Il “laboratorio” Fime Leasing degli anni ‘70: la parabola del credito agevolato alle imprese

Salvatore Casolaro

25/09/2025

Perchè un modello di incentivazione alle imprese di quasi 50 anni fa può diventare attuale oggi?

Il “laboratorio” Fime Leasing degli anni ‘70: la parabola del credito agevolato  alle imprese

«La Fime Leasing era più di una società: era uno strumento di politica economica». Con queste parole un suo ex dirigente, che preferisce restare anonimo, riassume l’essenza di una stagione che oggi sembra lontanissima, ma che in realtà continua a parlare al presente per diverse ragioni. Fime Leasing spa faceva parte del gruppo FIME – Finanziaria Meridionale, controllata dal Tesoro – ed era nata con un obiettivo chiaro: sostenere le imprese attraverso strumenti innovativi di finanziamento per l’epoca (holding di partecipazione, leasing e factoring).

Negli anni Settanta e Ottanta, quando l’Italia cercava di ridurre il divario tra Nord e Sud e di modernizzare il tessuto produttivo, Fime Leasing rappresentava una sorta di laboratorio. Frutto delle leggi n.183/1976 e 64/1986 (che avevano istituito e trasformato la “Cassa per il Mezzogiorno”) non era un istituto qualsiasi: dietro c’era lo Stato, e quindi la possibilità di offrire condizioni agevolate, garanzie implicite e una spinta che andava oltre il mercato. L’idea era di permettere alle aziende di investire in impianti, macchinari, strutture, senza dover affrontare barriere insormontabili nell’accesso al credito bancario.

Con questo articolo si conclude il nostro viaggio dentro i meccanismi del credito alle PMI, tra modelli tradizionali, le nuove forme e le sfide imposte dall’attuale situazione congiunturale.

Il leasing agevolato

«All’inizio funzionava», ricorda il nostro testimone. «C’erano progetti industriali seri, che senza il leasing non sarebbero mai partiti. Rispetto alle altre società del gruppo aveva volumi elevati e generava margini reddituali che finanziavano tutto il conglomerato; solo il factoring forse riusciva a produrre utili ma non a quei livelli.”
La parabola di Fime Leasing può essere istruttiva anche per i nostri tempi.
“Il meccanismo era semplice – continua il nostro interlocutore - l’impresa presentava l’ordine del macchinario o dell’impianto da finanziare alla Fime Leasing che valutava sia la capacità cauzionale del richiedente che la congruità dei costi del bene. Una volta dato l’assenso girava all’Agenzia del Mezzogiorno il progetto ed in caso di finanziabilità dello stesso, in relazione alla normativa prevista, riceveva da questa il contributo. Provvedeva quindi ad acquistare l’impianto per conto del proponente ed avviava il contratto di leasing a canoni agevolati. Quindi era Fime leasing che diventava proprietaria del bene e riceveva il contributo statale, incassando dal locatario canoni ridotti. Secondo me era un meccanismo geniale per l’epoca”
Ed in effetti la Fime leasing era l’unica società del gruppo che cresceva e produceva utili, tanto che, ad un certo punto della sua storia, aprì filiali anche al nord operando senza contributi statali.
“Nelle cronache dell’epoca e nei commenti attuali che trovo su internet leggo che le motivazioni della sua chiusura sono da addebitare alla scarsa capacità di valutazione delle operazioni da parte dei suoi analisti e dalla solita collusione tra potere politico e imprenditori corrotti (ndr.: FIME holding fu commissariata per quasi quattro anni fino al 1997, quando il Tesoro decise la sua liquidazione, incluso Fime Leasing e Factoring; la Corte d’Appello di Napoli, nel 2004, confermò il fallimento di FIME Leasing S.p.A.). Nel periodo in cui ho lavorato nella società, i collaboratori che avevo erano tutti giovani laureati con curriculum di elevato profilo. Anche il Direttore era un manager illuminato e capace, sempre alla ricerca di nuove soluzioni e clientela di elevato standing. La crisi arrivò all’indomani della chiusura dei rubinetti da parte dello Stato” .

