Il ministro Tria in Cina: cosa c’è in ballo dai colloqui di Pechino?

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria sarà in Cina fino al primo settembre. L’obiettivo è rafforzare i rapporti economici Roma-Pechino con riflessi su una lunga serie di temi. L’analisi

Il ministro Tria in Cina: cosa c'è in ballo dai colloqui di Pechino?

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria dà il via oggi alla sua settimana di permanenza in Cina, che andrà avanti fino a sabato primo settembre e si articolerà in diversi incontri chiave in ottica relazioni tra Roma e Pechino.

Proprio sulla scia della linea tracciata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo scorso febbraio, l’obiettivo della visita sembra potersi riassumere nella volontà di rendere sempre più forti i rapporti economici tra i due Paesi.

Il percorso di Tria partirà proprio dalla capitale del Paese guidato Xi Jinping. Qui incontrerà il suo omologo cinese Liu Kun e il governatore della People’s Bank of China Yi Gang. A scandire la settimana saranno poi il colloquio con la comunità d’affari italiana in Cina, la visita della Borsa di Shanghai e il relativo incontro con le autorità locali.

Circostanza, quest’ultima, che andrà in scena il 31 agosto, in corrispondenza con la nuova decisione dell’agenzia di rating Fitch sull’Italia, che attualmente mantiene un BBB con outlook stabile sul Belpaese.

Sempre correlato ai colloqui in territorio orientale di Tria ma molto più vicino nel tempo è invece l’accordo tra Cassa Depositi e Prestiti e Intesa Sanpaolo a sostegno delle imprese italiane in Cina, che si pone come un tassello importante sul fronte internazionalizzazione e un sostegno per le imprese in un territorio, quello di Pechino, sempre più importante per il nostro sistema economico.

Cosa c’è in ballo dai colloqui di Tria a Pechino: investimenti, dazi, Autostrade

Ad accompagnare Tria c’è il nuovo ad di Cassa Depositi e Prestiti Fabrizio Palermo, segnale che in ballo ci sono diversi accordi commerciali con partner cinesi per lavorare con maggiore intensità sugli investimenti del Belpaese a Pechino.

Ma uno dei veri punti cruciali della «missione cinese» del ministro dell’Economia sembra quella di attirare nuovi capitali verso Roma, specie considerando un debito pubblico pari al 132% del PIL e il venir meno del Quantitative Easing a partire da settembre.

Una circostanza che allargherebbe il canale comunicativo Cina-Italia con ripercussioni positive anche sulla bufera dazi, visto che l’eventuale moltiplicazione di operazioni in un contesto privo di protezionismo potrebbe rappresentare un rifugio sicuro contro l’inasprirsi della guerra commerciale.

Pechino dal canto suo ha manifestato la volontà di investire nei porti di Trieste, Venezia e Genova, all’interno della strategia Nuova via della seta, che punta a migliorare i collegamenti tra Europa ed Asia.

Diverse invece le opinioni riguardo l’eventuale acquisto di BoT e BTp da parte del governo di Pechino. Secondo quanto sottolineato da Alberto Forchielli sul Sole 24 Ore, mentre la Cina ha versato un miliardo di dollari per salvare dalla crisi finanziaria il Pakistan, Paese chiave per il progetto Via della Seta, per l’Italia parliamo di cifre diverse visto che “siamo nell’ordine di centinaia di miliardi”, e il Paese - pur disponendo di enormi risorse - potrebbe non essere disposta a una mossa simile.

Da non sottovalutare anche il nodo Autostrade per l’Italia. L’ormai nota volontà espressa dal governo 5 Stelle-Lega, pronto a revocare la concessione alla società che ha in gestione le tratte autostradali che comprendono anche Ponte Morandi, deve infatti confrontarsi con il cinese Silk Road Fund, secondo azionista della società dopo Atlantia, con una quota del 5%.

Nel complesso, sembra destinato a intensificarsi il clima di una già avviata collaborazione economica tra i due Paesi, in ottica di una crescita globale e di una protezione dei mercati, preda della minaccia guerra commerciale.

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