Il mercato azionario sta cambiando. Ma non come te lo aspetti

Tommaso Scarpellini

6 Ottobre 2025 - 07:51

Il mercato festeggia nuovi record, ma sotto la superficie si muovono forze opposte: debito, dollaro e oro raccontano una storia che non torna.

Il mercato azionario sta cambiando. Ma non come te lo aspetti

Cosa sta succedendo di così grave? In superficie, niente di catastrofico. L’economia americana non è in recessione, le trimestrali delle big tech sorprendono ancora, e Wall Street tocca nuovi massimi storici. Ma sotto la superficie, lo scenario è ben diverso.

Il quadro è semplice e al tempo stesso preoccupante: gli Stati Uniti devono rollare tra i 9–11 trilioni di dollari di debito nei prossimi mesi, a cui si sommano oltre 2 trilioni di deficit annuale. In altre parole, non stiamo parlando di “nuovo debito” in senso stretto, ma di rifinanziamento di titoli esistenti che vanno a scadenza, più l’aggiunta di nuove emissioni necessarie a coprire la voragine fiscale.

Non è una variabile secondaria. È il cuore del sistema finanziario globale, perché ogni asta di Treasury non riguarda solo il Tesoro americano, ma la stabilità dei mercati mondiali. Se la domanda resta robusta, tutto procede con relativa calma. Ma se la domanda scricchiola, i rendimenti devono salire per attrarre acquirenti. E rendimenti più alti significano due cose: costo del capitale più elevato e valutazioni azionarie sotto pressione.

Storicamente, decisioni di politica fiscale e monetaria negli Stati Uniti hanno fatto da driver principale per le performance globali, soprattutto in un contesto dove l’AI e le big tech guidano il rally. Ma oggi, la vera storia non è quella dell’innovazione. È quella della pressione sulle emissioni e del rischio che, in mancanza di compratori esteri, a dover comprare sia la Federal Reserve.

Azioni sopravvalutate: i segnali sono chiari

Chi osserva il mercato azionario sa che i multipli attuali non sono facili da giustificare.

  • P/E forward: gli indici americani trattano a multipli ben superiori alla media storica.
  • Price/Sales (P/S): per molte large cap, il rapporto capitalizzazione/ricavi supera i livelli del 2021 e in certi casi quelli della bolla dot-com.
  • Buffett Indicator: il rapporto tra capitalizzazione totale del mercato azionario e PIL americano è oltre il 220%, una zona che storicamente segnala sopravvalutazione estrema.

Questi segnali non implicano un crollo immediato, ma dicono che le aspettative di rendimento futuro sono compresse. Con utili già “prezzati” e margini sotto pressione, il rischio asimmetrico è evidente: poca upside, tanta downside in caso di shock.

Il debito da rifinanziare: come funziona il meccanismo

Ogni volta che un titolo del Tesoro scade, il governo deve rifinanziarlo con nuove emissioni. Questo processo. chiamato rollover del debito. avviene tramite aste periodiche. Qui entrano in gioco domanda e offerta.

  • Offerta: il Tesoro mette all’asta una quantità crescente di titoli.
  • Domanda: investitori domestici, esteri e istituzionali valutano se comprare.

Se la domanda è alta, i rendimenti richiesti restano bassi. Ma se la domanda cala, per motivi politici, valutativi o geopolitici, allora per piazzare il debito occorre offrire rendimenti più elevati.
Con oltre 9–11 trilioni da rollare, basta un rallentamento della domanda estera per far schizzare verso l’alto i tassi sui Treasury. E rendimenti più alti sui bond americani significano prezzi più bassi, zavorrando un mercato già reduce da un decennio di performance eccezionali.

Il nodo della de-dollarizzazione e la fuga dai Treasury

Negli ultimi anni molti Paesi emergenti hanno ridotto la quota di Treasury in portafoglio, diversificando verso oro, yuan o riserve locali. La cosiddetta de-dollarizzazione non è un processo improvviso, ma un trend che erode la domanda marginale di debito USA.
Se mettiamo insieme questi fattori:

  • offerta crescente di Treasury;
  • domanda estera in calo;
  • deficit pubblico strutturalmente alto;

otteniamo un equilibrio fragile, che costringe gli investitori a chiedersi: “chi comprerà?”. E la risposta implicita è spesso la Federal Reserve. Ma se la banca centrale torna a comprare, allora la credibilità dell’intero meccanismo si riduce, alimentando ulteriori pressioni sul dollaro.

Dove vanno i capitali?

Il flusso dei capitali segue logiche di rendimento reale, ossia rendimento nominale meno inflazione. Se i rendimenti nominali dei Treasury salgono ma l’inflazione resta elevata, il guadagno reale resta vicino allo zero. In questo scenario:

  • se altri Paesi offrono maggiore stabilità, i capitali possono defluire dagli USA;
  • un dollaro debole diventa probabile, specialmente se la Fed è costretta a politiche accomodanti.

Questo spiega anche la forza dell’oro. Il metallo giallo non paga interessi, ma è visto come riserva di valore in contesti di sfiducia sulla moneta fiat. Non a caso, negli ultimi mesi l’oro è salito proprio mentre i Treasury faticavano a trovare domanda estera.
La correlazione inversa è chiara: dollaro debole, quidni oro forte.

Quindi, una fase da osservare con attenzione

Il mercato sta cambiando ora, ma non nel modo in cui ci si aspetta. Non parliamo di un imminente collasso, ma di un equilibrio sempre più difficile da sostenere.

  • Azioni: sopravvalutate, rischi asimmetrici.
  • Obbligazioni: rendimenti nominali in rialzo, ma rendimento reale compresso.
  • Oro: forza relativa come bene rifugio.
  • Dollaro: sotto pressione per via della dinamica debito–deficit.

Il messaggio non è di allarmismo, ma di consapevolezza.
Il costo opportunità degli investimenti è salito e in altre parole, il mercato non sta dicendo di uscire “all out”. Sta dicendo di stare attento, rivalutare le aspettative e ripensare le allocazioni in un mondo che si muove in direzioni nuove e meno scontate.