Il nuovo presidente della Fed scommette che l’intelligenza artificiale dominerà l’inflazione senza bisogno di alzare i tassi. Ma proprio il boom della produttività degli anni ’90 a cui si ispira dimostra il contrario.
Il nuovo Presidente della Fed, Kevin Warsh è entrato nelle grazie di Trump grazie ad una sua convinzione alquanto originale espressa con una certa sicumera: «l’intelligenza artificiale è l’ondata che più di ogni altra aumenterà la produttività nel corso della nostra vita — passata, presente e futura». Di conseguenza, questa impennata tecnologica amplierà l’offerta in modo talmente dirompente che l’inflazione verrà domata senza che la Fed debba aumentare i tassi.
Tassi più bassi, musica alle orecchie di Trump, quindi, non sarebbero solo auspicabili ma anche intellettualmente giustificati. È un argomento seducente, ma di dubbio rigore. L’ironia è che proprio il meccanismo a cui Warsh si ispira — il boom della produttività degli anni ’90 generato dalla diffusione di internet — confuta la sua «teoria».
La lezione dimenticata di Greenspan
Alan Greenspan a metà degli anni ’90 percepì la crescita della produttività a livello micro prima che i dati macroeconomici la confermassero e mantenne i tassi stabili, mentre l’economia prosperava senza inflazione.
Tuttavia, col tempo quello che un tempo era stato un inatteso shock positivo dal lato dell’offerta venne incorporato nelle aspettative, in ogni business plan dei consigli di amministrazione e in ogni valutazione del mercato azionario. Era il nirvana della «nuova economia», il mito della Goldilocks economy, la convinzione che le recessioni fossero una vestigia del passato. Gli investimenti delle imprese esplosero. I mercati azionari salirono alle stelle. Di fronte al surriscaldamento dell’economia alimentato dalla febbre delle dotcom Greenspan aumentò i tassi sei volte in meno di un anno, dal 1999 al 2000.
In sostanza quando le aspettative di consumatori e imprese inglobano gli effetti del salto di produttività modificano i comportamenti rispetto al periodo in cui lo shock positivo li aveva colti di sorpresa. Quando si anticipa una ricchezza futura, le persone spendono e investono in vista di essa oggi come insegnò Milton Friedman con il modello del reddito permanente. Pertanto l’aumento della domanda prima che l’atteso aumento di produttività si sia effettivamente materializzato nella produzione gonfia la pressione inflazionistica. La cura, nel breve periodo, non sono i tassi più bassi, bensì più alti.
In sostanza Warsh si trova in ritardo di tre anni. Nel 2023 l’impatto economico dell’IA era inaspettato, i suoi benefici in termini di produttività ancora da appurare e la sua adozione costellata di incertezze. Agli albori della diffusione di ChatGPT uno shock inatteso dal lato dell’offerta avrebbe potuto plausibilmente dispiegare un effetto disinflazionistico.
Perché oggi l’IA rischia di alimentare l’inflazione
Ma nel 2026 prevale un entusiasmo da fase finale del ciclo. Le aziende hanno annunciato piani di investimento nei data center per circa 1,5 trilioni di dollari. Gli hyperscaler — Meta, Microsoft e Google — stanno spendendo a un ritmo in gran parte indifferente ai tassi di interesse, spinti non da calcoli sul costo del capitale, ma dalla frenesia di perdere l’occasione. Infine, l’inflazione misurata veleggia verso il 3,8% su base annua. Sicuramente pesa l’effetto della guerra in Iran, ma la governatrice della Fed Lisa Cook (bestia nera di Trump il quale ha provato a defenestrarla) ha sostenuto senza mezzi termini che la domanda di investimenti nell’IA sta già spingendo al rialzo i prezzi delle componenti high-tech, dei chip, della manodopera edile, dell’elettricità e dell’acqua. Non si tratta di mera teoria, ma di evidenza empirica.
Non a caso un sondaggio condotto dal Clark Center dell’Università di Chicago e dal Financial Times ha evidenziato come quasi il 60% dei principali economisti si aspetta che l’impatto dell’IA sull’inflazione e sui costi di finanziamento nei prossimi due anni sia rasoterra, 0,2 punti percentuali sia sull’inflazione PCE che sul tasso di interesse di equilibrio.
Anche se le promesse di produttività dell’IA alla fine si concretizzassero, l’aspettativa di quella ricchezza avrebbe ripercussioni oggi. I mercati azionari scontano i guadagni prima che si verifichino. I consumatori si sentono più ricchi. Le aziende investono. I governi contraggono prestiti scontando una crescita futura più rapida: un disequilibrio macroeconomico intertemporale, che è esattamente ciò che le banche centrali sono preposte a prevenire, non ad assecondare.
Infine, c’è la questione dell’R-star: il tasso d’interesse neutrale che mantiene l’economia in equilibrio. Se l’IA aumenta davvero il tasso di crescita reale di lungo periodo, anche R-star aumenta. Ciò significa che il tasso di interesse appropriato per i prossimi mesi è più alto di quanto sarebbe altrimenti. Tagli aggressivi dei tassi, invocando aumenti di produttività che non si sono ancora manifestati nei dati, rischiano di rivelarsi un errore marchiano.
Warsh si troverà a presiedere un organismo collegiale, al cui interno le sue teorie non suscitano soverchio entusiasmo. Già oggi i membri del FOMC esprimono opinioni confliggenti, che il vecchio Presidente Jay Powell, rimasto nel consesso anche dopo la scadenza del suo mandato, si divertirà ad esacerbare. Il tonfo dei titoli IT della scorsa settimana si prefigura come il preludio di un’estate incandescente.
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