Il ritorno del Patto di Stabilità e le incognite dell’Italia in un’Europa austera

Andrea Muratore

31 Dicembre 2023 - 06:50

Torna l’austerità e l’Europa va in testacoda. L’Italia accetta regole che la danneggiano e Meloni si consola inutilmente col Mes. Per la campagna d’inverno di Meloni in Europa l’esito è tutto fuorché positivo.

Il ritorno del Patto di Stabilità e le incognite dell’Italia in un’Europa austera

Risulta curioso analizzare come prima e dopo Natale, in Italia, il finale di 2023 abbia visto una querelle politica maggiore sulla riforma del Mes bocciata dal governo Meloni piuttosto che sulla ben più grande, strategica, strutturale partita del Patto di Stabilità. Una partita che l’esecutivo italiano ha giocato di rimessa, in maniera quasi remissiva, provando a tener in sospeso l’idea che bastasse paventare la bocciatura del Mes per spuntare concessioni.

Torna la censura sul debito

Ipotesi, questa, naufragata di fronte all’accelerazione della trattativa franco-tedesca che ha chiuso la riforma del Patto di Stabilità e che, con l’apertura del 2024, andrà valutata in tutte le sue conseguenze politiche negative di fronte a tre scogli politici che permettono di ricordare come l’Europa sia, sostanzialmente, tornata austera. Primo punto: si torna a parlare di percorsi stretti di riduzione del debito e contenimento del rapporto deficit/Pil, a tappe quadriennali o settennali, senza porre una discussione sullo smaltimento del debito pandemico che viene equiparato a una qualsiasi passività.

L’unica notizia positiva, per un Paese come l’Italia, appare la possibilità che nei prossimi anni si possa, all’inizio, pensare a un sentiero di riduzione del debito strutturalmente inferiore dello 0,5% annuo del Pil rispetto alle richieste tabellari del nuovo Patto per smaltire gli effetti del boom dei tassi d’interesse della Bce e del costo del denaro: lo ha sottolineato Lavoce.info evidenziando “il fatto che la Commissione nel determinare la correzione dei conti pubblici prevista nel triennio 2025-2027 tenga conto dell’incremento nella spesa per interessi intervenuta nel periodo, a seguito dell’ondata inflazionistica e del conseguente l’inasprimento dei tassi da parte della Bce”.

L’Ue dimentica la crescita

Secondo: dimentica della denominazione ufficiale della regola (Patto di Stabilità e Crescita) l’Unione Europea ha, con l’avallo dei Paesi membri, dato semaforo verde a una riforma che di crescita parla poco.

“Neanche la transizione energetica e la lotta al climate change, divenute le mosche cocchiere della politica economica, sono state sufficienti a generare novità fiscali”, ha scritto su Formiche l’economista Michele Bagella, aggiungendo che “chi si aspettava qualche misura tipo l’inflation Reduction Act, la legge americana che fornisce finanziamenti alle imprese che desiderano investire in impianti green sul territorio americano, è rimasto ancora una volta deluso”. I Paesi Ue avrebbero potuto “proporre qualcosa di simile a un Fondo per la crescita delle imprese europee, attingendo anche a risorse prese a prestito sul mercato”, ma nulla è stato fatto.

Niente scorporo massiccio degli investimenti

Il terzo punto è legato alla mancata definizione di parametri avanzati per scorporare gli investimenti vitali per la competitività dell’Europa, da una scelta seria sulla de-computazione dal deficit di piani per il digitale, l’hi-tech, l’energia rinnovabile, la lotta ai disastri a politiche analoghe per le spese di rafforzamento sanitario, dal calcolo del deficit. Si è salvata solo la Difesa, in un omaggio alle regole Nato della corsa al 2% del rapporto spesa militare su Pil che fa comodo anche ai programmi integrati franco-tedeschi.

Il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è limitato a dire, in audizione alla Camera, che “non c’è nulla da festeggiare”. Ma la trattativa politica avrebbero dovuto condurla lui e la premier Meloni, che a lungo si sono crogiolati nell’attendismo e nella speranza che l’asse franco-spagnolo desideroso di maggior flessibilità avrebbe atteso indefinitamente l’Italia.

Il cortocircuito di Meloni e Giorgetti

Grave, inoltre, l’errore di Meloni all’ultimo Consiglio Europeo di puntare tutto sul rinvio del Patto di Stabilità e delle sue discussioni di sei mesi, a dopo le elezioni europee. Ipotesi ventilata da Emmanuel Macron ma puntualmente cassata dal “falco” germanico Christian Lindner, che ha trattato direttamente con il collega francese, il Ministro delle Finanze Bruno Le Maire una proposta d’accordo che la presidente spagnola dell’Ecofin, il ministro Nadia Calvino, ha condotto alla sua versione di mediazione. A Giorgetti non è rimasto altro che prendere la parola per ultimo per apparire come colui che, simbolicamente, dava l’ultima parola. Prima che la bocciatura del Mes venisse venduta dall’Italia meloniana come piccola, ininfluente, vittoria di Pirro.

Quegli attacchi a Gentiloni invecchiati male e il dilemma Mes

Curioso pensare come fino a pochi mesi fa Giorgia Meloni e Matteo Salvini attaccassero Paolo Gentiloni, commissario agli Affari Economici, per una proposta iniziale di un nuovo Patto di Stabilità promossa dalla Commissione che si è rivelata meno dura e austera di quella su cui la Germania ordoliberale ha messo la firma, aggiungendo una stretta sul controllo sui debiti e sulle spese escluse dal computo del deficit, ridotte al lumicino.

All’Italia non è restato che osservare, alla conta dei fatti. Si torna, in forma velata, all’austerità. Si torna al controllo alla spesa e a tutto quello che, prima del 2019, abbiamo ritenuto infausto per la crescita e lo sviluppo. Con maglie meno dure, con vincoli meno diretti e con tempi più lunghi, ma la logica resta quella dettata a Berlino, senza cui non si può trovare un punto di contingenza comunitario. E, ironia della sorte, la manovra del governo Meloni sembra anticipare e confermare questa tendenza promettendo un boom, difficile da realizzare, delle privatizzazioni; una stretta sulle pensioni; misure in deficit finanziate solo per il 2024; un rapido rientro verso l’avanzo primario e la compressione del disavanzo primario nel 2024-2025.

Tutto questo mentre gli investimenti strategici da parte del governo calano con la speranza che sia il Pnrr a fare da panacea. Se questo è il sovranismo in purezza che rende orgoglio alla “Nazione”, difficile immaginare come evolverà verso nuovi e più fulgidi obiettivi ora che le “Regole” per antonomasia torneranno, pur temprate. Restano le battaglie di retroguardia sul Mes e la sua riforma. Che poteva non piacere, ma che non si è pensato di sostituire, ad esempio, con la trasformazione del Fondo Salva-Stati nello strumento per “digerire” i debiti contratti durante la pandemia e scorporarli dalle severe regole di bilancio. La paura di osare, molto spesso, danneggia la lungimiranza delle decisioni. E per la campagna d’inverno di Meloni in Europa l’esito è tutto fuorché positivo. Un dato di fatto che crea punti di domanda notevoli per il futuro dell’agenda economica e politica dell’esecutivo.