In seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, la Russia ha dovuto fare i conti con un’emorragia di espatriati. Nel 2022, e più in generale nei primi mesi successivi all’inizio della cosiddetta operazione militare speciale, il timore che Vladimir Putin potesse perdere il suo personale braccio di ferro contro la Nato aveva spinto oltre un milione di persone a trasferirsi all’estero.
Gli analisti occidentali pensavano che il Cremlino avesse perso, in un colpo solo, numerosi lavoratori qualificati ben disposti a farsi una nuova vita lontana dalla loro patria. Ebbene, dopo due anni di conflitto e con un finale militare ancora tutto da scrivere, migliaia di quelle persone stanno adesso tornando a casa. Regalando una vittoria propagandistica a Putin e offrendo una non indifferente spinta all’economia di guerra adottata da Mosca.
Di fronte ai rifiuti incassati al momento del rinnovo dei propri permessi di soggiorno, alle difficoltà riscontrate nel trasferire lavoro e denaro in Paesi terzi e alle destinazioni limitate che ancora li accolgono, gli expat russi stanno scegliendo di porre fine al loro autoesilio.
Come ha spiegato Bloomberg, l’offensiva russa in Ucraina nel febbraio 2022 aveva provocato un esodo di massa dalla Russia mai visto dal crollo dell’Unione Sovietica. Un gran numero di persone se ne erano andate per esprimere il proprio dissenso contro la guerra, altre anche per paura di una mobilitazione. Quando Putin ha ordinato la chiamata alle armi di 300.000 riservisti, nel settembre 2022, c’è stata una nuova ondata di partenze che ha coinvolto centinaia di migliaia di cittadini. A quanto pare il deflusso è rallentato, se non addirittura invertito.
Il ritorno in patria degli autoesiliati
A giugno il Cremlino spiegava che la metà di tutti coloro che erano fuggiti nei mesi precedenti erano tornati a casa. Questa versione riflette, in effetti, le statistiche disponibili dei Paesi di destinazione più popolari, nonché i dati delle società di trasloco russe. Sulla base dei numeri dei clienti di una società di traslochi, la Finion di Mosca, si stima che il 40%-45% di coloro che se ne erano andati nel 2022 sia rientrato in Russia.
Putin ha elogiato l’inversione a U di uomini d’affari, imprenditori e specialisti altamente qualificati definendo il fenomeno una “buona tendenza”. Il presidente russo, a ben vedere, considera l’afflusso come un segno di sostegno alle sue politiche, oltre che come prova che i russi siano dotati di un “senso di appartenenza, una comprensione di ciò che sta accadendo”. Detto altrimenti, le storie del ritorno sono utilizzate da Mosca come conferma della “russofobia” diffusa in Occidente.
Al netto della propaganda, i migliaia di espatriati rientrati in patria stanno aiutando la Russia a superare le sanzioni in tempo di guerra e a ottenere una solida performance economica. Secondo le stime di Bloomberg Economics, la migrazione inversa ha probabilmente aggiunto tra un quinto e un terzo alla crescita economica annuale della Russia del 3,6% nel 2023.
Tuttavia, si stima che i lavoratori che ritornano rappresentino solo lo 0,3% del numero totale degli occupati. Ciò fa ben poco per alleviare la grave carenza sul mercato del lavoro, ma sottolinea il contributo enorme dei rimpatriati all’attività economica.
Nuova linfa per l’economia russa
“In primo luogo, i migranti che ritornano tendono ad ottenere salari più alti e ad essere impiegati in industrie ad alto valore aggiunto […] In secondo luogo, i lavoratori che ritornano stimolano l’attività nel mercato nazionale, le industrie orientate al consumo, come i servizi domestici, la vendita al dettaglio e il settore immobiliare”, ha spiegato a Bloomberg l’economista russo Alex Isakov.
Agli occhi di molti autoesiliati, la Russia starebbe offrendo migliori opportunità e condizioni di lavoro rispetto a prima della guerra. Il motivo? Perché il Paese sta effettivamente cercando di attirare gli specialisti.
Anche se le stime sul numero di coloro che se ne sono andati variano notevolmente, gli economisti dell’Alfa Bank di Mosca stimano che la Russia abbia perso circa l’1,5% dell’intera forza lavoro nel 2022, ovvero circa 1,1 milioni di persone. Mentre alcuni si sono recati in Europa, molti si sono recati in luoghi come gli Emirati Arabi Uniti, la Tailandia e l’Indonesia.
Gli expat hanno però dovuto fare i conti con svariati problemi burocratici. I dati di Finion mostrano che anche nei Paesi per lo più amici, come Armenia e Kirghizistan, i russi sono stati sottoposti a un maggiore controllo. Diversi Paesi europei, in particolare nell’est, hanno invece reso molto più difficile per i russi ricevere o rinnovare i permessi di soggiorno temporanei, così come la Turchia. Risultato: molti di loro decidono di fare il percorso inverso e rientrare in patria.