Perché quel modello potrebbe funzionare anche oggi

Questa lezione torna attuale oggi, mentre si discute della prossima manovra di bilancio e del futuro delle agevolazioni alle imprese.
A differenza dei contributi a fondo perduto “a pioggia”, che spesso rischiano di disperdersi senza un reale controllo sull’utilizzo finale, in questo caso i sussidi pubblici non venivano mai incassati direttamente dall’imprenditore. Erano infatti erogati alla società di leasing, che li utilizzava per ridurre in modo proporzionale i canoni di locazione finanziaria a carico delle imprese. In questo modo il beneficio era certo, immediato e legato strettamente all’investimento, senza possibilità di “distrazioni di cassa”. L’impresa richiedente non poteva presentare una domanda generica di contributo, ma era chiamata a predisporre un vero piano industriale, valutato dalla società di leasing stessa, che non agiva da semplice intermediario finanziario ma da soggetto terzo con competenze tecniche ed economiche in grado di esaminare con rigore il progetto. Gli specialisti interni valutavano la congruità dei costi, la coerenza degli acquisti con l’attività aziendale, le prospettive di ritorno produttivo: un filtro qualificato che evitava abusi e garantiva che le risorse fossero indirizzate verso progetti realmente produttivi. La ricaduta positiva non si limitava all’impresa beneficiaria, che grazie a questo strumento poteva rinnovare il parco macchine e aumentare la produttività: indirettamente, l’intero settore manifatturiero ne traeva vantaggio, perché la domanda agevolata di beni strumentali stimolava anche le aziende produttrici di macchinari, creando un circolo virtuoso di crescita. In definitiva, il modello Fime Leasing rappresentava un raro equilibrio tra incentivo pubblico ed attività privata: non un trasferimento assistenziale, ma un meccanismo che responsabilizzava le imprese, indirizzava le risorse verso l’innovazione produttiva e rafforzava il tessuto industriale del Paese.
«Certo, il modello funzionava, ma non era esente da problemi», racconta l’ex dirigente. «La valutazione tecnica degli impianti, per quanto accurata, poteva avere delle lacune: i macchinari erano spesso molto particolari, i progetti variabili, e qualche errore o sottovalutazione era inevitabile. Poi c’erano imprenditori poco corretti o addirittura fraudolenti, e non sempre era possibile cogliere le loro malversazioni, nemmeno con l’attenzione dei nostri analisti. Infine, il meccanismo soffriva di lentezze burocratiche: istruttorie complesse, verifiche multiple, passaggi obbligati tra diverse strutture allungavano i tempi e rallentavano l’avvio dei progetti. Era chiaro che anche uno strumento virtuoso come il leasing agevolato non poteva sfuggire ai limiti tecnici e amministrativi dell’epoca.»

I problemi attuali connessi alle agevolazioni statali

Purtroppo l’intero meccanismo si reggeva su un forte impegno di risorse pubbliche, che, in assenza di una strategia di lungo periodo e con i vincoli di bilancio crescenti, divenne via via più difficile da sostenere. Le forme agevolative si sono progressivamente trasformate riducendo le quote di intervento contributivo diretto dello Stato. Gli strumenti utilizzati sono maggiormente di tipo fidejussorio attraverso enti come il Fondo di Garanzia per le PMI, Cassa Depositi e Prestiti e SIMEST.
La legge di Bilancio 2025 imporrà ulteriori limiti alle risorse disponibili. Alcune misure agevolative saranno ridefinite in termini di intensità del sostegno (meno generosa), condizioni per accedervi e limiti massimi per progetto. Il Fondo di Garanzia, che negli ultimi anni ha coperto fino all’80-90% dei prestiti concessi alle imprese, sta cambiando volto. La copertura per i finanziamenti destinati a pura liquidità è già stata abbassata al 50%, e il governo sta valutando ulteriori paletti: requisiti più rigidi di merito creditizio, premi di garanzia più alti per le banche, e persino l’introduzione di obblighi aggiuntivi, come polizze assicurative obbligatorie per accedere alle garanzie. L’idea, almeno nelle intenzioni, è quella di evitare che il sistema diventi una stampella permanente, riducendo l’onere per lo Stato e contenendo il debito implicito.
Per le imprese, soprattutto le più piccole, tutto ciò rischia di trasformarsi in una nuova barriera. «Se devo pagare una polizza extra per ottenere la garanzia, con mesi di attesa e istruttorie complicate, tanto vale rinunciare», spiega un imprenditore lombardo.

