Il predominio del dollaro non è più così scontato?

Redazione Money Premium

28/03/2025

Il rischio principale non è un crollo improvviso del sistema finanziario statunitense, ma una lenta e graduale erosione della sua centralità nei mercati globali.

Il predominio del dollaro non è più così scontato?

L’economia globale scricchiola sotto il peso delle guerre commerciali, delle tensioni geopolitiche e delle incertezze finanziarie, ma c’è un fenomeno meno evidente che preoccupa profondamente gli investitori: l’erosione della fiducia nelle istituzioni e negli asset statunitensi.

Questo fenomeno minaccia il cosiddetto «privilegio esorbitante», un termine coniato negli anni ’60 dal ministro delle finanze francese Valéry Giscard d’Estaing per descrivere i benefici che gli Stati Uniti traggono dall’enorme domanda globale per il dollaro e per i loro asset finanziari.

Per decenni, la stabilità istituzionale degli Stati Uniti, la trasparenza dei mercati e la profondità del sistema finanziario hanno garantito al paese una posizione unica: un accesso al capitale globale senza pari e costi di finanziamento più bassi rispetto ad altre nazioni. Attualmente, il dollaro rappresenta circa il 58% delle riserve valutarie mondiali, una quota dominante ma in lento declino rispetto al 70% degli anni 2000. Tuttavia, segnali recenti suggeriscono che questo status privilegiato potrebbe essere messo in discussione.

Le tensioni politiche interne, unite a un atteggiamento sempre più conflittuale nei confronti dei partner commerciali storici, stanno minando la fiducia globale nell’affidabilità degli Stati Uniti. Le politiche protezionistiche, i dazi imposti su importazioni strategiche e le minacce di disimpegno da organizzazioni internazionali chiave stanno alimentando un clima di incertezza. La crisi della governance si riflette nei mercati: negli ultimi mesi, il mercato azionario ha subito correzioni significative, mentre il dollaro si è indebolito rispetto alle principali valute di riserva. Questo mix di volatilità e incertezza potrebbe essere il segnale di una perdita progressiva della leadership finanziaria globale degli Stati Uniti.

Secondo Bruce Kasman, capo economista globale di JPMorgan, la riduzione dei finanziamenti alle agenzie governative e la rimozione di comitati consultivi che raccolgono dati critici stanno introducendo nuovi rischi per la stabilità del sistema. La fiducia nel flusso di informazioni affidabili è un elemento chiave del dollaro, e il deterioramento di questo aspetto potrebbe avere conseguenze strutturali sui mercati. La trasparenza delle istituzioni finanziarie e la prevedibilità delle politiche economiche sono da sempre pilastri della fiducia degli investitori, e qualsiasi erosione di questi fattori rischia di ridurre l’attrattività degli asset americani.

Anche Raghuram Rajan, ex governatore della Reserve Bank of India, ha espresso preoccupazione per l’approccio dell’amministrazione statunitense, mettendo in discussione l’idea che la forza del dollaro sia un onere anziché un vantaggio. Ha avvertito che minare la credibilità del dollaro attraverso politiche incoerenti potrebbe trasformare il privilegio esorbitante in un «onere esorbitante», con effetti disastrosi per l’economia americana. Rajan sottolinea come il rischio principale sia quello di una fuga di capitali, con gli investitori che potrebbero progressivamente diversificare i loro portafogli riducendo l’esposizione agli asset statunitensi.

I dati indicano che le attività finanziarie statunitensi detenute da investitori stranieri sono quasi raddoppiate nell’ultimo decennio, superando i 60 trilioni di dollari prima delle recenti turbolenze di mercato. Tuttavia, questa crescita potrebbe subire un rallentamento se la fiducia nel sistema statunitense dovesse continuare a deteriorarsi. Già ora si osserva un aumento delle transazioni in euro e yuan nei mercati emergenti, segnale che alcuni paesi stanno cercando di ridurre la loro dipendenza dal dollaro.

A complicare ulteriormente il quadro è l’aumento del debito pubblico statunitense, che ha superato i 34 trilioni di dollari, con un deficit federale che continua ad ampliarsi. Se i mercati iniziano a richiedere rendimenti più elevati per detenere titoli del Tesoro, il costo del finanziamento per gli Stati Uniti potrebbe aumentare sensibilmente, erodendo uno dei principali vantaggi del privilegio esorbitante.

Il rischio principale non è un crollo improvviso del sistema finanziario statunitense, ma una lenta e graduale erosione della sua centralità nei mercati globali. Con l’ascesa di alternative come il sistema di pagamenti CIPS della Cina, l’uso sempre maggiore dell’euro nelle transazioni internazionali e il crescente interesse per le criptovalute e asset digitali come strumenti di riserva, il predominio del dollaro non è più così scontato.

Se la fiducia nel sistema statunitense dovesse davvero incrinarsi, l’impatto sui mercati globali potrebbe essere di portata storica, mettendo a rischio la posizione dominante degli Stati Uniti nel panorama finanziario mondiale. Gli investitori, intanto, osservano con attenzione, consapevoli che un cambiamento epocale potrebbe già essere in atto.