, oltre a quelle di Lucca e Cuneo: tutte entità che già detengono quote significative (spesso intorno all’1-1,6 %) nell’attuale azionariato di CDP.
Infine, questa strategia si inserisce in un più ampio riposizionamento delle fondazioni: negli ultimi anni molte di esse hanno deciso di diversificare gli investimenti, ridurre la concentrazione in banche quotate — soggette a forti oscillazioni di mercato — e orientarsi su settori meno volatili come le infrastrutture. La spinta verso CDP risponde a questa logica: un investimento che combina stabilità, visibilità istituzionale, potenziale di rendimento e coerenza con il ruolo sociale delle fondazioni.
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E per i risparmiatori privati ?
CDP non è quotata in Borsa e le sue azioni non sono direttamente accessibili al pubblico retail. Ciò non significa che operazioni aventi ad oggetto le sue azioni non possano creare opportunità di investimento da tenere in considerazione in via alternativa. Questo vale anche per le altre ipotesi di privatizzazione allo studio delle autorità governative (Poste, Eni, Postpay). Ci sono canali indiretti e scenari realistici da monitorare. Innanzitutto, un collocamento rivolto a investitori istituzionali, fondi infrastrutturali o fondi di private equity: questi operatori potrebbero sottoscrivere grandi blocchi di queste azioni proprie e ricollocarle sul mercato retail, permettendo così agli investitori privati di entrare indirettamente nel capitale della Cassa.
Inoltre va tenuta in osservazione la possibile valorizzazione del portafoglio di partecipazioni della Cassa — che include, come citato in precedenza, primari player in settori strategici dell’economia del Paese. In pratica, il risparmiatore retail dovrebbe tenere d’occhio tre elementi chiave: la struttura dell’operazione e la quota eventualmente accessibile al pubblico, i veicoli di investimento attraverso cui partecipare (fondi tematici, ETF o strumenti retail collegati ai fondi di private equity) e il piano industriale della Cassa, perché qualsiasi incremento di efficienza o valorizzazione delle partecipazioni può tradursi in ritorni indiretti. Pur trattandosi di opportunità meno immediate e liquide rispetto a un’azione quotata, l’operazione può offrire un accesso a un asset unico nel panorama italiano.
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