I dati che spiegano perché i laureati italiani non trovano lavoro. Va meglio in Europa?

Alberto De Pasquale

14/03/2025

L’Italia è tra gli ultimi in UE per giovani laureati e il loro ingresso nel mondo del lavoro è tra i più difficili. Cosa non funziona? E perché il mercato del lavoro resta così chiuso?

I dati che spiegano perché i laureati italiani non trovano lavoro. Va meglio in Europa?

L’Italia è tra i paesi Ue con la quota più bassa di giovani laureati e i pochi che conseguono il titolo si scontrano ben presto con un mercato del lavoro molto più chiuso rispetto al resto d’Europa. Nonostante una quota di giovani laureati molto esigua, infatti, l’Italia si distingue anche per essere uno dei paesi europei in cui per i neolaureati è più difficile trovare lavoro.

Quanti sono i laureati in Ue?

Partiamo dal primo aspetto. Nel 2023, mediamente nei 27 paesi Ue, il 43,1% dei ragazzi nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni era in possesso di un titolo di studio terziario, ossia l’istruzione che in Italia di fatto coincide con l’università (anche se in altri paesi europei può articolarsi in altri percorsi formativi).

Per l’Italia il dato più recente, sempre del 2023, dice che i laureati di quell’età sono nettamente meno, appena il 30,6%; una quota superiore solamente a quelle di Ungheria (30,1%) e Romania (22,5%) e ben lontana dai livelli raggiunti altrove. In Irlanda, Cipro e Lussemburgo, per esempio, i laureati in quella fascia d’età sono più del doppio rispetto all’Italia.

  1. Irlanda62,7%
  2. Cipro61,6%
  3. Lussemburgo60,2%
  4. Norvegia58,3%
  5. Lituania57,4%
  6. Svizzera54,1%
  7. Islanda53,5%
  8. Spagna52,0%
  9. Francia51,9%
  10. Belgio50,0%
  11. Danimarca49,0%
  12. Svezia48,5%
  13. Finlandia47,8%
  14. Malta46,2%
  15. Polonia45,7%
  16. Lettonia45,1%
  17. Grecia44,5%
  18. Paesi Bassi44,0%
  19. Estonia43,5%
  20. Austria43,8%
  21. Slovenia42,9%
  22. Portogallo41,2%
  23. Slovacchia40,3%
  24. Croazia38,8%
  25. Germania38,4%
  26. Bulgaria35,8%
  27. Repubblica Ceca33,7%
  28. Italia30,6%
  29. Ungheria30,1%
  30. Romania22,5%

Eppure, nonostante i numeri non esaltanti e che in apparenza potrebbero lasciar pensare sia più semplice trovare un’occupazione, proprio in considerazione della bassa presenza di laureati e della minor “concorrenza”, l’accesso al mondo del lavoro è in realtà molto più complicato: il tasso di occupazione dei neolaureati in Italia è tra i più bassi. Sempre nel 2023, il tasso di occupazione dei ragazzi tra i 20 e i 34 anni con un titolo di studio terziario, non più in istruzione e formazione e che avevano conseguito il titolo da uno a non oltre tre anni prima, è stato dell’87,7% a livello medio europeo, mentre in Italia solo del 75,4%, facendo meglio soltanto della Grecia (73,9%).

Laurea e lavoro, un binomio che non funziona

Per inquadrare meglio la questione, possiamo fare l’esempio dei Paesi Bassi, che a fronte di una quota di giovani laureati del 54,5%, quindi ampiamente oltre uno su due, esprime anche un mercato del lavoro in grado di “assorbire” quasi tutti i neolaureati, dato che il tasso di occupazione per chi ha da poco conseguito il titolo supera il 95,2%. Oppure il caso della Germania, che nonostante abbia una quota di giovani laureati del 38,4%, e quindi non molto più alta di quella italiana, fa poi registrare un tasso di occupazione del 93,6% e dimostra quindi di avere un mercato del lavoro in grado di offrire opportunità.

L’Italia, invece, oltre ad avere pochi laureati fa anche fatica a trovare loro la propria collocazione. Nel 2023 il tasso di disoccupazione, sempre per i ragazzi tra i 20 e i 34 anni laureati con un titolo conseguito da uno a tre anni prima, è stato del 13,3% in Italia e del 7,2% mediamente in Europa. In altri termini, il numero dei neolaureati italiani disoccupati è in proporzione quasi il doppio del numero dei neolaureati disoccupati europei.

Un problema tutto italiano: lo skill mismatch

“Skill mismatch” è l’espressione generalmente utilizzata per descrivere il mancato allineamento tra la preparazione dei laureati e le competenze richieste dal mercato del lavoro. Gran parte delle imprese richiedono profili economici e ingegneristici, oltre naturalmente alle figure del campo sanitario, dell’insegnamento e della formazione. Tra i laureati italiani c’è invece una quota troppo alta di chi proviene da indirizzi politico-sociali e di comunicazione e bassa da informatica e settore IT, nonostante l’offerta di lavoro sia più ampia per queste figure.

A proposito di questo “mismatch”, alcuni parlano addirittura di lauree “inutili”: un’espressione sicuramente forte e controversa, ma che tuttavia trova conferme, quantomeno se ci si riferisce ai possibili sbocchi lavorativi, dato il consolidato disallineamento tra le materie di specializzazione dei laureati e le reali esigenze del mercato del lavoro.