Uno sguardo all’Europa

Nel panorama europeo, il ruolo dello Stato nel sostegno al credito e agli investimenti delle imprese assume forme diverse, ma con un tratto comune: la presenza di soggetti centrali e riconosciuti, capaci di operare come veri e propri strumenti di politica industriale. In Germania, il caso emblematico è quello della KfW (Kreditanstalt für Wiederaufbau), la banca pubblica per lo sviluppo nata nel secondo dopoguerra per la ricostruzione e oggi divenuta un pilastro della finanza industriale tedesca. La KfW si caratterizza per la sua capacità di intervento rapido e mirato, con una governance chiara, programmi pluriennali stabili e obiettivi precisi che spaziano dall’innovazione tecnologica alla transizione energetica. Mobilita risorse enormi senza pesare direttamente sul deficit: si finanzia emettendo obbligazioni garantite dallo Stato tedesco, sfruttando il rating sovrano e mantenendo al tempo stesso obiettivi chiari su innovazione e transizione energetica. In Francia, invece, il modello di riferimento è Bpifrance (Banque Publique d’Investissement), nata dall’unificazione di diversi strumenti pubblici e oggi configurata come un “one stop shop” per le imprese: eroga credito, fornisce garanzie, sostiene il venture capital e partecipa direttamente al capitale di aziende ritenute strategiche. A differenza di questi modelli centralizzati, l’Italia si distingue per una frammentazione degli strumenti: coesistono fondi di garanzia, agevolazioni fiscali, contributi diretti e misure temporanee che spesso si sovrappongono senza un disegno coerente. La mancanza di una cabina di regia unica riduce l’efficacia degli interventi, disperde le risorse e genera incertezza tra le imprese.

Incentivi pubblici, il vero nodo: efficacia, governance e innovazione

La questione, dunque, non è se ridurre o aumentare i contributi statali alle imprese, ma come renderli più efficaci. Alcune soluzioni sono già sul tavolo, altre potrebbero arrivare dalla comparazione con i modelli europei.
Un primo passo sarebbe semplificare l’architettura degli incentivi. Oggi un imprenditore deve orientarsi tra Fondo PMI, Sabatini, SIMEST, Invitalia, misure regionali, bandi europei: un mosaico che rischia di confondere e rallentare. Una cabina di regia unica o una piattaforma digitale integrata – sul modello francese di Bpifrance – potrebbe ridurre drasticamente i tempi di accesso e i costi di compliance.
In secondo luogo, andrebbe rafforzato il partenariato pubblico-privato. Le banche commerciali, spesso relegate al ruolo di meri distributori delle garanzie, potrebbero diventare parte attiva nella valutazione e nel monitoraggio, condividendo il rischio con lo Stato. Questo renderebbe più selettivo il sistema, ma anche più efficiente: chi conosce meglio delle banche la storia finanziaria delle imprese?
Infine, una riflessione di lungo periodo: le agevolazioni non possono essere solo una “stampella” finanziaria. Devono diventare un volano per innovazione e sostenibilità. Legare gli incentivi a investimenti in digitale, transizione ecologica e capitale umano significherebbe non solo aiutare le imprese a sopravvivere, ma guidarle verso una competitività più solida.