20 miliardi di euro di privatizzazioni dal 2024 al 2026: la strategia che il governo Meloni intende promuovere per reperire risorse volte a coprire una manovra economica attuale di respiro tutt’altro che ampio e politiche destinate a entrare in vigore quando si rischierà nuovamente la scure del Patto di Stabilità europeo impone al Paese rischi di ampia natura. E pone il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti di fronte a un duplice rischio di fallimento.
Un piano complesso
Da un lato, è difficile toccare quota 20 miliardi di euro di entrate privatizzando ciò che la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef) indica come passabile dal pubblico al privato: la Nadef di Giorgetti parla infatti di promuovere dismissioni di partecipazioni societarie a termine come Monte dei Paschi di Siena e di partecipazioni che non pregiudicherebbero un’opportuna ‘‘coerenza e unitarietà di indirizzo strategico’’. Dall’altro, andare oltre questa soglia significherebbe, trent’anni dopo l’ondata del 1993, tornare a toccare i gioielli di famiglia.
Una scelta in controtendenza
Già il vicepremier Antonio Tajani, alcune settimane fa, aveva toccato questo tasto parlando della prospettiva di poter privatizzare alcuni porti come successo di fatto già per gli scali della cittadina ligure di Rapallo. Ipotesi che non trova conferme nella maggioranza a trazione Fratelli d’Italia.
E del resto in una fase che vede il primato della sicurezza sull’economia emergere ovunque nel mondo la necessità di mantenere nel perimetro del controllo pubblico molti asset strategici in diversi Stati. Washington, ad esempio, pur non avendo un apparato di partecipazioni pubbliche ha inondato di sussidi le aziende dell’economia green e dei chip; la Francia ha nazionalizzato del tutto Edf, l’Enel transalpina, per controllarne le politiche e pensare alla nuova era del nucleare. Perfino la Germania, già “regina” delle nazionalizzazioni di fatto con i salvataggi alle banche negli anni scorsi, ha deviato dal mito austeritario e privatistico sostenendo l’utility energetica Uniper.
Ad oggi l’unico asset che ha una realistica possibilità di avere mercato è il capitale di Mps, da cui il Tesoro vuole uscire entro il 2024 e che ad oggi vale circa 3,25 miliardi di euro, circa il 64% del quale è in mano allo Stato italiano, che da una sua uscita guadagnerebbe circa 2 miliardi. Anche completando l’uscita da Ita non si arriverebbe a 2 miliardi e mezzo in tutto, una cifra sostanzialmente necessaria, del resto, a far tornare in campo lo Stato in un altro settore col sostegno all’operazione di Kkr su Tim.
Il sentiero stretto delle privatizzazioni
Inutile girarci intorno: l’unico modo perché il Mef possa toccare in tre anni quota 20 miliardi di privatizzazioni è legato alla cessione di quote preziose dei gioielli di famiglia. Eni, Enel, Ferrovie, Leonardo, Poste e via dicendo garantiscono ogni anno allo Stato miliardi di di euro di dividendi, garanzie occupazionali e industriali e stabilità produttiva. Sono gli unici campi in cui lo Stato può racimolare risorse.
Ma qui si apre una serie di rischi. In primo luogo, una forma indolore di privatizzazione potrebbe essere il ricorso alla Cassa Depositi e Prestiti, per quattro quinti di proprietà del Mef. Ma questo vorrebbe dire utilizzare il risparmio postale per finanziare una manovra di piccolo cabotaggio e supplire alla politica economica. In secondo luogo, il governo prevede una crescita sovrastimata, fissata all’1,2% del Pil contro lo 0,7-0,9% stimato per il 2024 da tutti gli studi internazionali. Minor crescita potrebbe voler dire minor gettito e maggior necessità di privatizzare asset per coprire le esigenze di bilancio. In terzo luogo, mettere nero su bianco una serie di privatizzazioni quando in Europa si tornerà a parlare di rigore e di austerità porta a un serio rischio autogol di fronte a Bruxelles.
Meloni è più austera di Conte e Draghi
Il governo Meloni, via Giorgetti, mette in campo la manovra di privatizzazioni più ampia dell’ultimo decennio, superiore a quella dei governi Conte e Draghi, senza neanche la prospettiva di poterla completare nel momento in cui storicamente il dualismo Stato-mercato si sente meno e in cui, anzi, tutti i Paesi più importanti promuovono l’alleanza tra apparati pubblici e privati nell’economia. La premier “sovranista” rischia di dare la più rischiosa delle sponde perché le prossime manovre, che dal 2024 avranno la nuova censura europea, possano essere vigilate fortemente da Bruxelles inchiodando l’Italia a impegni troppo gravosi da rispettare senza scivolare nell’autolesionismo. Una prospettiva decisamente poco confortante.